risparmiato l’accesso ai non addetti

Raymond Depardon

la spina fredda dell’aria mi resta addosso mentre entro in cucina e mi sembra di abbassare la temperatura di tutta la stanza. resto per poco tempo al chiuso, devo riuscire quasi subito, e non riesco a scaldarmi mai. ogni nuova volta che vado fuori mi si accresce la crosta di gelo sulla schiena. e ho le spine vere nelle unghie perchè pulisco il pesce - il cameriere al tavolo si limita alla pantomima della sfilettatura ma lascia il grosso a me. pulisco la verdura, pulisco la cucina. nessuno controlla mai che prima mi pulisca io. ancora nuova crosta.

il freddo sembra l’unica cosa pulita, alla fine, come sterilizzasse. poi è coerente col lavorare, gli uomini che faticano sono più credibili se devono buttarsi addosso strati di vestiti. e aggiunge importanza anche ad una unica sigaretta.

se è vero che i clienti neppure ci vedano, le rare volte che usando il bagno prendono la porta di servizio per fumare nel cortile, è vero pure il contrario, non hanno importanza. sono coperti, sono stoviglie da lavare, sono patate da sbucciare, noi saremmo solo mani ma loro solo stomaci e carte di credito.

se sorrido alle signore, come se ci stessi provando, è solo per dovere di reazione, se lo aspettano, il mio grembiule macchiato me lo impone, credo ci resterebbero male al contrario.

non è neppure vero che l’unica cosa che ci interessi sia finire la giornata di lavoro perchè questa coincide con la fine della giornata punto e basta. e tanto domani sarà uguale. né tanto meno non vediamo l’ora di andare in pensione perchè - è scontato - mica esiste davvero. essere vecchi non piace a nessuno, essere vecchi, senza soldi e senza la forza di procurarseli meno ancora.

la verità è che non ci interessa niente. io non voglio niente. forse solo tenere il culo contro il muro vicino al forno invece di andare ancora una volta a svuotare il secchio della spazzatura. ma poi, alla fine, ho ancora una sigaretta nel pacchetto.

l’amore impigliato

alberto burri, cretto G2, 1975

i cavi di metallo che fischiano tagliati dalla corrente del vento sui ponti, a reggerne e legarne insieme le componenti. senza metterci una dose poi così eccessiva di sensibilità, quello è il calibro del legame che si percepisce esserci tra certe persone che sono state insieme anche quando non lo sono più.

che i canali dove si convogliano i loro occhi addosso uno sull’altra abbiano corridoio comunque profondi e preferenziali, sopra al resto, si vede. 

e si sente l’area di tonalità scura e dolce delle rispettive voci non solo quando le impostano per parlare tra loro, ma pure per riferirsi all’altro in sua assenza. anche la cura nella scelta di inserirne il nome nelle conversazioni, con parsimonia, non per buttarlo in mezzo tanto per.

l’inevitabilità di una eco così robusta dell’amore che è stato e dell’attuale assetto dei rapporti, questo colpisce, come se non potesse essere altrimenti, come se la materia dell’affetto è talmente pesante, indistruttibile e di quantità incalcolabile che, una volta venuta ad essere, non potrà che rimanere, appena scalfita dall’evolversi delle persone e del modo di rapportarsi l’una all’altro.

continua ad esistere, indifferente al resto che intorno muta, come le architetture antiche che rimangono con le loro ambizioni di eternità e guardano intorno erigersi e essere demolite le costruzioni frutto di periodi temporali risibili nel confronto. architetture che vivono con funzioni differenti da quelle per cui erano state create, che cambiano come cambiano gli uomini che le usano, a cui ne succedono altri, persone che forse ignorano da quanto siano lì e perchè, quei monumenti, ma in fondo è pure inutile, come informazione, perchè sono lì da sempre ed è il restante che è venuto ad essere intorno.

epperò un rapporto che è nato di amore può avere funzione diversa? può corrompersi in odio, può disintegrarsi in un boato e sparire, può riassumersi in ricordo ed esistere come fosse stato solo passato assoluto. ma restando tanto vicini, frequentandosi comunque costantemente, non fermando mai il flusso di comunicazione io non so se due persone possano tradurre l’amore in amicizia per il solo effetto della volontà.

due sedie appoggiate vicine restano intime anche in una platea di un teatro.

che esculapio ci metta una mano sulla testa (o davanti alla bocca)

28 days later, Danny Boyle.

la corazza vischiosa dell’amuc*ina è un esoscheletro così labile e per sua stessa natura incapace di fornire vero conforto. il metallo sarebbe decisamente meglio, peccato non serva a nulla nel caso di specie (forse salvo che nell’accezione di camera di sicurezza a chiusura stagna ma c’è sempre il problema dell’aerazione).

insomma sono in mezzo a noi come nella canzone di di gesù, e in molti casi siamo noi, io allo stato ancora no, o almeno credo e mi guardo i polsi per distinguere tra le vene azzurre una qualche processione malata che mi faccia capire se il virus mi abbia presa.

sungendo arance e altri frutti dell’amore divino universale - panacea di tutti i mali - guardiamo tra lo scettico e il superstizioso, con lo stesso cipiglio dubbioso, plotoni di esperti che si contraddicono tra loro  a distanze di tempo millesimali per misurare le quali occorrerebbe montare negli studi televisivi gli strumenti posti al traguardo delle gare dei 100 metri piani, topi gigi, rassegne stampe estere, reazioni mortali (sempre collocate in un altrove geografico generico) di sottoposti al vaccino; personaggi pubblici  che  si dichiarerebbero pronti a sfoderare gli avambracci - di cui non dovrebbero neppure celare gli eventuali tatuaggi impegnativi per lo sdoganamento politico globale dei regimi dittatoriali - ed offrirli ardimentosi all’ago del dottore mascherinato (ma magari senza guanti), ritrovamenti di resti alieni crepati (è un’ipotesi al vaglio degli studiosi) per epidemia. e tetteeculi, intervallo obbligato tra le notizie, certo. ma quello è un altro discorso.

che poi tenere la guardia costantemente alta è faticoso. ad inizio giornata puoi ancora afferrare le barre di metallo sul tram per tenerti in equilibrio con la manica della maglia allungata a coprire la mano, puoi bloccarti la respirazione con una sciarpa mentre affronti zone affollate - e interrompere l’inspirazione passando vicino a tossenti - puoi consumarti la pelle lavandoti compulsivamente le mani ogni momento , puoi mettere un fazzoletto a coprire la cornetta nell’usare un telefono comune. ma già a pranzo aprire la porta del cesso foderandola di carta igienica comincia a diventare pesante, nel pomeriggio rispondere con un sorriso stitico alla mano tesa di chi ti saluta diventa appare davvero insopportabile. la sera lo svacco è generalizzato.

sarà la notte la vera occasione della pandemia.

i 9 anni di Bodhidharma sono ancora lontani

ginnastica del mattino, pechino, Roberto Magni, Daniela Comi, http://www.fotored.it/index1.htm

i binari prestabiliti nelle azioni possono essere comodi: soprattutto quando guidano i gesti nelle operazioni noiose per svolgere le quali, si fosse in coscienza, si impiegherebbero più energie. invece a provvedere in stato di automa paiono limitate nel carico fisico ed emotivo anche perchè, potenzialmente, si può pensare ad altro, nel contempo che si fanno. anche se poi la condizione di robot inchioda le funzioni superiori e ci si ritrova a sillabare, nel mentre, soltanto il nome dell’impresa che si sta compiendo  (lett-ieeee-raa).

io al mattino mi esibisco in una sessione che non sfigurerebbe in una piazza cinese quale lezione di ginnastica per il popolo.

con maniacale - e nolente - precisione dei movimenti, infilo in batteria preparazione della colazione, assunzione della stessa, apertura finestra della camera da letto, preparazione del sacchetto per pranzo (allo stato in uso uno gentilmente offerto da calzedonia), pulizia della lettiera, sciorinamento bestemmie per l’afrore che tale operazione di impone di subire, chiusura busta della spazzatura e suo posizionamento a fianco della porta di casa, dove verrà afferrata come un testimone da chi uscirà a breve, lavatura mani (con eventuale nuovo giro di bestemmie), chiusura finestra della camera da letto - nel mentre chi si assume l’onere dello smaltimento rifiuti ha rifatto il letto - doccia - perchè nel contempo il bagno si è liberato (e vorrei sapere quale carenza evolutiva comporti che, pur disponendo di due stanze da cesso, se ne utilizzi caparbiamente una sola), stucco e trucco, vestimento, stropicciata al gatto, preparazione delle monetine per il quotidiano strategicamente poste nella tasca del cappotto, nuova stropicciata al gatto, uscita e chiusura porta - anzi, uscita, schiacciamento del pulsante per chiamare l’ascensore e quindi evoluzione nella chiave nella serratura - viaggio verso il capolinea dell’autobus, acquisto della stampa, saluto al suonatore di fisarmonica appena oltre l’edicola (il quale partecipa alla coreografia rispondendo sempre ‘buona giornata, bellissima’), collocazione della mia persona sull’ultimo posto in fondo del pulman, partenza.

si cambino i vestimenti, si aggiustino le condizioni climatiche, si aggiorni il disfacimento fisico per il procedere dell’età, questo è quanto sicuramente faccio 5 giorni a settimana da un anno. e prima ancora avevo semplicemente abitudini un poco diverse ma comunque stantiamente ripetute.

forse ho un cervello in grado di lavorare a pieno solo per porzioni limitate del tempo, nel restante deve mettersi in stand by per non fondere.

potessi almeno cambiarmi il salvaschermo.

Chiusura dell’officina meccanica Vitruviana

Mia Wasikowska, Alice nel paese delle meraviglie, Tim Burton

esistono ragioni insondabili che motivano determinate azioni. esiti così contrari all’efficienza - ma anche solo alla salute - che non ci si spiega quale oscura causa possa aver giustificato gli eventi  di cui i primi siano frutto.

come il movente per la collocazione di sedie di altezza smisurata a corredo di tavoli dalle vertigini coordinate in certi locali. sono di scomodità rara  nell’operazione di raggiungimento della relativa sommità, poi nel mantenimento dell’equilibrio, quindi laddove si voglia liberarsene e raggiungere nuovamente la posizione eretta. le estremità inferiori perdono rapidamente sensibilità, ciondolanti nel vuoto o, nei casi più fortunati, avvinghiate a pioli comunque troppo bassi, per non parlare delle sofferenze mistiche a cui è sottoposta la schiena, perchè in genere all’ipertrofia delle gambe si accompagna il nanismo dello schienale.

ragioni estetiche? già esprimendo perplessità circa l’effettiva bellezza di una seduta così sproporzionata, certo tale asserita motivazione non si riferisce agli avventori appollaiati sopra, anzi, questi diventano sicuramente più brutti, lividi per la scomodità e preoccupati dall’esito della discesa al primo stimolo urinario o di necessità tabagista.

similmente non si comprendono i presupposti che spingano le floride discendenti di eva o di lucy, per non far torto a creazionisti ed evoluzionisti, a ghermirsi le carni con vestiti evidentemente incoerenti in difetto.

certo non per esaltare le forme: per quello servono abiti che non mortifichino evidenziando le stratigrafie in modo impietoso ma siano, appunto, di taglia giusta.

ma più in generale, perchè creare l’effetto tracimazione che si sfoga con impeto maggiore quando ci si siede? l’ironico è che le ossute, invece, paradossalmente, abbondano di centimetri di stoffa.

sia chiaro parlo da curvilinea, coinvolta in prima persona nella difficoltà del mantenimento di un’impalcatura educata e contenuta nel tragico momento della seduta.

soprattutto su una sedia grattacielo.

muri immuni dalla perestroika

Marcel Duchamp, "La fontane" 1917

quando qualcosa esce da me non sento più che mi appartenga.

tanto può essere positivo nello scivolare delle dita mentre cerco di mantenermi in equilibrio aggrappata alla ceramica del cesso, perchè il senso di straniamento nei confronti del mio vomito quanto meno non induce nuova nausea. un poco meno nel caso in cui uno scritto - anche recente, anche le correzioni che ho apportato ieri ad un testo - mi appaia del tutto nuovo e distante e non mi capaciti che l’abbia ragionato e piantato su schermo proprio io.

non prendo in considerazione l’opportunità della questione, anzi, il distacco potrebbe pure essere positivo perchè consentirebbe di valutare il prodotto delle mie azioni con obiettività e senza partigianeria, rendendo le eliminazioni, nel caso di valutazione negative, meno dolorose. quanto il fatto che la riflessione che sto esponendo mi provochi straniamento.

perchè non sento mio ciò che promana da me per il solo fatto che mi si sia separato?

perchè anche sotto questo profilo il senso di proprietà, appunto, non mi appartiene?

ho una identità così ristretta, così vulnerabile che non ha materia e forza sufficiente ad aumentare i confini appena fuori dalla mia persona?

oppure non mi piaccio a tal punto che, per rendere accettabile di essere nonostante tutto - sublimando così interessi anticonservativi concedendomi di non curare definitivamente la fonte primaria del disprezzo - e per tutelare in qualche maniera i precipitati delle mie azioni me li rendo altri, differenti, non miei, e quindi tollerabili?

e tutto questo per uno scritto. l’eventualità di un figlio mi zittisce.

il relativismo delle percezioni e l’oggettività del sangue

Wolfgang Alexander Kossuth,"Maria Maddalena sotto la croce" 1997, http://www.kossuth.org/index.html

non abbastanza vicino da proiettarti la mia ombra sulle gambe. però tu riesci comunque ad oscurarmi la gola. il nostro è un rapporto sbilanciato in partenza.

quindi non è che mi torni in mente di continuo, ci stai seduta di traverso, gestisci il flusso dei pensieri, concedi il permesso di passaggio dal cervello alla bocca, e più indietro dalla coscienza.

non capisco come sia possibile che per te non sia lo stesso, ma da come ti comporti, dalla padronanza con cui mi passi accanto e sotto casa mia e da dove son passato ieri e non manifesti lo sbalzamento dei sensi che accade a me a parti invertite, quanto meno appare così.

io te lo devo dire, occorre che ne parliamo - non esiste altra soluzione altrimenti non vivo, mi inchiodi tu a questa condizione di allerta annientata perenne, bisogna che se ne discuta. quanto meno il confronto, ed è insensato che tu interpreti da parte tua questo come concessione.

non posso che riportarti costantemente all’attenzione il problema perchè per me l’esistenza non prosegue, è ferma su di te che mi impedisci di concepire anche solo l’idea di altro. e dobbiamo farlo adesso per tutto il tempo che sarà necessario e per tutte le volte che servirà.

stai per terra e vederti scomposta non mi ha lenito il blocco dei pensieri. la consistenza del tuo opporti era risibile, tra le mani. l’ho detto, il nostro era un rapporto sbilanciato in partenza.

io non sono mai l’uomo col fucile

Gruppo di “Sharpshooters”, http://www.farwest.it/?p=250&page=2

servirebbe una tabella, di quelle stampate sulla carta e poi fotocopiate fino a rendere grigio chiaro l’inchiostro che era nero nelle riproduzioni, obiettiva anche nel supporto, come la periodica degli elementi, a tarare in maniera oggettiva il peso delle parole. una tabella con le indicazioni di peso e capacità distruttiva, idoneità a determinate tipi di lesioni come conseguenza, cure, eventualmente, seguendo la scalettatura degli studi sui proiettili.

certe parole ti sfondano lo sterno, creano danni dirompenti ma almeno si allontanano. altre divenute schegge ti seguono per tutto il percorso del corpo incanalandosi nel flusso del sangue, incidendo in maniera da dentro durante il gocciolamento.

servirebbero, questi strumenti di formalizzazione su carta, non solo, e non tanto, al bersaglio e a coloro i quali si adoperano dopo per curarlo, quanto all’emettitore delle parole, perchè considerasse l’opportunità di parlare, valutasse la scelta dei termini, ponderasse gli effetti. se ne assumesse, alla fine, la responsabilità.

perchè per quanto sia abbastanza evidente che le parole abbiano un peso e differente e siano armi che producono ferite, la mancanza di oggettivizzazione e normalizzazione rende evanescente questa evidenza, discrezionale, differente caso per caso.

un accidenti. forse caso per caso, a seconda della tensione dei tessuti, dalla capacità di assorbire la forza d’urto, di resistere alla erosione, si può discutere del calibro del foro, non del venire ad essere del foro medesimo.

ho aperto blister che voi umani non potete neppure immaginare

http://streetanatomy.com/, Anatomical Street Art, via <a href="http://www.flickr.com/photos/masheeebanshee/" target="_blank">maximorgana</a>

la testa sottovuoto, io dondolo stranito, non servon luminarie per censurare gli occhi

strabuzzo già da solo, al posto del sangue scolo, la faccia c’è più (e ora sbocchi)

immerso in un musical tossico, i cravattari cantano insieme a te non ci sto più davanti al monte dei pegni, ma le cedole non vengono sventolate a tempo

senza neppure la forza di scalciare le pietre evase dal lastricato, almeno non ci cado sopra

ma forse non riesco davvero arrivare a terra e comunque l’aria ha un aspetto morbido.

non ho gambe sufficienti a coprire tutto lo spazio che mi separa dal marciapiede, tanto si muove, potrei sedermi sulla banchina e aspettare che attracchi lui qui.

è che per leggere il giornale dovrei mettere al posto dei piedi la testa. e fermare almeno un poco tutto questo sobbalzare. o riuscire ad andare a tempo.

[talvolta i bugiardini non drammatizzano]