all i want 4 christmas is

 

http://www.myspaceantics.com/myspace-graphics.html

con la mano destra congelata a causa dell’uso del mouse e la sinistra che gode dell’immobilismo da lettura su pc e resta calda, in un contesto crepitante di carta metallica da regalo e di sforzi di immaginazione e pazienza - esercizio tipico sotto le feste che si pratica negli ambienti lavorativi in cui si devono fare regali - e con davanti una settimana di alimentazione forzata con cene&pranzi in batteria, consapevole di non aver fatto ancora tutte le telefonate che mi ero ripromessa e acquistato quanto necessario, con l’aggravante di aver, in un momento di ipercinesi assolutamente immotivato, organizzato una lieta serata alcolica, sempre duranate la già citata infausta settimana in corso, a casa (e la ragazza che vi impone l’ordine non lavora e il frigo è pieno solo di questioni inutili e fuori data di scadenza), consapevole che l’ansia lavorativa si sopirà, illudendomi di potermi rilassare, solo per ripresentarsi a tradimento con rinnovata energia, + parenti + parenti dei parenti + amici dei parenti e parenti degli amici, ed è anche terminata la sabbia del gatto, sono qui a fare gli auguri a chiunque legga.

almeno fossimo in trono

Felice Casorati - Maternità con le uova, 1958

diciamo la verità: non sono capace di tenere in braccio un bambino.

questa carenza deve essere evidente già da come mi approccio all’elemento piccolo, nella postura che assumo, non molto compatibile alla disposizione degli arti che invece dovrebbe essere posta in essere per reggerlo.

so che fino ad un certo punto occorre tenere loro la testa, poi no.

ma già comprendere quando accada l’affrancamento dal tutore del collo mi è fatto sconosciuto.

io ci provo, anche perchè la mia condizione di donna fertile ma senza produzione di progenie - e cum compagno - suscita l’immediata pulsione, per chi i figli li detiene, di immacolirmi allestendo con me in mezzo la rappresentazione della madonna con bambino. come se fosse infettiva, la materintà, mi ricorda quando mia madre mi portava in visita presso i cugini morbillosi per farmi prendere almeno una malattia esantematica (ma ho sempre avuto anticorpi grandi come lontre).

pertanto, nonostante la mia condizione apuerpuerale lascerebbe pensare il contrario, queste braccia qui sono giaciglio (instabile) di brevilinei con una buona frequenza.

io non sono capace e loro lo sanno. o meglio se ne accorgono, perchè cominciano ad assicurarsi ai miei capelli come alle funi durante una traversata in mare aperto, con certa preoccupazione per le loro sorti. i più tranquilli mi guardano sgomenti lasciando affiorare sulle faccine un ‘perchè’ spaventato.

perchè, chiedilo a tua madre perchè. ora reggiti in qualche modo e cerca di sorridere altrimenti impressioniamo la pellicola dell’immancabile foto con due espressioni per niente coordinate alla gioia della maternità.

Touched for the very first time

Yoko Ono, touch me III (detail), 2008, Galerie Lelong New York, http://www.artnet.com/magazineus/features/cone/cone5-20-08_detail.asp?picnum=14

i gesti diaframma sono quelli in cui si condensa e si sublima l’attrazione sessuale non sfogata.

come il darsi gli spintoni, arrivando anche a prendersi a botte, tra ragazzini (circostanza che a me ha sempre dato incredibilmente fastidio, ma il mio è anche un problama di difficoltà a sublimare): pur di avere un contatto fisico ma non volendo, o non potendo, toccasi in modalità sensuale, allora si dà corso alla violenza, magari scherzosa, talvolta più pura, quando magari la diga sta per rompersi.

oppure il tormentarsi i capelli di certe donne mentre parlano con qualcuno che vorrebbero fosse la vera superficie ricevente le carezze. o il modo di procedere sui corpi altrui in luoghi affollati - in discoteca - insistendo, con l’alibi dello spazio ristretto, addosso agli altri fino a svolgere visite mediche approfondite in sequenza, imprimendo la propria sagoma nel percorso.

bere dalla stessa bottiglia anche se esista la possibilità del bicchiere. provare la giacca di qualcuno per il solo piacere si sentirsi il suo calore addosso. sedersi al suo posto per lo stesso motivo.

coreografie guidate dal ritmo pungente del pulsare in basso.

sulla metrica di kerr

The Holy Family , Allan D'Arcangelo , 1980

il rettilineo con l’autostrada aperta come una bocca e molto cielo a gravare dando l’impressione di stare all’equatore per la linea bassa dell’orizzonte. in queste condizioni la chinetosi mi allenta la presa di sottomissione e riesco a godermi il ronzio monotono dei pneumatici. mi dedico alle faccende del lato passeggero, archivio il biglietto del pedaggio autostradale preparando per tempo le monete (o le banconote, a seconda della tratta), monto un frigobar utilizzando ogni pertugio atto a trattenere le bottogliette d’acqua e le lattine ma soprattutto rullo la radio alla maniera del calciobalilla.

le frequenze locali vanno assaggiate, durante i viaggi, altrimenti è come attraversare paesi stranieri incaponendosi a mangiare solo spaghetti e schifando a prescindere la cucina del posto. talvolta già i nomi delle stazioni sono lirici, poi le piccole emittenti sono immuni dall’appiattimento sonoro dei network che si spalmano sull’intera penisola sia sotto il profilo delle cadenze micidiali dei commentatori sia nella scelta musicale. in linea di massima dopo un poco ti crescono le spalline e ti si alza la vita dei pantaloni perchè è il tripudio delle canzoni dei tragici anni ‘80, ma soprattutto di quelle assolutamente non lambite dal revival ufficiale, con preponderante attenzione per la produzione patria. che uno si domanda come fossero quelle scartate dalle case discografiche.

accucciata sul sedile se le curve non rovinano l’equilibrio in movimento dello stomaco mi sento tranquilla.

appena dondolati dalla prevedibilità del ritmo - soprattutto se davanti non c’è nessuno che possa deliziarti, magari senza motivo, con brusche frenate - ci si dicono parole piccole, esiste una intimità naturale portata dal condividere uno spazio obbligato quasi appaiando le spalle. si abbassano le luci naturalmente, se si viaggia nel pomeriggio, ad un certo punto. e poi laggiù, sempre meno lontana, la città.

gli spilli intorno agli occhi

Burning Giraffes in Brown, Dali Salvador

culpa in vigilando. questo è l’ambito in cui si concentrano maggiormente le mie paure di fallimento. che non mi accorga di qualcosa che stia accadendo. ma tanto non per ansia di supremazia, di volontà di controllare tutto o di curiosità morbosa circa i fatti degli altri.

è il non essermi messa - e per carenza mia -nella possibilità di poter intervenire. perchè molto spesso non ci si può fare niente, quando capitano eventi, non se ne ha colpa se non si è in grado di porvi rimedio. ma non avere inteso, non aver subodorato, in tanto c’è comunque responsabilità.

la mancanza di cura, la distrazione, non aver compreso per sciatteria, per egoismo, per onanismo, non aver ponderato le parole, non essersele passate sulle dita, non aver sgranato il silenzio. la testa che non reagisce agli stimoli anche labili, che resta muta, non aver insistito - o aver insistito a vanvera  senza uno scopo preciso. la sguaiatezza del pensiero.

io mi sento incaricata, io lo sono, devo fare solo quello, alla fine, di importante. se qualcuno mi vuole bene mi si affida. non deve essere solo fonte di piacere per me che ne ricevo gratificazione e affetto.

devo essere sveglia e attenta. se mi addormento, la casa brucia.

shanghen wenxue

Arnulf Rainer, Face Farces (1969-71)

questa sciocchezza dei cerotti: che senso ha trattenere, conservare, il sangue va marcito, e comunque invecchia, perso quello avito se ne produrrà di nuovo.

e similmente, questa sciocchezza della riservatezza, della parsimonia delle opinioni e delle parole: che ci si esponga, si prendano posizioni le quali non ti saldano per sempre i piedi sopra, non ti si ammanettano alle caviglie, schierati, sputtanati, cambia idea e risputtanati. invecchi anche tu, cambiando pelle se ne genera di nuova.

pure il corpo invecchia, intanto dallo a qualcuno, quando ti avrà lasciato dovrai produrlo nuovamente e sarà più fresco ma senza la tara della verginità.

logoriamoci, sfruttiamo ogni fibra, seminiamo pezzi di noi, strisciamo i piedi fino a consumarli e copriamo strada. le cicatrici sono ampliamento della persona.