karmameteo
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ah, svelare al pubblico disappunto la stratificazione delle piogge, dei residui degli eterni lavori di demolizione-ricostruzione e/o ripristino di qualche appartamento che convergono in cortile, delle mani appoggiate mancando gli stipiti delle porte finestre quando si esce in balcone a fumare, allontanando le tende dal vetro perchè non si vuol schermare neppure un poco questo redivivo sole e nel contempo, così precipitando l’effetto benefico della luce, scoprire che le caselline ‘prossimi giorni’ del meteo cittadino sono un campionario di cataclismi naturali. con puntigliosa predilezione per il sabatodomenica prossimo. tutto ciò quando, sull’onda emotiva di un inizio settimana che aveva concesso di sbucare fuori dalla caverna dismettendo le pelli di animali, si era già ipotecato il lieto tempo libero organizzando innocue gite, infantili pranzi lungo po in quel ristorante dove è stato inutile tornare da settembre per non provare dolore e tanto freddo.
è soprattutto lo stridore tra questo sole che lambisce le spalle, visibile tra le ditate, concreto e inutile sole del giovedì e quel nero viola (che pessimisti cosmici i grafici delle previsioni, che esagerati, che senzadio) incombente, ad offendere. svolta cromatica in peggioramento drammatico, dal momento che ieri, con riferimento sempre al fine settimana, era un grigio fumo elegante e il giorno prima uno sbarazzino tempo velato. presumibilmente domani comparirà la stilizzazione dell’arca.
qui bisogna essere arditi, qui bisogna gonfiare il sangue e raddrizzare gli sguardi e i nervi sciatici, occorre raccogliere le forze, baciare i bambini senza piangere mai e prendere la via che aspetta davanti alle scarpe e non girarsi indietro.
qui si deve chiamare il ristorante e chiedere se c’è posto nella sala interna.
ogni maledetta domenica
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chissà se, avendo un altro assetto, la famiglia risulterebbe meno mordace.
forse con due madri e un padre, con un numero minimo di fratelli/sorelle, se ci fossero imposizioni esterne a regolamentarne la frequentazione, o se fosse destinata ed esauirsi a scadenze prestabilite con possibilità di rinnovo non ripetibile per più di un certo numero di volte.
se fossimo obbligati a cambiarla come ci imponevano col compagno di banco alle elementari: questa settimana sei figlio loro, la successiva degli altri, e così via (o magari ne diventi la madre e poi il cugino).
probabilmente porterebbe effetti positivi ogni meccanismo che obbligasse a interagire al di fuori dei ripidi e taglienti contorni del nucleo familiare i membri del medesimo. imporrebbe la presa di coscienza che l’esistente non si concentra nel proprio tinello e che non si articola nel solo flusso pranzo-di-natale-festa- di-compleanno-giorno-del-bollito-misto. e porterebbe a svelare la sconvolgente verità che tutti hanno i rispettivi guai e che non necessariamente i proprio siano i più gravosi.
tanto per preservarla comunque, la famiglia, e non limitarsi a lasciarla, unica strategia praticabile, talvolta, per il mantenimento dell’equilibrio personale. anche perchè poi, quando ci si allontana e basta, si rischia di conferirle un’aura mitica, positiva o negativa, ben lontana della sua identità effettiva. e a maneggiarli, i miti, risultano sempre scivolosi, un nemico troppo feroce o una tana troppo accogliente.
aprendo le finestre e facendo entrare il sole la bestia di accuccia e si vede la polvere.
La maleta en la cama
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comprendo coloro a cui piace viaggiare: credo che vogliano ampliare il raggio del territorio masticato, allargare i confini della propria zona. pertanto penso non sia corretto porli davanti all’interrogativo se, nel mentre che percorrono km in giro, non manchi loro la propria casa, perchè in quel momento ne stanno costruendo stanze nuove.
la diocotomia più aderente alla realtà, secondo me, non è la propria abitazione/quartiere/paese Vs resto del mondo, ma ciò che si è calpestato e ciò che non ha conosciuto le nostre suole. perchè dopo che ci sei stato, diventa assurdamente domestica anche una microscopica località al di là dell’oceano che nulla ha in comune con il paesaggio quadrettato dalla finestra nello spegnere la sveglia un mercoledì lavorativo qualsiasi.
pertanto viaggiare risponde all’esigenza di essere compresi e non stranieri, moltiplica le possibilità di non sentirsi corpo estraneo. fa sentire meno soli.