tu chiamale se vuoi frustrazioni

Franco Rognoni, Interno, http://www.bebarte.com/opere.asp?id=1

quando si ha coscienza che stia accadendo qualcosa fuori dalla propria capacità percettiva immediata  e tutto tace, è meglio intervenire direttamente costruendo un ponte radio costante o attendere accondiscendendo al silenzio?

il rispettivo tasso di scaramanzia fa la differenza, laddove si abbia il sospetto che le azioni abbiano conseguenze ulteriori a quelle della retta linea di logica causale magari si tenderà ad astenersi, ancora contattare porti male. ma è il termometro dell’ansia il vero discrimine, quanto si sia in grado (e per quanto tempo) di riuscire a chiuderle la bocca.

a me cedere dà fastidio. a me cedere dà fastidio in generale salvo che non si discuta di azioni immonde che facciano traboccare, nell’analisi ex post della vita durante il bilancio consuntivo che il mio CdA tiene a cadenze raffazzonate, la pentolaccia sporca in cui rigetto i resti, appunto, delle azioni immonde. pertanto richiudo le dita sotto i palmi e non telefono, soprattutto per darmi una bella passata di cipria ieratica, come fossi superiore e distaccata rispetto agli umidi accadimenti umani.

però il pensiero di sapere scava un buchino sempre più allargato e la segatura mi sporca le ciglia tanto che non riesco a vedere altro. una condizione di tensione che si scarica come fossi sparata da un cannone quando è l’altro a chiamarmi.

per dirmi che naturalmente tutto è andato malissimo.

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