pulviscolo
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seduti ordinati in scala discentente sulle ciglia ci sono i respiri sani della mia vita. quando ti giri, ti muovi bruscamente si confondono, si angosciano, si accalcano e poi ricalano a prendere posto. dondolano i piedi e sognano di continuare ad essere felici.
vorrei che non facessero rumore, mentre conduci la tua esistenza, che non ti occupassero molesti la mente, che stessero un passo indietro rispetto ai sensi.
che ti pigassero contro solo mentre ti bacio perchè tu possa sentire completamente me anche oltre i limiti della mia persona. che ti pervadessero, allora, fragorosamente, straniandoti, correndo ovunque, strisciando le mani contro le pareti per fare rumore, occupandoti la gola, premendoti da dietro gli occhi, urlando senza darti la possibilità di capire altro. e poi staccandomi io si ritirassero anche loro, tornando rispettosi.
in questa lunghissima attesa amorosa.
seduti sul bordo di un buco temporale
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‘ma che vuol dire che ti ha prestato la maglietta? gliel’hai vista addosso, gli hai detto che ti piaceva e se l’è tolta per dartela?’
l’aperitivo converge le genti a moltitudini come pochi catalizzatori sanno fare, le voci si arrampicano le une sulle altre come insetti che combattono per sopravvivere al sovraffollamento del pianeta, i tavolini sono sistemati in batteria per sfruttare ogni centimetro di dehors e manca tra ciascuno la distanza di sicurezza che consenta di creare un ambiente separato di conversazione.
‘la prossima volta ci vediamo a casa, così riusciamo a parlare’, plasma la sigaretta senza leccare il lembo di carta e scrive un messaggio a chi avrebbe, circa venti anni prima, avuto la brillante idea di dare un proprio indumento alla ex compagna di liceo che le siede adesso davanti.
un uomo con la faccia coperta di trucco bianco, vestito da uomo ottocentesco, vende se stesso facendo baciamano alle ragazze, cingalesi vendono rose, altri spade di plastica che a muoverle traducono il gesto in un sibilo elettronico, lo spazio tra le sedie è limitatissimo, gli avventori si stringono, si spostano per farli passare in una frenesia infinita come villi intestinali.
‘ma allora come è successo che vi siete messi insieme?’, si sgancia i capelli biondi da davanti agli occhi, non ha pace nel cercare un posto dove mettere la borsa e allunga l’accendino alla fumatrice che le sta accanto, mentre pensa che neppure l’età e la foga della vita e la frullatura dei punti di vista che ne consegue le hanno modificato l’opinione di puro odio disinteressato nei confronti di chi si ritrova davanti e ha avuto la bella pensata, tanto per non esimersi dall’essere al centro dell’attenzione neppure per un minuto, di rispondere alla notizia che si fossero innamorati lei - la fabbricatrice di sigarette - e lui, altro ex compagno di classe con la simpatica allusione di un tentativo di abboccamento da parte di lui nei propri confronti, dandole da indossare una maglia. circe naturalmente non aveva ceduto, una ammaliatrice casta.
‘ci siamo trovati a vivere affacciati nella stessa piazza e, del tutto casualmente, ad incontrarci frequentemente. a me già piaceva quando eravamo piccoli’ e abbassa le labbra a trattenere le parole un poco vergognandosi, mentre guarda il telefono per verificare se l’altro abbia dato riscontro alla richiesta di chiarimenti circa le vicende della maglia, ‘aggiungici che era pure fidanzato. insomma, lo raggiungo a parigi e mi bacia e…’ e la fine della frase si incolla agli uuuh delle altre tre in un continuo.
la quarta, la più silenziosa, ascolta e soppesa, sembra bastarle di essere lì, non ha necessità di avere il faro addosso - non l’ha mai avuta - tenta di smorzare l’evidente fastidio con cui la bionda reagisce al teatro di circe, ogni tanto infila l’input della conversazione gettando qualche moncone di ricordo comune usando un po’ troppo il tempo presente. è forse quella che meno ha sganciato lo stomaco dai tempi del liceo.
il cellulare della fumatrice si dibatte sommesso, lui, lontano e tirato in ballo, nega di aver mai prestato maglie. ma tanto circe sta già raccontando di orecchini smarriti tra cuscini del divano a casa di un tizio che ha appena visto - di cui ha appena visto il culo passare, considerato che non si è girato a salutarla - dall’altra parte della strada.
‘non mi considera perchè è offeso, siamo usciti una sera a cena’ e lascia ad intendere il resto che non c’è stato perchè lei non ha voluto.
sconvolgente, una donna sposata che flirta con altri, che bizzarra novità, pensa la bionda mentre gira il tavolo come il timone di una nave per consentire ai rispettivi gomiti di animarsi davanti ai piatti e riuscire a mangiare.
non è ancora sufficientemente primavera per dare l’idea che la sera non scenda mai più, ma abbastanza perchè si possa dondolare un poco sull’orlo tra il giorno e la notte. la cameriera filtra tra le sedie, porta via i bicchieri vuoti, rabbocca l’alcol.
i racconti mitologici sulle gesta erotiche funzionano meglio se ci si riferisce a soggetti che si sa non compariranno da lì a breve a togliere sentimento alla narrazione: un amico di circe si avvicina al tavolo - e il fatto che se ne allontani dopo poco per partecipare ad una riunione di condominio azzera definitivamente ogni sua possibile capacità attrattiva - e le altre tre si domandano come sia possibile pensare di farsi belle millantando di costituire l’oggetto del desiderio di un uomo così evidentemente brutto.
’scusatemi ma io dovrei andare a preparare la valigia, domani ho l’aereo per parigi nel pomeriggio e vado al lavoro portandomi già i bagagli’ dice la fumatrice, tutte si sganciano perchè costuiscono un organismo multicellulare e per consentirle di uscire devono alzarsi insieme.
con la sensazione inaspettata di essersi trovate tutto sommato bene insieme si salutano, la durata di ciascun abbraccio proporzionale all’effettivo piacere della compagnia partendo da un minimo sindacale di educazione. in bocca - la bocca attuale - l’impressione di masticare qualcosa di vecchio ma non troppo fedele all’originale, un’adolescenza rigurgitata per qualche istante.
peripatetici casti
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la strada pedonale su cui affaccia casa mia è sempre, a prescindere dalla collocazione temporale sul calendario o sull’orologio, oggetto di calpestamento di instancabili camminatori.
quando dico sempre intendo l’avverbio temporale nel suo più gaudioso e pieno significato: anche la mattina alle quattro di un qualsiasi lunedì, anche in pieno agosto nel mentre che dardeggia di sbiego il sole ed infuria la serrata delle serrande, con qualsiasi epifania meteo, in coincidenza di festività strategiche che consentirebbero di ponteggiare in località che meglio si prestano alla balneazione o all’alpeggio, c’è sempre qualcuno che deambula.
quello che è inspiegabile, soprattutto relativamente al camminamento notturno - quello diurno, quando i negozi sono aperti (ma la chiusura non disincentiva, anzi) infondo si comprende - è che, tolta qualche gelateria che chiude improrogabilmente a mezzanotte, non ci sono locali, pub, cocktail bar, ristoranti, allocati invece in densità fittissima nella limitrofa zona della, appunto, movida.
la congiuntura astrale peggiore è l’attuale: le giornate che finalmente si concedono tiepide, l’aggressività del ministro delle politiche agricole che ha deciso di iniettare energia al mercato dei prodotti enogastronomici allestendo estemporanee ma frequentissime sagre a km zero (e dove le vuoi collocare? come ti sbagli…) e l’ubertosa ostensione nel vicino duomo.
ora immetersi in strada uscita dal portone è un’attività balistica di precisione, occorre infilarsi di sbiego e seguire il flusso fino alla prima incidentale per riappropriarsi della mobilità delle spalle, cercando di non annodare le caviglie nelle stracolle delle borse esposte a terra da imperturbabili venditori di colore, presidiando la cerniera della borsa - si sa, la folla è un concentrato di tasche ripiene e di mani intraprendenti - e puntando verso la direzione ambita. il complicato è fendere le comitive i cui componenti viaggiano compatti come se allontanarsi dei centimetri necessari per farti passare dal vagoncino umano che li precede comporterebbe l’immediata morte per dissoluzione dell’intero gruppo.
certo sto rispolverando il mio impreciso inglese per rispondere alle richieste improbabili di informazioni proferite nelle lingue più inspiegabili. e mi aggiorno sui progressi delle stampanti laser nella precisione nel confezionamento di ricordini al sapore di sindone esposti in sacrileghi banchetti articolati in pins, magliette, magneti da frigo.
la notte i camminanti talvolta urlano, si sa che l’alcol è più balsamico delle acciughe. mi tengono compagnia, mi consente di rilasciarmi al sonno più tranquilla la consapevolezza che il presidio deambulante non si concede sosta.
pettorine avvitate
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senza avere l’esclusiva, arrivando al secondo posto che è una ringhiera non ammortizzante che sega la pancia mentre ci si sporge tentando di giungere al primo, visibile ma inaccessibile.
tale assetto è fisiologico nei rapporti con le persone laddove ce ne sia almeno uno in cui si sia protagonista, perchè è funzionale a quello - avere troppe posizioni di testa consuma energia, rende quasi spiacevole la primazia, comunque potenzialmente erode la relazione principale.
ma talvolta non si è primi per nessuno. e allora ci si affanna ad ampio spettro e ci si incarognisce con lo stesso ventaglio, con ciò forse diventando ancora meno appetibili.
il ruolo del gregario è logorante, si consumano i piedi a forza di cedere il passo, si gonfia la memoria di informazioni sulla vita altrui per avere dimestichezza e proprietà di parola caso mai l’oggetto dell’investigazione volesse averti vicino, si studiano un sacco di parti ma la maggior parte delle battute resterà implosa sulla lingua perchè ad un certo punto arriverà il protagonista e il sostituto sarà pregato di lasciare la scena. si corre con il limitatore volontario alle gambe per stare quasi affianco ma appena dietro, per non dare fastidio, perchè non è il posto tuo, in attesa del cenno di autorizzazione.
e si prende solo il peggio delle persone, la loro voce più livorosa mentre articolano l’odio e la perdita di fiducia nei confronti di chi vorrebbero davvero vicino a loro ma li ha traditi, alla fine si parla comunque solo di lui, del loro numero uno.
che ti rimbalza indietro anche nell’assenza.
poesie carnali
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alzati e camminami
con la coppa asciugata ma pronta
mi piace affrontarti, mai piena da dolore
solo per cederti, ragno senza l’eleganza della lentezza
sono io che entro mentre mi sciogli le mani che balbettano un appoggio
sono io che entro e mi dissolvo, incosciente se ci sarà liberazione.
[una catena di poesie carnali che inizia qui http://sogniebisogni.ilcannocchiale.it/]
le dimensioni contano
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delegare a del tessuto, un bottone in metallo e ad un’asola rifilata con del filo giallo la capacità di influire sulla propria condizione esistenziale fa riflettere.
ci si può descrivere come complicati, introspettivi (ma solari), pare oggi vada molto di moda dirsi bipolari - i vezzosi cultori dei disturbi mentali pret a porter dovrebbero essere invitati a pasteggiare a litio e forse scemerebbe l’entusiamo nel fregiarsi del logo ricamato DB - comunque costruiti con lo stesso materiale con cui sono fatti i sogni, resta che nonostante tutto se scivoli docile nei jeans senza incontrare opposizione strenua, se si risolve in un nulla la solita pugna tra te e i pantaloni (quelli presi ormai 4 anni fa ma che hanno esattamente la tonalità di blu che ti piace), se, anzi!, ti cascano in vita, tu sei felice. sei stupidamente ma pienamente felice. ti tirano le guance per sorrisi incontenibili. ma sei felice proprio di dentro, come se ti sgorgasse una linfa vitale guaritrice nel petto diretta a sciacquare il cuore.
che ruolo può assumere un vecchio paio di pantaloni di tela nella scala dei valori? che importanza può rivestire nel cammino del progresso scientifico, nell’espressione del pensiero attraverso l’arte, nel sostegno allo sviluppo sociale, nell’infinita ricerca umana della propria vera essenza con lo sguardo rivolto al cielo e le mani affondate nella terra?
certo, a camminare verso il sole dell’avvenire ora sto molto più comoda.
al mio vorrei ci fosse il sole
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durante un funerale al morto nella bara non ci pensa quasi nessuno. si potessero distinguere fisicamente i pensieri, la chiesa sarebbe gremita di una folla di altri cadaveri virtuali.
si pensa al proprio, di funerale, si fanno speculazioni mentali su chi soffrirebbe e chi confezionerebbe malamente una scusa per evitarsi la mezza ora di predica di plastica - uguale per tutti, col nome del defunto scritto su un pizzino su cui il prete stancamente sposta gli occhi nascondendoli nei lembi delle maniche nella posa pastorale durante l’omelia.
e si pensa al corrispondente di chi è morto nella propria vita: se partecipi al funerale del padre di qualcuno ecco a figurarti nel primo banco a reggere il collo di tua madre, a scambiare parole infastidite e di contenuto economico con i 4 trasportatori di bara, a salutare tutti infilando l’espressione consona ed esprimendo ringraziamento per la partecipazione anche quando davvero non hai idea a chi appartenga la mano che stai stringendo, nè troppo piano nè troppo forte.
si prestasse attenzione, a ‘la messa è finita’ si sentirebbe un coro di sospiri di sollievo che liberano i polmoni e lo stomaco di tutti coloro che ritornano nei reali panni di semplici partecipanti.
si va ai funerali altrui per fare autoanalisi.
angar s’è sfiatato
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talvolta penso di tirare, così, in un momento imprecisato del placido svolgimento del tempo, senza nessunissimo raccordo causale con ciò che sta accadendo, un urlo agghiacciante, lungo, possente, annichilente.
tanto non so se per assecondare proprio la volontà della modulazione fisica del grido quanto piuttosto la curiosità della reazione di chi è intorno.
mi si stanno ammonticchiando ai piedi tutti questi latrati implosi. tra un poco mi immobilizzeranno. finirò per urlare di claustrofobia.
l’infedele aedo
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è tutta una questione di presupposti, di unità di misura, di interpretazioni: il peso percentuale della realtà, dei fatti i più scarni e ridotti all’essenziale possibile, alla fine, è in tragico svantaggio.
quando si ascolta una data vicenda raccontata da qualcuno difficilmente è possibile averne una definizione tagliata giusto sull’evento, talvolta sembra di assistere alla rappresentazione di una tesi in cui l’accadimento è un incidente, un abbellimento, e chi procede nell’esposizione aggiunge pure particolari, magari del tutto inesistenti ma utili a sostenere quanto assunto.
così se chi parla vive con insoddisfazione la propria sfera sentimentale, sente pesante ed ingiusta la solitudine, un poco invidia la felicità altrui, probabilmente esagererà nel torbido nel raccontare di quando la fidanzata di un amico si sia lanciata in evoluzioni struscianti nel sedile posteriore dell’auto mentre si tornava da una sodale gita. descriverà cosce troppo accondiscententi, pure qualche tornante che nella realtà non piega la strada per motivare la precipitazione maliziosa dei corpi, riprodurrà una vocetta strozzata dalle risa che non ha detto sì ma insomma, ci siamo intesi.
chissà a domandarlo a lei, di quel viaggio di rientro, oltre al raddrizzarsi del percorso, quante altre posture cambierebbero.
che poi nei ricordi, soprattutto nel patrimonio comune, prevale una corrente interpretativa, restando sostanzialmente sullo sfondo l’effettivo svolgersi dei fatti. in genere quella più divertente da ascoltare o la più paurosa - da usare come monito futuro, ‘ti ricordi cosa era successo a x a far così?’ - o quella che giustifica meglio i successivi accadimenti.
trovare a tutti i costi un senso logico, una corda di significato che lega, affinché sia possibile mettersi al riparo o comunque prepararsi all’urto, è una tentazione irresistibile.
la staffetta
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sarebbe capace di forzare la sagoma del giorno e farlo scivolare in una durata indefinita pur di non prendere la decisione, qualora lei gli ponesse come limite per assumere una posizione quello che dura dall’alba al tramonto.
dimmelo entro oggi, se mi lasci.
lei neppure glielo impone, un termine. pertanto necessariamente il brodo in cui resta immerso è lunghissimo e appena tiepido.
compone sul letto la settimana facendosi bastare le quattro camicie che si è portato via - sua madre prende, lava e stira e non dice niente, quando hanno litigato è stato segate e alla fine nessuno è riuscito ad esprimere niente che non fosse uso virtuosistico dei toni acuti della voce, alla fine erano troppo stanchi fisicamente, tanto da non poter far altro che dirsi vicendevolmente in tono sarcastico ma sì, hai ragione tu - guarda oggi martedì righine blu e pensa che salterà di nuovo il pranzo per andare all’ospedale. il suo stomaco si è educato come le vaschette a tempo per dare da mangiare ai gatti. aiutano le piaghe da decubito a far passare velleità alimentari.
‘passo da nonna’.
riduce al minimo il tempo da trascorrere a casa dei suoi, ritagliando appena il tragitto doccia - letto.
‘papà ti voleva parlare’.
mercoledì azzurro chiaro coincide con il passaggio della rata del mutuo sul conto, di quello gli vorrà parlare. è già trascorso un mese da quando ha pensato di concederle (concedere a se stesso) un poco di tempo per riflettere (per prendere coraggio) giudicando che fosse preferibile che restasse lei nel tranquillo di casa.
da allora nessuno si è spostato. se non sua nonna, che si avvicina a pezzetti inesorabili a morire.
vivono come sbalzati fuori dal tempo, concentrati in gesti piccoli, mentre il resto del mondo li guarda con poco interesse scrollando la testa.
a lui non frega niente di nulla, si ripete il concetto nella testa per ferirsi ma neppure questo lo scuote. si trascinerà nuovamente per un’altra giornata di lavoro piegando le spalle per ridurre gli urti e fissando la meta alla tazzina del caffè al bar, non risponderà al cellulare senza neppure darsi pena di inventare scuse (meglio che accordare di incontrarla e poi vomitarsi a monconi fino all’orario stabilito), forse spiegherà stancamente la situazione in risposta a sopraccigli interrogativi di qualche collega che lo vede diverso dal solito.
ad un certo punto nonna si fermerà. allora magari si muoverà lui.