being mary shelley

Frankenstein (1931), james whale

ho pranzato con una persona che frequentavo giornalmente - anche in occasione di adesione a manifestazioni, non le tagliava neppure lei a favore dei centri commerciali - al liceo e poi ho sostanzialmente perso durante l’università e nei tempi immediatamente successivi per ritrovarla nella china età adulta attuale.

mi ha detto che non riesce a non provare sorpresa  quando ci incontriamo perchè per lei ho la faccia (e la malagrazia e tutto il restante corredo estetico malmosto adolescenziale) che tenevo in allora, seppure innestata sull’odierna persona. ho pensato al curioso assembramento a cui devo corripondere nella sua testa, pezzi in stato di incoerenza temporale cuciti a punti grossi.

in effetti pure io non ho assoluta corrispondenza alla rispettiva attuale realtà nel riferirmi mentalmente alle persone, quanto piuttosto a un loro ammucchiamento storico. certi aspetti rimangono fissati a determinati momenti a scapito delle successive mutazioni.

mia madre non ha le mani correnti ma quelle paffute e minuscole con cui mi vestiva a tempo di record nel mentre che caricava la lavatrice, controllava cosa mancasse in frigo e canticchiava, per portarmi all’asilo andando al lavoro. e mio padre non ha le braccia appannate nella forza di ora ma quelle che mi sollevavano senza interrompersi nello sforzo fino sulle spalle.

e non realizzo davvero certe teste allo stato sgombre di capelli o i rigori seriosi dei vestiti di qualcuno. nell’archivio mentale, la foto che corrisponde loro è sempre ferma a quella della patente. 

senza neppure l’intimità di una cabina del telefono per cambiarsi

Raymond DepardonVillefranche-sur-Saône.

si snodano, in pacato disinteresse gli uni nei confronti degli altri, i flussi dell’esistenza: io saltello dentro ciascuno un poco e un poco e ne assumo il ruolo. l’ansia professionale mi sveglia - e invecchiando sto incredibilmente aggiustando il tiro, prima gli allarmi suonavano la maggior parte delle volte a vuoto, per eccesso di zelo, ora invece se un tarlo mi morde la fronte va del tutto assecondato perchè corrisponde ad una emergenza vera - e io tolgo il pigiamino della me rilassata e mi infilo nella grisaglia per rispondere all’allerta. poi, posto che il danno ormai non sia già fatto, nel qual caso non riuscirò a non schiodarmi dal luogo del delitto dondolandoci autisticamente sopra, sarà nuovamente momento della felpa colorata e del cuscino. similmente, durante le circostanze di serietà e concentrazione, mi ritroverò con i capelli colorati di cian a fare un riferimento musicale indie, e poi a tossire per i fumogeni e ad assumere la posizione utile a resistere in equilibrio e parare i colpi se mi nasce un’osservazione di rivendicazione sociale.

non è finzione e neppure soffocare la vera natura: ciascuno di noi è tante cose, e io credo che continui ad esserlo pur calandosi distintamente nei vari ruoli. solo che a coprire tutti i tasti contemporaneamente non bastano le dita e comunque l’effetto è cacofonico. 

similmente ad amputarsi si sanguina e a perdere, a censurare aspetti di sè non corriponde maggiore vitalità in quelli che restano. nelle stanze vuote si assomma solo polvere, diventano giusto il posto dove provare frustrazione e rimpianto.

procedendo controchakra

 

La Terra dei morti viventi, George Romero

io avanzo a valanga. sia come approccio esistenziale nella vita - aggraziata e attenta a non turbare l’equilibrio come un unno a cavallo di un elefante affamati entrambi - sia per come gestisco gli eventi negativi. normalmente ne creo altri a peggiorare nel complesso la situazione.

non mi è dato sapere se tanto accada fatalmente o sia volontario ma incosciente, lasciando fuori le volte in cui proprio voglio mandare in vacca le cose e poi fumarci pure sopra. resta che alla fine non riesca a fermarmi, occorre un intervento esterno a tutela un poco di me ma soprattutto dell’ambiente circostante.

e mi ritrovo a far cadere il contenuto alimentare e quasi a cottura di una pentola perchè, nel dare una girata all’interno senza tenerla, mi scotto e la rovescio e allora raccolgo con mezzi di fortuna il cibo ustionante e lo metto nel sacchetto della spazzatura, striscisciando i piedi sulle piatrelle lasciando frenate nere, sacchetto che si sfonda e sporca a gettata pure il balcone, allora apro l’armadietto sotto al lavello dove ripongo a casaccio sacchetti di plastica, detersivi, cibo per il gatto e uranio impoverito e lo sportello  mi rimane in mano, quindi, sempre impantanando il pavimento, con il resto del sacchetto gocciolante in una mano e lo sportello nell’altra, come un oplita casalingo, penso di dover cercare il cacciavite che però sta nel cassetto della camera da letto (la rappresentazione si riferisce a questa primavera quando ancora abitavo in camera e cucina, non tengo abitualmente martello e similia sotto al cuscino). dove mi sarei trascinata con tutta l’attrezzatura inquinante, sempre con incedere spietato, se non fossi stata fermata e seduta su una sedia.

e in quesi momenti l’accatastarsi dell’inettitudine mi sconforta ma più mi inferocisce, incrementano le avversità e io esponenzialmente appresso aggiungo aggressività. avessi interpretato la scena del filo spinato di suspiria quella avrebbe avuto epilogo decisamente più brutale.

tanto velocemente monta la furia tanto così mi si schianta intorno alle caviglie quando le mani altrui mi fermano. sono così stanca, dopo, che non posso far altro che guardare, stolida, the catcher che cerca di ripristinare un senso tra le rovine fumanti che mi sono lasciata dietro.

i limiti della fisica

Salvatore Garau, Radici di cielo

talvolta sembra di vivere all’interno dell’elastico infilato a disegno geometrico tra le dita delle bambine che giocano passandoselo cambiandone forma: con la sola apparenza che si modifichi qualcosa, mentre in realtà il perimetro rimane sempre lo stesso.

il presupposto evoluzionistico - e non possiamo non dirci evoluzionisti, la scimmia ricurva che drizza la schiena brandendo un bastone diventando bipede umano ha campeggiato sui sussidiari dell’interna attuale generazione di adulti italiani senza perplessità o dubbi, tanto quanto il fatto che il rinascimento fosse culturalmente e socialmente superiore al medioevo e gli alleati abbiano liberato l’italia - per cui il cambiamento, posto linearmente dopo al momento attuale, sia migliore rispetto all’ora, presupposto che io porto incastonato addosso, resta frustrato da questo immobilismo. proprio come pulsione anche involontaria, pure il pavido più tremante afferrato colle nocche bianche ai riti sempre uguali - la bicchierata coi colleghi il venerdì, la spesa il sabato, il pranzo da mamma la domenica, votare politici moderati, sempre lo stesso albergo al mare, cominciare il quotidiano dalla cronaca cittadina - per il quale il cambiamento del packaging della scatola di cereali provoca uno stazionamento sconvolto e sconsolato di svariati minuti davanti allo scaffale del supermercato, anche lui percepisce come ci sia qualcosa che non vada. e, del tutto contrariamente alle aspettative, l’assoluta assenza di mutazione non lo tranquillizza affatto, anche se poi per paura non fa nulla.

ci metto questa motivazione a monte della prima canna a quarantanni di certe persone, dei commercialisti che chiudono l’ultimo bilancio in agenda e poi partono per un anno per l’oriente, per le donne le quali facevano il giro largo se il marciapiede costeggiava un negozio di vestiti per bambini che tornano incinte dal viaggio all’estero fatto con esclusiva finalità di fecondazione.

allungare l’elastico per fare entrare nell’esistenza una porzione che prima non era contemplata.

meglio romperlo, allora. perchè, una volta teso, torna indietro e fa male.  

il codice cavalleresco è in ristampa da anni

 

Ettore e Andromaca - De Chirico 1917

diversi per natura e decisamente più diffusi (e tanto dovrebbe far riflettere sulla malattia endemica costituita dalla pavidità) delle dichiarazioni, e della azioni, dirette di odio sono i mezzi indiretti volti a far male al prossimo ma guardandogli le spalle e non la faccia.

diluiti in sedi differenti dallo scontro aperto questi gesti cavano il sangue comunque ma sono subdoli perchè, mancando la leale manifestazione del reale intento - ferire - passano insieme a comportamenti aventi altre evidenti finalità, come messaggi pubblicitari subliminari, con la conseguenza che ci si ritrova straziati senza sapere come e perchè e sentendosi pure in colpa.

che è poi l’effettivo vero scopo del subdolo, colpirti e farsi chiedere anche scusa.

chi patisce una qualche condizione di sofferenza - vera o che lui percepisce come tale - e nel lamentarsi arriva a definirti interlocutore poco capace di comprondere perchè tu, fortunato, non hai mai provato quello che sta patendo lui, te la sta chiaramente lanciando. in più ingenera in te il fatto di sentirti in credito ingiustificatamente colla vita, oltre al trovarsi inadeguato come essere umano perchè scevro di fortificanti, e tanto diffuse da lasciare incomprensibilmente fuori solo te dal genere umano omogeneo nel dolore, esperienze negative che ti renderebbero individuo migliore. non sarebbe più leale da parte di chi si trova nella situazione di male dichiarare apertamente che non si vorrebbe soffrire e che sarebbe meglio che soffrissi tu? pulito, educato, diretto, manifestazione in risposta della quale si può senza nessun senso di colpa rispondere con un pacato ammazzati.

come quello che sogna che tu abbia compiuto nefandezze nei suoi confronti, e poi al risveglio è incarognito ma nel mondo reale con te e non c’è modo di difenderti, perchè non hai fatto niente. epperò si ingenera la suggestione per cui magari qualche tuo comportamento l’abbia in qualche modo ferito e questo disagio, frollato nel silenzio, abbia preso voce in lui solo a livello onirico. ‘mi avrà voluto mandare un messaggio’.

ma se vuoi dirmi che ti infastidisco, che mi trovi intollerabile e molesto, che quel dato gesto che ho fatto ti ha ferito, fallo in maniera palese e circoscrivendo gli accadimenti, perchè solo così posso difendermi e, nel caso, chiedere scusa.

diversamente si finisce ad incassare il risentimento del tutto gratuito e immotivato provando pure rimorso.

addossandosi la colpa degli effetti di una peperonata mal digerita.

il ghetto della cartella di posta indesiderata

Lettera by Fernando Botero

sono a favore della carne, io. pertanto uso il telefono e la posta elettronica (o msn o fb) come succedanei del rapporto personale, nel riferirmi agli altri, mezzi collocati - nella scala delle preferenze - comunque dopo il pizzino, perchè le parole scavate sul foglio lasciano una qualche impronta di pelle.

epperò, pur non frequentando con motivazione ed energia molte persone - ed è innegabile che mantenere le amicizie sia attività botanica impegnativa, tanto che non mi spiego se non con un allungamento temporale delle giornate ad personam come riescano a intrattenere relazioni effettive coloro i quali vantano un numero pesantissimo di amici - mi tocca adoperarli.

le chat mi vengono dietro assecondando la schizofrenia dei pensieri che mi escono di getto, con la conseguenza che se il destinatario abbia poca dimestichezza con la tastiera avviene un fastidioso sbilanciamento dei tempi. ma allo stesso tempo divento sciatta nella scrittura, per conciliarmi con la velocità di trasmissione, e alla fine si sciupa la conversazione.

meglio la e-mail anche se la risposta è a data da destinarsi. la mancanza di contemporaneità tra messaggio e suo riscontro forse limita la (già risicata) fisicità del dialogo, intesa come contiguità quanto meno di testa. è come se i messaggi racchiudessero, nella rispettiva stesura, due porzioni di realtà differenti, distanti sia per luogo (ovviamente) ma anche per momento storico.

però questo è anche un’aggiunta. è come se il messaggio inziale si perpetuasse come un eco oltre che altrove anche in un altro tempo. le parole durano di più - bisognerebbe ricordarselo come ulteriore disincentivo a scrivere cazzate. ma pure dura di più la persona che le ha fermate con le dita.

il sesso di reinke

 

NOT LOVE: (Yaoi), Miyamoto Kano

carica le caviglie in maniera insensata per il foglio di ragazzo che è, come scaricasse a terra il peso dei pensieri. i pensieri di sesso, sono così visibili, brulicanti di occhi e di dita, gli scorrono sotto i vestiti, gli spostano i capelli e gli gravano i movimenti, i pensieri di sesso suoi e quelli che genera negli altri quando arriva e prende posto. gli sguardi che vorrebbero frugare, il toccarsi nervosamente la bocca, la volontà di frantumare lo spazio che li dividono dal suo bacino forzatamente esposto, il sangue intelligente che si prepara nella direzione opportuna, tutto gli resta attaccato e nelle parti giuste, come fosse un trucco sapiente. e lui si sente in diritto di non dover neppure più parlare, percepisce come sia sufficiente portarsi e piantare gli occhi - pesanti pure loro, a bilanciare - perchè qualcuno senta uno strappo doloroso e piacevole e impellente. affinchè avvenga una reazione, certo minimamente articolata in maniera diversa, a seconda degli interlocutori, ma comunque inevitabilmente, a voler semplificare fino alla fibra elementare delle cose, di un unico e genitale tipo.

a lasciare l’ulteriore strato, ad appesantire appena di più.

la ragion pura del tagliere

Cucina Italiana, pomodoro, Luca Caddeu, http://www.photomagazine.it/issue/2/portfolio/41/photo/337luca caddeu, pomodoro, cucina italiana 2, http://www.lucaddeu.it/progetti/cucinaitaliana2/cucinaitaliana2/index.php?pics=pomodoro.jpg

stemperando il sugo con un poco d’acqua - strappando il denso colla forchetta, facendo attenzione a non rigare il fondo della padella - trasferisco sulle mani la coscienza che diviene adulta e distaccata: non credo che svolgere attività pratiche sia rilassante perchè distragga, in quanto porti a tacitare la mente. al contrario, si pensa con le falangi le quali si ritrovano un approccio più solido e disincantato alla vita. in effetti conoscono solo quello che riescono ad afferrare, non hanno la capacità di astrazione: epperò non soffrono di vertigini.

non mi piace cucinare, occorre che lo faccia. cerco di attutire l’attività usando tutti i potenti mezzi preconfezionati messi a disposizione dalla scienza e dalla tecnica, ma ogni tanto è proprio lo stomaco a imporre di mettergli a disposizione qualcosa che esca da una pentola dopo avervi stazionato almeno mezz’ora. allora penso con le mani, mentre cerco di tagliare una cipolla mettendovi a contatto la minima parte di pelle necessaria, mentre mi scoccio per i tempi da deuteronomio delle più semplici operazioni di cottura, e mi ridimensiono, ovviamente nelle due direzioni.

perchè è pur vero che si parrebbe essere suscettibili di minori sofferenze, ad avere come campo di azione solo quello che è consentito a giro di braccio, ma pure la felicità a disposizione, nel suo massimo, non può essere più grande di un palmo.

piana solo per la grammatica

MasterWind_album, Autumn , http://s274.photobucket.com/albums/jj261/MasterWind_album/?action=view&current=Autumn2.jpg

 

Non si possono dire che sommesse, buttandole arrotondando le estremità, smussando la voce, contenendo il corpo, le voci d’amore. Perché così sfavillano, si distinguono tra le foglie e la pioggia che a calpestarle sembrerebbe sacrilego, montano ma lentamente di luce e sono sufficienti a scaldare addosso e sfilare le lacrime con dita dolci.

Rendono indifferente e superfluo il contorno, abbelliscono come un velo prezioso la sposa sfortunata marciapiedi lungo strade dal nome mai letto nelle targhe perché non portano da nessuna parte, i sedili gonfi di umido di vecchie automobili, le sedie marroni dei tinelli, le parole d’amore trasformano tutto nella riva del mare.

Affondano nei tratti del volto di chi li riceve, diventandone parte, si sedimentano e restano, chi le articola un poco si assottiglia, si consuma nella parte migliore. Perché sono di carne ma perfetta, le voci d’amore, pesanti di realtà e trasparenti di anima.

Le parole d’amore si pronunciano come l’infinito.