I’m on my way / Home sweet home

Guy Le Querrec

è successo, è arrivato il giorno di andare via. le temperature morsicano di meno rispetto all’inizio della settimana, quanto meno questa è l’impressione del mattino, allo stato la mia schiena non pare voler essere la protagonista della giornata lasciandomi onesta mobilità, tutte le (numericamente e contenutisticamente risibili) affezioni di cui soffro si sono sfogate ieri, ho comprato un rotolo nuovo di nastro marrone. dovrei farcela.

non ho celebrato nessuna liturgia del distacco, non perchè non provi proprio nulla a lasciare questa micro casa - d’altronde è stato il primo anfratto tutto sommato morbido in cui mi sia assestata dopo che ho lasciato la vita precedente, considerandola in blocco dal punto di vista carnale e geografico. è passato quasi un anno - il precipitato materiale del quale è impressionante quanto a dimensioni, riesco ad accumulare quantità di roba inaspettata misurandomi le manine - e a guardare le pareti con la carta da parati di cui per fortuna il gatto, dall’acume prodigioso, ha appreso l’esistenza solo recentemente (e altrettanto recentemente ha scoperto quanto possa essere gaudioso strapparla con le unghie lasciandosi andare a peso morto, ma restando vigili il necessario a schivare l’infradito che prima o poi arriva in volo ad interrompere l’iddilio) non ci vedo appiccicato il residuo di malanimi che abbia provato. ci sono stata bene, evidentemente costretta nei contorni, ma con un periodo refrattario da risveglio al mattino dopo il quale non capisci dove tu sia contenuto. insomma, nonostante la precarietà è riuscita a farsi sentire casa mia.

ora avvolgo i piatti neri dell’ikea nelle pagine di cronaca cittadina, ripongo le lenzuola mai stirate (che non potranno più prendersi il sole stese ad asciugare stante l’assenza di balconi consoni) negli scatoloni, raccolgo il gatto timido che opporrà lievissima e compita resistenza a farsi infilare nella gabbietta. poi mi siedo sulla enorme valigia rosa a cui è saltata la maniglia l’anno scorso mentre la trascinavo per le scale incrementando la difficoltà per l’autista del taxi delle operazioni di caricamento e scaricamento all’aeroporto, e aspetto che mi si venga a prendere.   

 

http://www.youtube.com/watch?v=_BBlWxkwJtU

l’esperto risponde

Fontana del Frejus di Piazza Statuto di Torino,ideata dal conte Marcello Panissera

e capita che uno si ritrovi esperto proprio nell’ambito - l’educazione sentimentale - in cui si sentiva deficitario fino all’espulsione dal mondo civile non tanto tempo fa.

è da domandarsi come accada che esitano gli esperti: si qualificano tali essi in un impeto di egocentrismo o li riconosce così il bacino di utenza della loro sapienza?

io di sicuro non mi sono appuntata gradi di riconoscimento di specialista in gestione amorosa, anzi, come detto, a causa della sofferenza indotta quasi un anno fa nei confronti di chi ho lasciato, mi sono sentita più un killer sentimentale, e pure maldestro.

eppure ora viene fuori che mi si chiedano consigli in ambito di terminazioni di relazioni, sia di carattere emotivo che tecnico-legale (che mi si confanno maggiormente vista la mia impostazione da donna prassede).

continuo a vedermi le mani di un camallo che si ritrova a dover ordinare una cristalleria, in ogni caso quanto meno posso utilizzare l’esperienza vissuta. si aggiunga come il mio approccio sia stato decisamente uno dei più drastici possibili - l’essere andata via di casa io, l’aver cercato un appartamento nel giro di qualche settimana e compattato tutta la vita in due baulate d’auto - pertanto guardo dall’alto tutte le gradazioni meno aggressive della rottura che mi si raccontano.

così io presto consiglio, trovandomici a farlo abbastanza incredula. peraltro penso che più delle informazioni pratiche, l’urgenza vera di chi viene a parlarmi sia di avere una conferma tangibile che in qualche maniera se ne esca - e nel mentre che vivi il distacco, e causato da te, tanto pare furiosamente impossibile - e che poi alla fine tutto si aggiusti. come fossi una sorta di obelisco che commemori non i caduti ma i sopravvissuti alla guerra.

Transene al mercurio

Young Woman on the Beach, Philip Wilson STEER

le scatole che sto riempiendo ora sono decisamente poco amare e ben differenti da quelle che formavo quasi un anno fa, in occasione del precedente trasloco.

ieri stringevo i lembi degli imballi - che non riesco mai a ricongiungere così come la geometria delle corrispondenze richiederebbe ma forzo, spingo, obbligo - col nastro marrone, armata di cutter perchè mi fa sentire più professionale che le forbici, mentre in tv ronzava una commedia italiana anni 50 della cui storia ho percepito qualche boccone, ragazze che aveva organizzato una truffa, grosso modo, ed il lieto fine consisteva in qualche schiaffone rivolto dai fidanzati alle rispettive che però sanciva il fatto che gli stessi le avessero perdonate e accettassero (che misericordia) di riprendersele per farne donne oneste.

in un impeto di efficientismo ho accumulato sul balcone orde di scatoloni, forniti dalla generosa farmacia sotto casa, e l’intero trasloco ha preso una piega sanitaria, il lettore dvd e lo stereo sono stati imballati nel contenitore di assorbenti per le ‘piccole perdite femminili’, come sono delicatamente descritte dalla dicitura discreta sulla confezione, mentre parte delle mie scarpe è allo stato qualificata medicinali omeopatici contro le allergie.

il caldo furibondo e iniziato a tradimento ha come intontito la città. il fatto che fosse domenica, con il lassismo che il giorno comporta, ha addolcito ancora di più le reazioni, perchè probabilmente se avessi tentato durante la settimana di arrivare fino al portone con l’auto, carica di pseudo farmaci, gimcanando tra le bancarelle di prodotti tipici allestite in occasione di non so quale manifestazione lungo la strada pedonale su cui espone i gomiti alla finestra la mia nuova casa (con l’ostensione sul parabrezza di tutti i permessi di circolazione, fermata, vita, duramente conseguiti l’altra settimana a colpi di sportelli e marche da bollo), il pacioso commerciante che aveva montato il banco proprio davanti al mio civico  non mi avrebbe aiutato a far manovra sorridendo stanco.

il mio luogo mentale preferito, che avessi potuto avrei dilatato fino a farlo diventare dimensione unica, è sempre stato il sabato di giugno. mi sarebbe piaciuto vivere in un eterno sabato di giugno.

ora sto diventando domenica di agosto.

la prima notte di caldo

hopper, Estate Interiore, 1909

quando fa caldo pare che le distinzioni notte e giorno, sonno e veglia si facciano indistinte, prende luogo una sorta di interregno sfumato che rende meno improbabile - meno riprovevole - essere desti al buio, a causa di uno stimolo a non lasciarsi sfuggire del tempo che pare idoneo ad essere vissuto molto più che di inverno, e risposare di giorno, come tregua per le temperature accecanti e come necessità per la frenesia notturna.

pare si proceda a bocconi, a morsi di giornata, mai veramente coscienti e mai veramente incoscienti. come quando si sta in vacanza, durante la quale sei tu a dare il ritmo alle ore e ad adattarle a quello che vuoi fare e non viceversa. come quando si è innamorati, che la percezione dello spazio e del tempo diventano approssimative, considerato che l’unità di misura dei luoghi è il corpo dell’altro  e la distanza che ti divide da quello e lo scorrere dei momenti è l’intervallo tra quando state insieme e quando ci starete di nuovo.

io d’estate sono sempre innamorata.

SAL

Patrick ZachmannSINGAPORE. 1995. French Festival,

svolgendo un lavoro che inizia e termina nella mia persona - la solitudine del professionista - sono decisamente poco abituata a coordinare le prestazioni di molti. che poi, detta così, sembra che stia allestendo la prima alla scala mentre mi riferisco soltanto all’approntamento in termini civili dell’appartamento dove andrò ad abitare tra poco (tra poco 10 giorni, occorre che me lo ripeta come un mantra affinché mi penetri addosso superando gli spessi strati di pigrizia e attitudine al rimando che mi appartengono, instaurando finalmente il consono clima di allarme assoluto).

epperò dal momento che, ovviamente, non faccio tutto io, e mai le divinità nell’intero pantheon e pure quelle lasciate fuori per limitatezza di vedute saranno ringraziate abbastanza per questo, e occorrendo che comunque sia l’intero il più possibile somigliante all’abitabile negli stringenti tempi indicati, necessita che controlli il fluire degli eventi perchè convoglino al risultato generale.

e i tempi predeterminati non si avvicinano pressoché mai alla realtà: certo questo capita anche a me quando lavoro, ma essendo io monade ogni ritardo comporta soltanto bestemmie e personale aumento furioso del ritmo.

far combaciare componenti differenti è decisamente più complicato, perchè occorre modificare le combinazioni, saggiare le potenzialità di incastro, avere fantasia, insomma.

vedere una persona portare a compimento una operazione che istintivamente sono propensa a credere di impossibile mia diretta realizzazione - e con ciò riunisco la quasi totalità dell’attività manuale -  ha sempre qualcosa di sacrale, ieri guardavo l’avvitamento dei mobili svolto con gesti misuratissimi probabilmente anche con le mani dietro la schiena come gli anziani davanti alle benne in azione per strada, colla differenza, però, che io non sono pronta a dispensare consigli per la migliore riuscita dell’opera.

e poi le cose riescono, si adattano l’une alla altre neanche fossero nate combacianti, al risultato alla fine in qualche maniera si arriva.

il mio siderale pessimismo mi permette di restare abbagliata dalla meraviglia appena ci si allontani dalla tragedia.

 

l’anarchia dei profili

maurizio papucci, acqua 8

quando accadono a te, le cose, han proprio una forma diversa rispetto a quando capitano ad un altro.

perchè la sagoma la dà il contenitore - ovvero la persona sulla cui vita incidenta l’evento.

questo spiega in qualche maniera come l’esperienza diretta sia incommensurabilmente più utile di qualsiasi sermone di illuminatissimi pareri altrui. certo, uno si eviterebbe volentieri determinate esperienze, essere saputi è meno importante che essere vivi (o anche abbastanza sani).

quando mi si raccontava, a me che col gingerino mi ritrovavo colla testa attaccata al collo come un palloncino col filo al polso, che vomitare dopo una sbornia pesta fosse sì fastidioso ma molto liberatorio, tendevo a crederci e mi pareva anche una narrazione mitologica, come la polvere della route 66.

liberatorio un bel paio di gingilli.

vomitare fa schifo quando sei ubriaco esattamente come fa schifo in qualsiasi altra circostanza, le volte in cui mi è successo rigettare è stato talmente doloroso e sfibrante che è diventato il centro della vicenda - vomitare e accidentalmente prima aver bevuto.

ciascuno di noi ha una parte più esposta, sensibile, e gli accadimenti, quando si adattano al corpo, diventano sporgenti in maniera complementare in quella medesima parte.

così se mi si ritarda la consegna degli esiti degli esami del sangue il mio immarcescibile ottimismo (e protagonismo) immediatamente traduce la vicenda come il rinvenimento di valori incomprensibili che hanno zittito l’intero laboratorio gettando sui dottori un misto di sconforto per la rivelata loro ignoranza e di curiosità scientifica per la nuova sfida che gli si proponeva. per qualcun altro sarebbe stato l’ennesimo esempio di malasanità ed inefficienza del sistema sanitario pubblico, ed è una vergogna e siamo sempre e solo noi a dover pagare.

similmente, non credo possa esistere la dichiarazione d’amore perfetta, in quanto che non credo possa esserci quella che riesca a rassicurare - perchè tanto fa, la dichiarazione, promette lungo, riempie le insicurezze - tutte le incertezze sul rapporto in essere, su chi la riceve e su chi la pronuncia contemporaneamente.

a me che continuo a portare i capelli lunghi nonostante si rilevi poco funzionale, camminando sempre raso all’orrido - per non perderlo di vista, forse perchè ci ricavo in negativo l’identità, forse perchè ci ricavo in positivo quella stessa - e passando molto tempo a pensare di non avere le ghiandole opportune per star bene in maniera endogena, inchioda, nel flusso di coscienza del fatto che sia vero successivo alla dichiarazione, che stare insieme renda felici. 

non li fanno più gli stallieri di una volta

Ian BerrySouth Africa. Le Cap. 1984.

le signore hanno bisogno dell’esotico, dell’uomo con una identità virile tradizionale che le faccia sentire femmine. dopo aver richiesto a gran voce un livellamento tra i sessi quale passaggio necessario per il riconoscimento effettivo della dignità delle donne, alla fine pare che siano attratte dall’eco di retaggi passati, perchè l’accomunamento dei ruoli renderebbe spaesati e privi di identità non solo  gli uomini, ritrovatisi castrati, ma pure coloro dalle quali è partita la richiesta di riavvicinamento paritario tra maschio e femmina.

ho sentito questo ragionamento in più conversazioni, condotte, in genere, da persone cum verga senza compagna, appena incattiviti della situazione. rimango sempre sorpresa dal fatto che, quando si parla di accomunamento ad un livello di non accesa gerarchia tra i sessi, i maschi si sentano castrati, come se l’elemento femminile prevalesse necessariamente, sommando i valori diversi, maschio + femmina = femmina. è pur vero che talvolta si denunci la virilizzazione della donna, il fatto che starebbe rinunciando al suo essere femminile (per il fatto che abbia un c/c a nome proprio e non consumi più le ginocchia al bordo fiume lavando i panni, ma si sa, la dipendenza economica e le rotule sanguinanti sono sofisticati strumenti di seduzione più potenti delle ciglia finte), ma se ne parla, appunto, con specifico riferimento all’emancipazione femminile in senso assuluto, privo di relazione coll’altro sesso, e comunque in termini tutto sommato poco spaventati da parte delle donne.

se si riflette invece di perequazione tra i generi, pare esito obbligato che si traduca in una deriva di xx generale, circostanza terrorizzante, peraltro, per chi stringe il proprio y.

in ogni caso, le donne, anche (o soprattutto quelle) che più si dichiarano apertamente a favore dell’equilibrio di doveri e diritti tra maschio e femmina, sospirerebbero per l’uomo tradizionale che le restituisca all’identità di femmina.

al di là delle tecniche sessuali, perchè questo dire sospirare e anelare delle donne a me pare faccia riferimento più ad una privazione - e povere loro e ci credo, che anelino - di prestanza fisica altrui nel letto, il maschio convinto della superiorità naturalmente insita nelle gonadi (rammentando come pure la neoplasia sia naturale e che il fatto di esser naturale non sia necessariamente sinonimo di essere buono) a me non definisce meglio la mia identità femminile. a me definisce meglio la porta per andare via, al più.

la mancanza di rispetto non è niente sexy, il fatto di essere considerata una appendice ‘e signora’ affatto affascinante.

il riuscire a seguire i contorni della propria personalità individuale solo in sottrazione - tutto ciò che non sia il maschio - è riduttivo e falsante quasi in maniera comica.

epperò sembra che in qualche misura sia così, le donne bramano in silenzio l’uomo formato secondo i retaggi più arcaici della propria identità.

e, stante l’imposta castrazione dell’uomo occidentale, il maschio esotico.

sarà.

a me sembra un, pure infantile, tentativo di astrazione e razionalizzazione e elevazione culturale abbellita e rigorosamente asessuata della già sopra citata voglia di certa soddisfazione fisica, una distorsione a cui magari concorre pure la compagine femminile anelante.

ricorda un po’ l’assioma per cui una donna non tradisca mai per pura foia, ma sia necessariamente comunque innamorata.

una donna

almà ch, teresita

porta le mani fuori dalle tasche come i denti troppo sgusciati dalle labbra.

e le sue idee, cementate di prevedibilità come le strade di pianura che vomitano piatte per chilometri fino a farti balbettare per la pietà di una curva, anch’esse sempre esposte, comunque a sproposito.

si tira la camicia stretta sul seno maleducato con intenti forse di seduzione ma disabituata, la mancata frequentazione con l’altro sesso l’ha privata del punto di vista maschile di ciò che è eccitante, si acconcia come sulla base dei suggerimenti dati alla nipote vergine dalla vecchia zia mai toccata, presa dall’ansia che il proprio destino di zitella possa imprigionare anche la ragazza.

manifesta platealmente fastidio quando qualcuna - qualcuna che le somiglia ferocemente - le rivolge la parola mentre carica la spesa sul nastro trasportatore alla cassa del supermercato rivolgendo lo sguardo stizzito verso la cassiera, perchè non ha tempo da perdere, perchè i discorsi da vecchia la disturbano, perchè lei è diversa e ha tanto da fare. epperò quando sguaina la tessera punti inonda la commessa di argutissime considerazioni, tanto illuminanti da far emergere la medesima espressione di fastidio di prima su chi è bloccata a lavorare  senza via di scampo e non può far altro che rimandare l’occhiata di tedio a chi segue nella coda. nella perfetta ciciclità della noia.

la bocca spalancata, l’ego teso dolorosamente sui bordi, il corpo sempre proteso ad occupare spazio.

l’unica parte contratta, gli occhi, a linea dritta. esito di anni passati dietro lo spioncino, a guardare nervosamente la vita degli altri.

preferisco aspettare in piedi

Hospital waiting room, David PetrankerHospital waiting room , David PetrankerHospital waiting room, David Petranker

Hospital waiting room, Artist: David Petranker Hospital waiting room, Artist: David Petrankerl’orologio segue quasi sempre l’ora sbagliata - solare se vige la legale e viceversa. evidentemente aspettare che torni attuale appare più efficiente che, trascinata una scala, rendere la segnalazione di qualche utilità ai pazienti che aspettano. e poi così può costituire un diversivo.

nella scala pantone esisterà una nomenclatura specifica di verde ospedale. probabilmente potrebbe riconoscersi una funzione sociale anche nella tinta, in contrasto con la quale anche coloriti evidentemente malati appaiono migliorati.

certi uomini ringraziano il proprio tabagismo e le limitazioni legislative della libertà personale e gli ospedali con i balconi.

le parole si asciugano nella bocca di quasi tutti, giusto qualche ‘come va’ ritmico frantuma la collettività zitta tenuta unita dall’ordine delle prenotazioni, scandito da una voce senza corpo che rende appena mistico il tutto. ma c’è anche chi parla fino ad esplodere, e non si capisce di cosa, se di compiaciute cronache con amore per i particolari purulenti di operazioni chirurgiche o di divisioni ereditarie, manifestando comunque di non provare alcun trasporto per le sorti di chi sono andati ad accompagnare lì.

c’è una vita prima che farfuglino malamente il tuo nome - anche il nome più vincolato nella pronuncia - e una dopo. che nei ricordi possono assimilarsi, qualora l’esito sia coerente con il vedrai che andrà tutto bene che è diventato il contrappunto di parole costante da quando il medico ha stabilito che si dovesse fare l’esame, fino a cancellare la cesura esistenziale che invece esiste. e rimane chiarissima nei ricordi solo nel caso in cui, ferocemente, non vada tutto bene. 

la cerimonia della fototessera

Nadar Sarah Bernhardt c.1860

mentre il phon asciuga l’umido della stampa dalla pellicola la faccia è ancora troppo lontana per riuscire a distinguere se si sia venuti male o molto male.

non capisco se la sensazione di straniamento di fronte alle proprie membra fotografate sia dovuto al fatto che non ci si riconosca (io non sono così) o all’angosciante presa di conscienza di come si venga percepiti all’esterno (oddio, io sono così?).

la presenza di un certo allestimento scenico, gli ombrellini bianchi che convogliano la luce, lo sgabellino su cui ti fanno sedere impercettibilmente di 3/4 mi inoculano tenera speranza ogni volta. frustrata in maniera pressoché costante.

la circostanza più triste è il fatto che mentre adesso rigiri la fototessera nelle mani e consideri che sia venuta decisamente peggio di quella che fino ad ora troneggiava nella carta di identità ciancicata sul bordo superiore (inevitabile esito di incauto posizionamento del documento nella tasca posteriore dei jeans nell’assetto essenziale dell’andare a ballare, contanti ripiegati nella carta di identità e chiavi e cellulare nelle tasche anteriori), in allora avevi formulato le medesime considerazioni torturando tra le dita il precedente scatto. e farai la stessa cosa tra 5 anni, perdendo la memoria della sequenzialità in diminuendo.

c’è da dire che la probabilità della consunzione sul bordo della carta di identà causa vita notturna danzereccia si abbatta proporzionalmente, di scatto in scatto.