sveglia dolce

mauro bordin, grande letto, 1996

le nudità nel reale non sono patinate, la luce arriva esattamente da dove per fisica deve e quasi mai è la luce giusta.

non ci si drappeggia il lenzuolo addosso ad esaltare e coprire, al più ci si protegge lo stomaco dalla corrente che viene dalla finestra.

i capelli veramente spettinati non hanno l’allure del finto spettinato dei parrucchieri, sono seraficamente scomposti, schiacciati e gonfi contemporaneamente

e la faccia al risveglio ha i morsi dei cuscini sulle guance e qualche indizio della scarsa energia nell’eliminare il mascara la sera prima.

fare l’amore al mattino toglie aggressività e risentimento agli occhi quando, dopo, si passa davanti allo specchio: che qualcuno ci voglia bene ci rende accondiscendenti nei confronti di noi stessi.

summer time

Woody Gwyn, Clayton Road CutWoody Gwyn, “Galisteo Junction II”WOODY GWYN, www.woodygwyn.com

il ritmo basale è quello da lenzuola stese ad asciugare, imporci comunque la modalità consueta di vita, stipando attività, risoluzione dei problemi e scalpicciare sincopato è una evidente forzatura.

servirebbero strade larghe dove accostare senza sforzarsi a fare manovra e niente altro da fare che avere qualcuno da andare a trovare che ti aspetti in veranda con un bicchiere espansivo di ghiaccio.

non sto parlando solo di temperatura, proprio la materia dell’estate è differente, allunga i pensieri come un barman disonesto fa coi cocktail, dilata i periodi refrattari nelle conversazioni, tra una battuta e l’altra, e ci abbina uno stato d’animo di accondiscendete abbandono a questa presunta inefficienza.

il male sono i soggetti a cui questo pare non accadere, o forse coloro i quali a questo si oppongono strenuamente, perchè creano una frattura lacrimosa nel continuum che diversamente si allargherebbe, indolente e totalizzante. pretendono il mantenimento degli standard di prestazione dei mesi civili dell’anno e si incarogniscono nel riconoscere nell’interlocutore i segni del coordinamento al rallentamento del respiro dello stato naturale.

quello che è del tutto fuoriposto è l’autoconvincimento di superiorità di costoro: uno dei più importanti indicatori di intelligenza è lo spirito di adattamento.  

i gallesi non smettono neppure da morti

Richard KalvarForest near the town of Parentis en Born.

teniamo le mani impegnate a trannere le fila dell’esistenza, aggiustiamo le corde come per adattare la traettoria dell’auto ad di una strada che cambia appena inclinazione da una parte, dall’opposta, avvicinando una persona, separandoci da un’altra, dando maggiore sfogo a certe componenti di noi - assecondando inclinazioni, vizi, derive - e mutilandone ulteriori. nella ricerca di un equilibrio che ci consenta di stare in piedi. il cui baricentro si sposta, come la ciotola del gatto quando lui ci mangia dentro con troppa foga e finisce per spingerla, il baricentro si sposta perchè ci appoggiamo sopra nell’ansia di stare precisi e dritti, e si sposta casualmente, mentre magari noi riconosciamo in quella variazione di posizione un significato assoluto, ci individuiamo la necessità di modificare la vita per stare meglio.

e allora tiriamo le corde con intensità differente, allontaniamo la persona prima apprestata e cerchiamo quella fugata, mettiamo protesi ai monconi e tacitiamo gli interessi che occupavano precedentemente quasi per l’intero il nostro tempo. restando tenacemente in piedi.

occorrerebbe una foresta di centri di equilibrio. alla cui ombra sedersi finalmente a riposare.

non si intrecciano solo le mani

Gianfilippo Usellini, La biblioteca magica, 1960, tempera su tela

abbiamo aperto gli scatoloni e si sono mischiati i libri, sopra le mensole. pur convogliati secondo criteri di ordine - resto sempre l’unica ad abbandonarmi completamente e beatamente al caos, l’altro da me comunque si trattiene, lascia una mano libera per afferrarsi alla maniglia e tirare il freno d’emergenza - ovvero il paese di nascita dell’autore, i miei e i suoi sono diventati i nostri. i nostri ripetuti due volte, talora, magari in differenti edizioni, comunque riconoscibili nell’appartenenza, le copertine ciancicate e le pagine piegate urlano la proprietà con maggiore efficacia di qualsiasi etichetta.

oltre ai pensieri in essere ora e in divenire e i pensieri che sono stati, si sono mescolati anche i precipitati cartacei dei rispettivi pensieri, le dita che hanno sfogliato, le parole masticate amaramente, i concetti che ci hanno fatto sbalzare dalla sedia perchè così sovrapponibili ai nostri o così nuovi e inaspettati. la vita spesa e costruita ciascuno su pagine differenti è stata messa insieme.

a guardarla, con i colori delle copertine spaiate, con lo stridere di carta nuova e carta vecchia, le differenti altezze dei volumi, tutti addossati, uno a reggere l’altro - l’uno autonomo ma volontariamente necessario per l’altro - la biblioteca mi sembra così bella.

abbraccio freddo dell’esoscheletro

welder at work, http://www.yachtmetalworks.ca/

basterebbero due dita di spessore, saldate - le lastre di metallo - lateralmente alle coste, sopra lo sterno ma pure sulla schiena, perchè è difficile, anzi fastidiosamente utopico, azzerare il tasso di infami nelle frequentazioni quotidiane. la guarentigia d’acciaio non mi risulterebbe poi così estranea, mi sono già costretta pezzi di corpo dentro corsetti ortopedici, senza contare il lato glamour della faccenda, considerato come attualmente il fetish sia così di moda.

e godrei fisicamente a vedere incidentare e arrotolarsi su se stesse fino a cadere a terra - come insetti ipovedenti sconfitti dalla massaia igienista che lucida i vetri fino a farli sparire - le parole che non riuscirebbero più a ferirmi, scivolarmi addosso e convogliarsi negli interstizi del pavimento i gesti senza dolo ma con conseguenze disastrose (e se non c’è volontarietà di far male il danno è duplice, perchè non ci si può neppure infuriare nei confronti di chi ha agito), le circostanze che ‘capitano’ non mi torcerebbero più le ossa fino a farmi mugolare.

perchè mi sento così molle e cedevole, neanche fossi interamente pancia senza braccia sufficienti per parare i colpi, così reattiva neppure fossi costruita per provare dolore e far uscire il livido anche solo per un soffio sulla pelle. come fossi solo pancia e sistema nervoso.

chissà quanto pesano due dita di spessore di ferro. abbastanza da farmi cercare l’acqua.

la faccia solo sotto una carezza

Paolo PellegrinFRANCE. Paris. Actress Maggie CHEUNG. January 2007.

un contorno che corre stretto lungo il corpo, il tuo certificato di stato di famiglia, quando sei solo.

la libertà è un concetto drammaticamente relazionale, nonostante l’orgoglio e l’autoconvicimento e la letteratura è proprio la logica a difettare, libero da che, se si è soli. 

il piatto il bicchiere il cuscino realmente utilizzato - dormo meglio con due cuscini - l’affondo nel materasso il posto del divano lo spazzolino i tasti lisi sul telecomando e l’ultimo canale su cui è sintonizzata la tv prima di spegnerla dove è lasciato fuori posto il cordless, singolo e notorio.

e la presa per il culo dell’architettura del corpo. quasi tutto doppio.

mi si è bagnata la legge morale

mi si frolleranno le carni e fiori di muffa rigogliosi faranno foresta tra i pensieri. non esiste giornata che non conosca titoli di coda bagnati - e grandinati e battuti dal vento - e non esiste fine giornata che io non conosca in modalità imbuto delle precipitazioni.

il mio approccio SEAL alla vita comporta che abbia individuato un assetto minimo necessario in dotazione obbligatoria prima di uscire, peraltro - a meno di non stare in mimetica e anfibi - le scarpe chiuse, il golfino e l’ombrello oppongono una resistenza burrosa agli eventi quando l’acqua precipita in una maniera tale che ti stupisci di non vederci mescolati cavallette e cadaveri di primogeniti maschi.

ieri sera ero infilata ad intercapedine sotto un portico (e sia reso ringraziamento alla lungimiranza sabauda per l’architettura cittadina) e  respingevo l’acqua ardita e fiera brandendo l’ombrellino come una sciabola, seguendo l’andamento del vento insieme agli altri compagni casuali di sventura meteo e creando così una simpatica coreografia, e nel mentre pensavo che la sequenza degli eventi assomigliava a uno di quei film che iniziano nel pieno di un dramma di difficile collocazione nel mondo reale e in cui il regista, per aumentare il senso di straniamento, in radida sequenza fa partire un immediato flash back del tenore ‘eppure in quella mattina, assolutamente ordinaria, nulla faceva presagire la tragedia imminente’, tanto perchè qualche minuto prima io stavo sorbendo una birra nel dehor di un bar in piazza ed era estate, faceva molto caldo, il cielo era perfino terso. 

poi ci è colata addosso la notte, appena straziata dai fari delle volanti che percorrevano sostanzialmente inutili le strade occupate dalle rapide, vuote se non appunto per il blu polizia e per gli intrepidi autisti dei mezzi pubblici, presi d’assalto nelle vie pedonali del centro, capsule di salvataggio, unico strumento anche solo per attraversare i corsi, evidentemente costruiti non con l’unica ratio di permettere la circolazione ma anche appositamente per fare da serbatoio idrico per i successivi momenti di siccità.

ammassati sotto ai balconi, con i vestiti incollati e freddi, addossati a sconosciuti nelle stesse condizioni, con i cori delle signore in risposta ad ogni tuono, abbiamo aspettato che spiovesse, circostanza non di univoca interpretazione dal momento che l’esodo è stato frastagliato, a seconda dell’ottimismo e dell’impazienza di ciascuno.

e così come se ne era andata, a capriccio, con tutto il suo corredo di afa, che dopo la pioggia calava non solo dall’alto ma irradiava anche dal basso, ci si è buttata di nuovo addosso l’estate.