celo celo celo
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vorrei essere meno ombelicocentrica. accade qualcosa - e il range ricomprende la rottura del tacco tra i sanpietrini della ragazza che mi cammina davanti, i disastri aerei e ferroviari, il borseggiamento del portafogli sul tram e la morte di artista internazionale - e la prima, ma diciamo spesso pure unica, reazione che provo è l’autoriferimento dell’evento alla mia persona, declinato, a seconda dei casi in ‘quella volta che è successo a me sono caduta rovinosamente davanti ad una folla’, ‘fino in irlanda il viaggio è breve poi statisticamente se ne cade uno adesso è meno probabile che caschi pure il mio’, ‘è talmente disordinata la mia borsa che al ladro, prima di trovare i soldi (e ammesso che li trovi), viene una crisi di nervi’, ‘50 anni, io allora quanto sono vecchia?’.
non dico che dovrei abbracciare l’altruismo cosmico disinteressandomi di me a favore dell’amore universale in un orgia giainista, epperò mi piacerebbe, proprio a livello di collocazione personale nella scala graduata della decenza morale, che la prima considerazione, in relazione agli eventi esterni, fosse concentrata sul fatto stesso, sulle implicazioni e conseguenze del medesimo sui protagonisti effettivi della vicenda, che spendessi un poco di secrezione di sinapsi per loro.
invece è inevitabile, anche di fronte agli episodi che cambiano la storia degli uomini io vado ad incasellare lo sturm und drang su questo insignificante petto, facendo sforzi inverosimili perchè io sono uno schizzo casuale ed infinitesimale di esistente, la superficie di cui dispongo è limitata, ad insistere a riportare a me la rivoluzione finisco solo per sgualcire l’episodio e farmi pure male.
probabilmente è la mancanza di un punto di vista superiore alla mia altezza. forse sarei meno meschina se prendessi a volare sopra le teste e sopra gli avvenimenti per distinguerli nella pienezza del loro svolgimento.
per egocentrismo verrebbe a cadere l’aereo.
24 giugno
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fiotti di persone sboccano dalle traverse, dalle strade incidentali, convogliati come il veleno nelle vene del condannato, con la stessa infame e gratuita determinazione, intasano ogni interstizio e arrivano a spingergli negli occhi, per consquistare comunque un posto, tanto che lui si sposta dalla finestra per non consentire loro di colonizzargli il cervello.
tanto anche se non li vede non può impedire al suono di ogni singola suola marciante di arrampicarsi lungo l’intonaco dei muri della casa, di abbracciarsi alle grondaie, di divaricare le molecole dei doppi vetri per gonfiargli le orecchie.
e le persone camminano e parlano, e dicono uno sproposito di parole, scegliendo quelle composte dai fonemi più devastanti quanto ad impatto. secernono suoni e secernono umori, miasmi, sincopati sotto casa sua, moltitudini di genti che per natura non si sarebbero mai trovate in quello spazio limitatissimo, la folla sta forzando le leggi fisiche ed evoluzionistiche: è ragionevole considerare che questo non avrà conseguenze?
per ora sono tutto sommato controllati, le facce e le spalle rivolte per la gran maggioranza in una sola direzione, ma cosa impedisce che esploda il caos, che quelle mani che ora reggono gelati, porzioni di corpo dei partner, mani di figli, volantini pubblicitari, prendano a graffiare i muri, a spingere gli altri monconi di folla, a cavare fuori il sangue, cosa impedisce la rivoluzione?
e non finiscono mai, le strade laterali continuano ad espellere individui su individui, una produzione infinita di carne, il raggiungimento della saturazione non può essere così distante.
lui si appoggia al letto e abbraccia le ginocchia, più sconfitto che terrorizzato, in una posizione di spontanea difesa delle parti vitali che sarebbero innocentemente inefficiente se alla fine il fiume umano travolgesse le serrature delle porte e si infilasse nella sua casa, stradicandola dalle fondamenta.
ogni anno, per lui, straziante patimento, la festa del santo patrono
neuroni a mandolino
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la circolarità dell’esistenza trova forme di epifania formali laddove, ad esempio, alla notizia di una separazione si affianchi l’invito ad un matrimonio.
per la partecipazione all’ultima delle circostanze - per la prima il problema non si pone, un qualsiasi tailleur sarà opportuno per il patrocinio - si è imposto l’acquisto di idoneo packaging. ovvero, non è che sia stata una imposizione con me nolente, in effetti non mi lascio sfuggire le occasioni che mi riconcilino con la coscienza e contemporanementente mi consentano di farcire ancora il guardaroba.
con la vecchiaia - ne ho assunto piena consapevolezza, ormai - la mia impalcatura somatica ha assunto i contorni delle donnine anni ‘50. penso che avrei fatto la mia porca figura colle calze al ginocchio e due pugni di riso in mano (che il riso ai matrimoni è utile). mi domando come sia stato possibile, partendo da una figura secca e piallata nell’adolescenza, arrivare a betty boop con un giro vita decisamente meno contrario alle leggi della fisica.
in ogni caso pare che ormai possa avere cittadinanza solo nei tubini, che una volta infilati perdono ogni linearità, stante il fatto che nelle sottovesti danzanti - il mio capo base nella mia vita corporea precedente - assumo pericolosamente la sembianza giusta per correre facendo mossettine in un film di fellini rincorsa dal protagonista di turno in un bosco.
tricologicamente sono coerente, la chioma bionda chiama e l’anca importante risponde.
resta che mi manchino clamorosamente diverse altre caratteristiche di corredo obbligato per quella tipologia di femmina. deficito di levità, sono brusca e normalmente inferocita a prescindere. e, mi rendo conto, l’aspetto fisico crea aspettative diverse.
ma sto cercando di migliorare.
è pur vero che ho chiamato l’amministratore di condominio nella seconda settimana di permanenza nella nuova casa per richiedere fermamente di provvedere all’avulsione della bicicletta assicurata al mancorrente da giorni due davanti l’ingresso della mia abitazione, ma ho usato un tono di voce morbido e non ho salmodiato nessun tipo di anticipazione delle conseguenze in caso di indifferenza alla mia richiesta (stamani la bici non c’era più). e in sottofondo, nella telefonata, non si percepiva la minima presenza di tronchesi.
architetture coerenti
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la strada che percorro al mattino per andare al lavoro - individuata dopo fini ragionamenti di efficienza motoria come la più breve - costeggia l’ennesima chiesa dotata di ennesimo e garrulo campanile. da quando vivo circondata da edilizia religiosa (quasi esclusivamente di ordine cattolico) ho scoperto come le campane non rintocchino semplicemente in declinazione din don, è generalizzato l’uso, per contrappuntare lo scorrere di misurazioni limitassime e casuali di tempo, dal momento che suonano in continuazione e non soltanto ad intervalli di ore o mezz’ore, di allegri componimenti registrati che si sovrappongono tra loro - contiguità di edifici e contiguità sonora.
la strada, angusta da consentire appena il passaggio di un’auto, manovra che obbliga i pedoni a stringersi ai muri, rabbocca anche l’ingresso dell’ufficio pegni di una banca, davanti al quale ogni mattina trovo stanziata in attesa di apertura umanità varia, accomunata dall’ansia resa plasticamente dall’accalcarsi, e da vestiti sbagliati, troppo sgargianti e limitati nelle donne, troppo sportivi e giovanilistici per gli uomini. appena un poco oltre, quel tanto da restare visibili ma rimanere fuori dalla giurisdizione della regolarità formale dell’istituto di credito (anche se nella modalità di erogatore di denato previa consegna del bracciale della cresima del nipote) stanno, da soli o a gruppi di due/tre, i liberi professionisti del settore, loro pure riconoscibili dai vestimenti evidentemente slegati da un ruolo ordinario nella società civile e dalla parlata molle e uniformemente partenopea.
pressochè dal primo giorno in cui mi sono trasferita e ho preso a percorrere quella strada ad inizio giornata, quando arrivo all’altezza del commercio mi viene incontro uno dei freelance, con finta casualità e indifferenza, e quando arriva all’altezza del mio campo uditivo prende a salmodiare ‘comproorocomprooro’ tutto attaccato, non guardandomi in faccia.
e senza che io abitualmente giri su un motorino indossando un casco integrale. devo avere dei tratti mariuoli nel viso.
la strada, quindi, superato il sudore dei soldi, sfocia in una piazza la cui soglia umida è una grossa fontana; intorno circolano auto e corrono le persone che vanno a lavorare. quando ci arrivo mi si allarga la possibilità architettonica di respiro e mi si allarga pure il cuore. ogni mattina supero la strettoia del bisogno della gente su cui altri fanno mercato fino al sollievo dell’autosufficienza.
io, allo stato, alla fontana ci arrivo.
spiritus acediae
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sono diventata una persona noiosa. a tale punto che devo interrompermi i pensieri, ogni tanto, che davvero non mi sopporto, hanno su di me il medesimo effetto di strazio di gonadi dei borbottii sempre uguali degli anziani in coda in posta.
sono diventata un borbottio. non dico che la mia produzione encefalica abbia mai inciso nell’esistente con forza dirompente e rivoluzionaria né che mi si attendesse come il messia nelle occasioni conviviali, epperò - quanto meno con riferimento agli effetti su di me - quanto meno non comportavo smascellamenti in declinazione di noia così appassionati.
sono quieta, ma nell’accezione arida del termine. mi sembra di convogliare la quasi totalità di energia vitale nella creazione cheratinica. ho gran belle unghie, per carità, ma non riesco a ricavarci molta soddisfazione.
occupo spazio a beneficio prossimo allo zero. anzi, stante la produzione di rifiuti sono anche un bel costo. mi annoio da me e non devo essere questa gran compagnia.
credo che finirò per diventare incisiva e stimolante come la carta da parati verdina. considerato che in casa teniamo i muri ad intonaco, quanto meno costituitò una macchia decorativa.
su questa pietra aconfessionale
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il tavolo sotto la finestra è un bel posto, ci inizio la giornata smascellandomi e costringendo gli occhi in modalità aperto. sarà la luce del sole che sbatte sul bianco del palazzo di fronte, queste reazioni ataviche agli stimoli naturali che anni di chimica non sono riusciti comunque a civilizzare.
il possesso di una lavastoviglie ha impennato esponenzialmente l’utilizzo di stoviglie, ho riscoperto l’uso del bicchiere come diaframma tra la mia cavità orale e il collo dei contenitori di liquidi. io poi nutro adorazione per le macchine pulitrici, hanno un che di sacrale - mondano i peccati della vita terrena - caratteristica forse accentuata dall’abitudine di aprire lo sportello esattamente a fine lavaggio con la conseguente invasione della cucina dei vapori bollenti neanche fosse un antro che conduce al centro della terra.
ho un sacco di porte, una serie di cesure infinite tra me e il resto, ho un sacco di resto. lo spazio amplifica i rumori che rimbombano sui muri spessi, giusto addolciti dal legno per terra.
dovrò comprare qualche sostegno aggiuntivo per allocare i corpi in assetto seduto di coloro i quali - e già sono stati numerosi - vengano in visita. gli scalini interni possono servire in stato di emergenza e fanno anche molto glamour, però una sedia è meglio. peraltro gli scalini hanno svariate funzioni, come appoggio per gli scatti in chilometro lanciato del gatto o quale diversivo per divertire eventuali bambini.
dormo come morta, aggancio il cuscino e perdo davvero i sensi. credo tanto possa significare che mi senta a mio agio. stante il fatto che mi sia capitato lo stesso ad ogni cambio di casa (attività reiterata con entusiasmo negli ultimi mesi) comincio a pensare di essere pronta per i ponti.