non è una leva che mi serve
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potessi avere un superpotere e lo dovessi scegliere, pur rimanendo nell’ambito dell’amplificazione della forza bruta - la lettura del pensiero, il rendersi invisibile, financo volare non hanno gran forza seduttiva, per quanto mi riguarda - penso che alla fine opterei per la capacità di rimbalzare violentemente scagliandoli a metri o anche più di distanza da me persone, cose, colori e città.
pur essendo tristemente sociale, che se non mi confronto con l’essere umano mi spengo e implodo, oltre al fatto che se non ho un interlocutore esterno da me quelli interni da hum prendono il sopravvento in un crescendo totalizzante, talvolta ho la pulsione scontornante di allontanarmi il prossimo di dosso.
la situazione si è fatta più intensa da quando prendo l’autobus al capolinea: se sali in corsa ti sistemi dove puoi, entrando in un quadro umano già composto, con la bovina accettazione della folla. ma se assumi posizione in un ambiente vuoto costruisci tu l’accampamento. di massima scelgo un posto defilato, poco appetibile per le vecchie, in genere in fondo alla vettura per avere almeno la certezza che un lato di me dovrà condividere lo spazio solo con della lamiera. poi mi concentro e tento di creare un campo magnetico che non costituisca habitat ottimale per la vita e prolificazione del genere umano.
quelli che salgono su un autobus vuoto e vengono a sederti vicino, quando davanti e ai lati e dietro di loro si aprono praterie di posti liberi, davvero non li capisco. anzi, non mi interessa capirli, li odio semplicemente. perchè tanto puoi avere la faccia infilata nel giornale e le orecchie ottenebrate da auricolari e lo sguardo paranoicossessivo da assassino seriale, la considerazione meteo o sui ritardi nell’impollinazione dei tigli a bordo corsia arriverà.
e quando proprio non posso fare a meno di considerarlo, mi limito a fissarlo, l’inopportuno magari crederà di aver carpito molto profondamente il mio interesse tanto da provocare uno sguardo tanto intenso. in realtà sto solo affinando il potere.
combattiamo gerico con le armi del signor
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nelle giornate difficili occorre fustellare nella realtà qualche nicchia franca, inserire delle perle bianche - magari a tradimento, confidando nell’altrui distrazione - tra le nere, costruire una porta che, anche se non riesce a diventare uscita di emergenza tale da consentire la fuga, apra almeno un balcone per prendersi un poco di aria.
sarà la ragione per cui le mondine cantavano o gli ergastolani allevano scarafaggi: la progressione temporale prevalente della giornata gratta la pelle fino al sangue, che almeno ci sia un tregua.
deve essere l’evoluzione in età adulta del momento - pugno da bambini: tutti fermi, adesso non vale.
sarebbe razione ed efficiente che maggiore sia il peso emotivo da sopportare nelle circostanze negative proporzionalmente maggiore dovrebbe essere la metratura dell’area di sospensione. ed invece accade il contrario: tanto più è faticosa la situazione da sopportare tanto più si chiudono ad un soffio le parentesi per tirare fiato.
poi si arriva al punto di dialogare con i nani da giardino. e il balcone serve come rampa di decollo.
senza capolinea
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tanto è materiale la sensazione di presenza, con la curva del gomito che si adatta a contenitore dell’altra curva dell’altro gomito, il mento sulla spalla - è qui, ci sono io, altrettanto è circondabile dalle dita la coscienza che potrebbe non esserci più.
è uno iato che fa serrare la mascella, fa spingere ancora più forte sulla schiena, e di reazione è proporzionalmente più intensa la percezione della possibilità di assenza.
e tanto ormai non si torna a dormire, cercando di non tradurre l’agitazione in gesti che potrebbero condurre per tatto la veglia all’altro, allora si gonfiano considerazioni razionali con l’intenzione di allontanare l’ipotesi di mancanza, guardando la situazione dall’alto, perchè oziosa, perchè vi volete bene, nel concreto la vostra esistenza è felice, quell’ipotesi ha la possibilità di accadere, certo, ma come qualsiasi altro evento, potreste anche saltare in aria perchè la vecchia del V piano si fa il caffè e scorda di chiudere il gas, e pure no.
solo che le braccia e le ginocchia infilate ad angolo, il bacino che morsica il materasso cercando la zona già calda dell’altro, le mani che ormai si fanno bianche perchè sono poggiate sul petto altrui con le unghie conficcate nei propri palmi cercando di non tremare, quelli non trovano sollievo alle considerazioni per cui sarebbe davvero poco probabile, che l’assenza avvenga. perchè ora affondano nella presenza e con la stessa forza potrebbero trovarsi a stringere se stessi. e girano intorno a questo solo elemento, ora c’è ma potrebbe non esserci più ed il pensiero è qualcosa di così annientante che le unghie che incidono fanno quasi bene, nel confronto. potrebbe non esserci più ti percorre tutto il corpo, avanti ed indietro, ad ondate, tu cerchi di restare ferma e contenere il contraccolpo, sempre per non svegliare, e non esiste concetto razionale che riesca a fermare il treno che consuma le rotaie del sistema nervoso. perchè non importa che sia un’ipotesi oziosa, è drammaticamente sufficiente che sia, l’ipotesi.
niente, vado in bagno, dormi.
last night the meteo saved my life
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ho messo insieme tutte le considerazioni tiepide circa argomenti altrettanto neutri - perchè prendere posizione sarebbe stato destabilizzante per lei, sia proprio per l’evidente sua mancanza di familiarità con l’avere opinioni, sia perchè i presupposti che fondano le mie opinioni, altrettanto evidentemente, le erano distanti - aprendomele davanti agli occhi a mazzo per sceglierle e calarle in progressione dalla presumibilmente più gradita a scalare, sperando che qualcuno di altro, intervenendo, mettesse fine allo scempio di quella conversazione. o anche che cadesse un meteorite.
mi spalmo adattandomi alle esigenze dell’altro, nel dialogo, in questo tipo di circostanze perchè è efficiente: quando è palese che non avverrà alcun tipo di scambio e si parla soltanto per riempire un certo minutaggio e l’opzione di dare la schiena e prendere a impiegare meglio il tempo in attività alternative non è contemplato (obblighi sociali, necessità di sopravvivenza, l’essere l’unica altra donna nel gruppo di amici vittima predestinata a dover intrattenere la nuova fidanzata noiosa di uno di quelli) è la soluzione più funzionale. certo esiste la possibilità che l’interlocutore ti consideri davvero per quello che ti mostri - priva di qualsiasi carattere - ma più spesso ti troverà simpatica e tranquilla, decorativa senza essere invasiva o impegnativa. un cactus da lavandino nel bagno degli ospiti.
la pulsione suicida è costantemente protesa a farmi dire qualcosa di impronunciabile che farebbe esplodere senza ritorno la situazione, ma un bicchiere occupa la mano (la quale, peraltro, perde qualsiasi impulso a gesticolare, stante la costante sciapita delle parole che metto in fila, prive di necessità di essere sottolineate da coreografie) e prontamente la bocca quando serve.
così la conversazione scivola, io non dico assolutamente niente ma in maniera affettuosa e pacificante, mi si risponde meno di niente, raggiungendo l’obiettivo di dare soddisfazione alle richieste pressanti ‘ma perchè quando esci con i tuoi amici non mi porti mai’ con la manifestazione del fatto che non accada nulla di pericoloso, in dette circostanze, lei si sentirà serena e spegnerà il pungolo della gelosia e del fastidio dell’esclusione.
anzi, probabilmente senza esprimersi per pudore, forse lei arriverà a domandarsi il motivo per cui il compagno abbia voglia di frequentare persone, senza essere offensiva, eh, senza voler esprimere giudizi, così noiose.
sarà da cambiare la centralina
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sarebbe molto più semplice far controllare l’auto (possedendola, ovviamente): basterebbe portarla in officina, imbastire vagamente i contorni del problema e consegnare le chiavi, abbandonandola al suo destino. è pur vero che i difetti meccanici abbiano molto spesso la simpatica caratteristica di mimetizzarsi restando immobili e impassibili tanto da diventare quasi impossibili da rilevare di fronte al meccanico, per tornare vigorosi non appena ci si rimette su strada. epperò, per quanto trasporto si possa avere per una macchina, la medesima non prova pudicizia e fastidio nell’essere manipolata alla ricerca del guasto.
una persona sì.
anche nutrendo stima e quasi devozione nei confronti dei medici, han sempre mani loro e sempre un corpo tu, mettere insieme le due cose non è asettico.
poi c’è la questione di dover spiegare i sintomi: la platea dei difetti che possono rinvenirsi in un’auto sono tutto sommato limitati, e, salvo fantasiose eccezioni, facilmente riconoscibili dall’esperto inguainato in tuta e grasso. si aggiunga che il filtro della percezione personale del proprietario del veicolo può ingigantire un rumorino, una grattata, un sibilio, ma difficilmente lo crea tout court.
le declinazioni della malattia umana, invece, sono una devastante pletora e l’autosuggestione usa i vascelli al largo di orione per trasportare tutto quello che riesce a produrre.
potessi buttarli sopra una coperta allargata per terra, i sintomi, fossero oggettivi, materici, potessi svuotarmi le tasche: ecco, dottore, io provo questo (no, scusi, è finito in mezzo anche il fazzoletto smoccolato e il resto del quotidiano di stamattina).
ci aggiungo l’ultimo carico: quando la visita ha ad oggetto non l’impalcatura somatica ma quella psichica.
si perde qualsiasi obiettività, possibilità di contorno toccabile, e non ci si può rilassare mai: alla fine, una volta detto che la schiena duole piegandosi e il dolore è acuto in un certo senso, ci si lascia andare alla palpazione svuotando la testa.
nel caso invece sia proprio la brulicante vita trattenuta dalla scatola cranica ad essere oggetto di indagine non esiste tregua, non si può abdicare al controllo, fermare il flusso dei pensieri.
a causa dell’ultimo esame di risonanza magnetica credo di essere diventata il nuovo bersaglio numero uno dei creazionisti americani: dentro al tubo bianco del macchinario (”non si muova assolutamente altrimenti dobbiamo ricominciare da capo”), in quei venti minuti ho dato luogo ad un nuovo big bang.
l’unico lato positivo è il fatto di non avere, quantomeno, difficoltà al mattino nel scegliere la biancheria intima.
polpa nell’armadio
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bruscamente si è piantata la pioggia pulviscolare a far chiudere le finestre ed alzare i copriletto sopra a vestimenti notturni inadeguati. così, mentre devono ancora rimarginarsi le ferite da sandalo con tacco alto e iniziare seriamente a desquamare la pelle, quando languiscono i vestiti estivi impilati malamente come biancheria da stirare e non ho ancora sviluppato le foto delle vacanze, senza terra di mezzo. la realtà segue la progressione temporale a blocchi dei film dove non esistono momenti morti, vengono rappresentate solo le ore sensate perchè occupate da avvenimenti, il resto cesoiato. camminiata sul bagnasciuga, stacco, cena di natale.
sfortunatamente non riesco con prontezza a seguire questa modulazione a vagoni indipendenti, quanto meno dal punto di vista dell’allestimento - e come effetto secondario non ho modo di unirmi al coro prefico della noia del cambio di stagione nell’armadio - dal momento che tengo tutto rimescolato e malamente, vestiti, scarpe, costumi tra i maglioni, la sabbia finita negli anfibi.
mi lascerò ancora qualche tempo nel caso di un colpo di reni tardivo del sole, poi vedrò quanto meno di arginare nelle retrovie dei cassetti i pantaloncini, appena prima del mio dossier relativo a scandali sessuali generici che tengo sempre a portata di mano, dovessi mai iniziare una carriera politica.
sinonimi di vuoto
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si parla di un ventre altrui e tu stai a pensare a quello sotto alla tua cintura - molto vuoto, a differenza di quello che ha innescato la riflessione.
con l’aggravante che la pancia originario oggetto dell’annuncio è tanto più giovane di quella di cui ti ricordi giusto nell’allestimento pre mare o quando non resta disciplinata nel vestito aderente.
si articolano l’affetto e le congratulazioni, si domanda se tutto vada bene, si cerca di confortare e di esprimere empatia, e tu nel mentre sei sempre quella sgombra.
e vecchia. e artefice dell’incavo libero.
in genere consideri ‘ci penso dopo’, pensando di riuscire ad addomesticare i riverberi delle considerazioni, solo che il dopo arriva al terzo scalino mentre torni a casa, sforchettando l’insalata, al tuo turno durante una conversazione così da motivare un incalzo (”a che stai pensando?”), e pure quando di compie, il dopo, non è che sia risolutivo, la situazione è statica dal raggiungimento dell’età adulta, dalla stabilità emotiva - nei limiti concessi dal creativo stato dell’arte personale - insomma da quando l’aborto è diventato, mentalmente, quasi esclusivo oggetto di rivendicazione e garanzia della libertà altrui più che della propria.
allo stesso tempo è pure cambiata tantissimo, proporzionalmente a quanto muta un individuo nella reazione con individuo diverso.
resta che sei qui, ferma, incrementante vecchiaia. sfitta dentro.
e la nausea è sempre e solo gastrite.
sandali anacoreti
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il sistema nervoso è un amplificatore micidiale, ne basterebbe un pezzetto ai gods of metal e potrebbero liberare la quasi totalità del retro palco. non esiste altra spiegazione al fatto che il dolore localizzato in una percentuale infinitesimale del corpo riesca a piegarlo come fosse fatto di ferro attratto da un gigantesco magnete.
che poi esistono luoghi fisici di cui ti rammenti solo quando dolgono (come quelle compagnie aeree low cost di cui si sente parlare solo quando si sfracellano al suolo): chi pensa mai ai mignoli dei piedi? già il fatto che siano porzioni non dotate di nome proprio ma che, per qualificarsi, siano obbligate a mutuare -con successiva specificazione ‘dei piedi’ - rende evidente il giudizio di disvalore nei loro confronti.
ignorato fieramente fino a quando ci si conficca, nel micro dito, una fibia di metallo: da quel momento in poi diventa il perno intorno a cui gira l’esistente, l’intero corpo si riassume nel mignolo (del piede) sofferente.
una riflessione sui progettisti delle scarpe femminili. si è consapevoli del fatto che, quanto meno quelle dotate di tacco lato, rispondano alla funzione di calzatura solo come ultimissima ragione di concepimento del modello, prima sono feticcio sussuale, accessorio moda, impalacura per sollevare altre porzioni del corpo, protesi per obbligare un’andatura sensuale, etc.
epperò sempre scarpa è: esclusi gli eccessi di quelle indossando le quali sia escluso in partenza che possa essere mantenuta la posizione orizzontale (vendute in appositi negozi e sincere nella loro destinazione), occorre che consentano di camminare. magari male, magari sospirando come mantici, ma non devono essere costruite in maniera tale da divenire cilicio per ogni singolo passo fino alla precipitazione volontaria.
in secondo luogo, la fisica come ogni articolazione del sapere umano non è insuscettibile di opinioni, ma ha delle regole fondamentali. tipo se metti una fibia di metallo a contatto con le carni sporgente (pure) verso il basso già in posizione di stasi, è inevitabile che detta fibia, con la pressione del camminamento, penetri nei tessuti fino a farne dolorosamente parte.
sabato sera l’intera mia impalcatura anatomica si riassumeva nel mignolo (del piede) sinistro, la mia anima pure, la mia coscienza riusciva a produrre unicamente la parola mignolo, anzi, era proprio il concetto di mignolo a riempire e risolvere l’intera persona.
e la stessa sproporzione, a contrario, è stata quando ho cambiato scarpe (la resa è apparsa inevitabile): ho provato una gioia, un sollievo abnorme, ingiustificato, mi sono sentita pervasa da energia vitale atavica. avrei potuto serenamente invadere san marino e da lì cominciare la marcia dell’impero.
un simile stravolgimento emotivo, fiaccamento fisico e rinascita impetuosa per pochi risibili, inconsistenti, trascurabili nell’ottica dell’insieme e vacui centimetri di persona.
deve essere lo stesso mortificante principio che rende possibile che uomini risibili, inconsistenti, trascurabili nell’ottica dell’insieme e vacui abbino ruoli fondamentali nelle vite degli altri.