ritratto

http://www.amicidelcirco.net/index.php?option=com_content&task=view&id=1474&Itemid=1, Circus of Horrors

la vocetta stridula addosso ad un uomo già è fastidiosa di per sè, pare innaturale, produce la medesima confusione degli zigomi di plastica infilati sotto la pelle di una faccia del tutto priva di tratti centro asiatici. solo che invece di giustamente vergognarsi del proprio handicap lui la brandisce come una spadina di legno, agitandola credendo di terrorizzare con metallo lucente l’interlocutore, straziando fino dentro il sistema uditivo di quello.

ma l’attitudine a rivedere sé come  fosse merce pregiata è la modalità generale con cui conduce la sua vita: di fisicità tra l’ordinario e lo scarno dissalato, a seconda dei periodi dell’anno, si piazza sul bancone vanesio, deridendo sguaiatamente le eventuali espansioni in curva orizzontale altrui ponendo sè come fulgida pietra preziosa di paragone circa la giustezza estetica. giochicchia coi capelli che gli spiovono sugli occhi, portati lunghi come un ragazzino - con ciò chiamando alla mente civetterie caste da presentatrici avon - pensando di porre in essere fine arte seduttoria. frammenta le parole come una centrifuga e non si capisce se per corrispondente polverizzazione dei flussi mentali o per difetto del palato o se volontariamente, valutando di ingenerare così consumante bramosia ed attesa in chi si sforza di afferrare almeno qualcosa dall’emissione di fonemi, i quali gli scappano fuori urlando e prendendo ansiose direzioni qualsiasi come nel corso di una esercitazione anticendio. decora il cellulare di suonerie che imbarazzerebbero le proprie nipoti figurandosi di spiccare come istrionico anticonformista. chiede istericamente l’aggiornamento del numero dei sottoposti quasi gli elevasse l’anima, ciascuno che si aggiunga, direttamente in faccia a nostrosignore. racconta delle sue epiche gesta rappresentandosi fiero guerriero, eppure le uniche circostanze in cui abbia fatto di uso di violenza si riducono a gesti di arroganza piccola, nello scuro di angoli sicuri del suo territorio e senza sfidare certo quei grandi campioni che si vanta comunque di riuscire a sconfiggere quando vuole.

ma è un comportamento ragionevole, una spada di legno garantisce una difesa fragile .

imprenditoria di nicchia

Eve ArnoldUSA. California. Los Angeles. Actress Joan Crawford. 1959.

non ho voglia di dividere nessuno in una dark room.

l’intera questione, non riesco a vederla nella sua dimensione peccaminosa e di malia.

anche se dipinti di scuro, penso ai corridoi di questi luoghi di lussuria distinguendo sotto alla tinta scura le corsie del supermercato o le file del tapis roulant, a seconda di quale fosse la destinazione precedente dei locali poi adibiti a club privee. e l’ansimare generale mi sembra solo troppa gente che respira in un ambiente piccolo, dopo essersi infilati vestiti troppo piccoli comprati in negozi che non vendono abiti pensati per essere indossati da persone, ma da corpi come fossero fumetti.

e mi figuro l’angolo discoteca quale necessitata anticamera di insensata educazione, come se il fatto che non ci sia direttamente il materasso oltre la soglia di ingresso rendesse più elegante il tutto, ambiente decorato con canzoni dance vecchie di qualche anno e cocktail dai nomi che vorrebbero essere allusivi.

non riesco a concentrarmi sulla maschera, cedo inevitabilmente a quanto sta sotto.

forse mischiarsi con uno sconosciuto di cui non sai nulla, con una ragazza fissandole le scarpe a stiletto, mantenendo la relazione su questo piano di allestimento scenico come si svolgesse tra patinati fruitori di sesso proibito in un luogo fuori dalla realtà, forse per qualcuno è erotico.

solo che ho la certezza che finirei per distinguere, tra le lenzuola di raso, il ragioniere del caf che compila le dichiarazioni dei redditi agli anziani e l’addetta GTT che stancamente multa le macchine fuori dalle strisce blu. con l’aggravante di non stare su un onesto letto coordinato alla camera matrimoniale in una stanza colle tendine alla finestra che dà sul cortile condominiale e le tazze della colazione da lavare nel lavandino.

cosa c’entri col sesso tutto questo, davvero non lo so.

il 90% non è acqua

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io gli anni che ho - io li sento tutti. distintamente nel profilo di ciascuno, precepisco la pressione dei singoli giorni, lo spazio dimensionale che mi occupano dentro.

l’incremento del tempo porta conseguenze, rallenta certe reazioni, sbiadisce convinzioni, ma rende i morsi della percezione di determinati eventi addosso più prodondi e persistenti.

ci sono comportamenti che si sentono come tollerabili, fino ad una certa età. magari sbagliando, perchè non bisognerebbe mai tollerare, ad esempio, di farsi mancare di rispetto.

epperò se l’offesa ti si rivolge quando sei adulto, oltre al risentimento nei confronti di chi ti muove il torto ci si aggiunge quello proporzionalmente crescente con l’età dell’astio nei confronti di sè. perchè appare così evidente, tanto da rendere imbarazzante persino perdere tempo a rifletterci sopra, che non lo si può permettere.

più sei adulto meno è possibile concedere di farsi mancare di rispetto, ma non per una questione di superomismo o di prepotenza, quanto perchè la materia prevalente con cui si è fatti, ormai, è la dignità.

e l’offesa, arrivandoti addosso, non colpisce quasi più l’energia, la leggerezza, l’incoscienza, che invecchiando evaporano, prendendovi luogo la dignità, appena dopo la pelle la prima e l’unica materia a venire lasa.

la reazione di tutela di sè, così, è percepita necessitata, inevitabile, come l’espirazione.

e l’eventuale, volgarmente utilitaristica, impossibilità di farlo, quella è l’offesa che trapassa le viscere.

il settimo giorno

Il Golem (1920, regia di Paul Wegener e Carl Boese)

l’istituto del centro commerciale - nello specifico, dell’unico centro aperto in città - di domenica pomeriggio tardo mentre piove, o meglio mentre continua a piovere da un tempo remoto, che pure gli ultraortodossi creazionisti avrebbero imbarazzo a collocare in un passato non trapassato, somiglia a un golem pauroso quasi quanto gli episodi di femmine anziane mannare (la vera incarnazione del male, per quello che mi riguarda) in cui sia sfortunatamente inciampata nella vita.

c’è da dire che il centro commerciale, una volta varcatane la sudata soglia nell’uscire, non riesce più ad affondare le adunche dita voraci nella tua carne (sempre che, una volta quasi arrivata a casa non ti venga il fastidioso scrupolo di controllare che, sai mai, abbia dimenticato la carta di credito a possedere il pos nell’ultimo negozio in cui hai fatto girare l’economia, e sì, l’hai dimenticata), invece le femmine esprimono il proprio potere mefitico al meglio nella distanza.

in ogni caso ieri, anche per reagire ad uno stato di balbettio mentale pericolosamente scollinante nell’immobilismo, appena appannato dalla scossa tellurica che pensavo essere un mio ennesimo tilt delle sinapsi (complice anche il placido proseguire del giusto sonno del gatto, creatura notoriamente dotata di finissima sensibilità e capacità di previsione dei disastri naturali) ed invece era sì natura malata, ma fuori dalla giurisdizione della mia cervice, era giorno utile e improcrastinabile per fare cose, per essere produttivi e performanti. sono rimasta tumulata a letto fino alle 18, poi il futuro e il progresso hanno avuto la meglio.

ed eccomi nel centrocommerciale, prima ancora nel parcheggio del centrocommerciale a guardare la fila di coloro che cercavano strazianti di andare via nell’unica uscita brillantemente progettata da un nome roboante della scienza e arte dell’architettura patria, come sempre senza provare ansia per il fatto che di lì a breve avrei fatto la stessa fine per l’immarciscibile incoscienza e incapacità di metabolizzare l’avvenire che fiera mi accompagna.

una respirazione (soprattutto una espirazione) collettiva come neppure nei falansteri appannava i vetri anche delle lenti a contatto, ma quello che mi sosteneva era l’avere almeno consapevole la missione di dover portare via n. 1 televisore, n. 1 computer portatile, n. 1 navigatore satellitare e n. 1 lavatrice ed il fatto di sapere dove andarli a prendere.

ho scelto quella bella platea di elettrodomestici fingendo all’inzio di leggerne sui cartellini portanti le specifiche le diverse caratteristiche e cercando anche conforto nella comparazione. peraltro è evidente perfino a me stessa che io sia ignorante e bestia, in ambito tecnologico - che ricomprende l’esistente posto su una semiretta che origina da una lampada ikea fino, in sequenza, ad un motore per razzi per viaggi interstellari e pure oltre, se esiste qualcosa di più complicato - e alla fine mi stanco, e alla fine è collocato temporalmente al terzo processore portatile che guardavo. così ho preso quello nero che sfuma in rosso scuro collo schermo 16”. per la tv ho speso ancora meno tempo, scegliendo quella a stretto giro di sguardo col cartellino ‘offerta’. per la lavatrice sapevo di dover imprescindibilmente avere qualcosa di classe A A, poi si è derubricato in A C per l’incidenza economica dell’originaria formula alfabetica. circa il navigatore l’addetto di reparto era tanto capace e simpatico e ha preso una decisione giusta, secondo me.

la complicata messa prevedeva il procurarsi di plichi infiniti di fogli con l’ordine da ciascuno dei responsabili dei frammenti merceologici - e tanto comportava fare una rispettiva coda davanti a questi sacerdoti, circondati da orde ansimanti di genti che ‘dovevano solo chiedere una cosa’, faccenda che imponeva di segnare il territorio e la primogenitura del posto con sguardi iracondi e fieri e pure qualche parola oltre che diminuire la distanza tra il tuo corpo e quella del povero dipendente coll’avvicinarsi del momento della tua chiamata fino all’aderenza - e poi l’andare al box informazioni per la stesura dell’ordine definitivo, del pagamento e dell’emissione di quantità ancora maggiori di fogli. si aggiunga l’ulteriore complicanza dell’aver selezionato l’opzione ‘consegna a domicilio’, che ha comportato la compilazione di almeno altri 4 moduli, alcuni in duplice copia perchè, come diceva l’operatrice al di là del banco, ‘non si sa mai’.

cerimonia che ha comportato l’impiego di tempo lunghissimo e di ogni stilla di energia vitale in corpo. sono uscita di lì più pesante di svariati kg di carta ma prosciugata da dentro.

la maggior parte degli utenti che brancolavano per i corridoi umidi - questo mi ha colpito - avevano le mani vuote. si imponeva una simile prova da eroi, affrontando la pioggia e il traffico e il parcheggio e il dover scansare la folla per camminare e non perdere i figli piccoli che correvano alla ricerca di patatine fritte, trattenendo gli occhi nelle orbite immersi in un vociare altissimo, per niente.

per fare un giro.

dovremmo nascere muniti di bugiardino. 

bisturi

l’alterazione dei ritmi ordinari indotta dalla (pur breve) vacanza di pasqua ha comportato il germinare in zone temporali improbabili di stimoli incoerenti col momento della giornata - per esempio molta fame adesso, che provvedo a tacitare rinvenendo nella mente la taglia dell’ultimo paio di pantaloni comprato. o il sonno dopo le 8, con conseguente ripresa dei sogni lisergici mattutini.

mi sono messa a respirare come le anziane che si illudono di rafforzare i polmoni grazie all’aria iodata, camminando bordo mare, ma è che invecchiando mi ritrovo a trafugare con sempre crescente bramosia quello che mi piace, ci affondo i denti anche se non sta bene.

nel mentre gli altri corsi di vita liquida sono continuati a fluire, il contratto di affitto per la casa nuova dovrebbe essere concluso in settimana con conseguente allungamento come un lobo di una donna che reagisce all’ammonticchiarsi degli anni con l’aggravio del peso dei monili della lista delle cose da fare. mi motivano gli avambracci sul metallo sbiancato dei piccoli balconi poggiati a leva per verificare che - davvero! - si vede piazza castello.

per equilibrare, sul fronte alleggeriti si posizionano il conto corrente e il povero gatto, mondato di gonadi da ieri mattina. aveva lasciato l’assetto anti sommossa sotto al letto dove si era blindato per tutto il pomeriggio dopo che l’avevo riportato a casa dall’ambulatorio giusto questa notte, per dormire comodo sul letto, pensavo che la sua memoria dall’estensione infinitesimale avesse cancellato l’odio nei miei confronti, ed invece stamani nuovamente si è rintanato nel bunker sotterraneo tra borsoni, valigia e molta polvere.

reciso quanto andava reciso, ciascuno per propria competenza, siamo tutti pronti per la vita nuova.

 

la notte slabbrata che non vuole cedere all’alba

Natale Addamiano, Trabucco di sera, 2009

se è instabile pure il punto a cui dovresti afferrarti - inizia in quel momento il panico.

non avere un elemento calmo dove rivolgere gli occhi, una qualche via di fuga, sia che si intenda nel concreto come una parete ferma che non crolli o degli occhi che si assommino ai tuoi nel residuo coraggio, è annientante.

il fatto che non esista un punto sano dove fare leva stabile, manchi una porzione di esistente positiva da considerare come meta per motivarsi ad alzarsi e scappare via, che faccia media migliorativa con il guano in cui quel momento sei avvitato.

e poi, nel momento in cui siamo fuori casa viviamo costantemente, in maniera atavica, con un filo di inquietudine, mai esattamente rilassati come se si considerasse l’estrema possibilità che possa avvenire qualcosa di negativo. mentre, quasi la casa propria avesse una valenza magica, chiusa la porta dell’abitazione ci si spoglia anche dell’armatura morale di difesa, schiantano al suolo facendo rumore i metalli con cui ci proteggiamo all’esterno. pertanto l’aggressione nel proprio letto è ancora più lancinante.

credo sia lo stesso meccanismo mentale che renda esponenzialmente più drammatica l’ipotesi di offesa imposta da un familiare, da un amico: proprio le mani a cui si affidano più dolcemente le proprie spalle sono quelle che ci cavano invece il sangue.

circostanza che mette in ruvido risalto come non discenda da una stirpe di navigatori, quando sbarco da un qualsiasi natante il liquido nelle orecchie prosegue a ondeggiarmi a lungo prima di trovare il suo livello, continuo a camminare abbassando il baricentro come non avessi trovato ancora terra.

ecco, chi ha subito un’aggresione - dalle viscere della terra o da un’altra persona -  si ritrova privato della propria stabilità non solo nel momento in cui viene masticato, ma pure dopo, l’effetto del male subito riverbera i propri effetti come un’ombra lunga.

tornare normale forse è pure più difficile che nascerci. 

ku klu-xs klan

Marilyn Minter, Sparkle Freckle 2007

pare che nei negozi di abbigliamento di un certo livello diano da studiare ad esperti la modulazione e la collocazione delle luci nei camerini.

la situazione più impegnativa è la prima prova dei costumi quando inizia l’estate, con la pelle blu obitorio ci si sveste dei veli pietosi  cercando di manterene una qualche tranquillità nel mentre che si assiste al risveglio di parti di sè - che il caldo  imporrà di esporre nuovamente - di soprassalto cogli occhi larghi.

il mio tasso di gradimento personale, tarato sui primi numeri primi, mi consente di affrontare abbastanza in scioltezza questo genere di prove.

ma devo ammettere che ieri, nel corso della valutazione preliminare dell’estetista che si apprestava a manipolarmi le carni nell’ambito di un convenientissimo pacchetto scolpisci la tua silhouette, contemplante l’utilizzo di macchinari dai nomi pronunciabili solo a bassa voce per rispetto reverenziale nei confronti dell’evoluzione della scienza e tecnica, ho patito, soprattutto al momento della foto, scattata all’uso di migliore godimento della successiva verifica ‘prima della cura’ ‘dopo la cura’.

mi vedevo riflessa nell’unghia di vetro dietro la ragazza che mi disegnava dei puntini col pennarello sui fianchi, asseritamente per capire dove posizionare la spada laser nel corso del trattamento, ma penso più per coreografia ed effetto speciale, con la angusta biancheria di carta  in dotazione del centro estetico e cercavo di convincermi che in quelle condizioni neppure una 13 enne etiope dalle dimensioni perfette avrebbe sfolgorato. epperò lì c’ero io.

e ho sentito tutto insieme, come premessero nella maniera delle dita dell’estetista, addosso gli anni che ho accumulato, le considerazioni di plastica manedimostrimoltidimeno, il mio narcisismo e la vanità pure teneri, le ovaie tenute in stand by che a fare un figlio magari ci penso ancora fra qualche anno - e tra un po’ occorrerà farmelo prestare da una volontaria, qualche altro anno - l’ennesima estate e i vestiti che restano sempre uguali nelle dimensioni e io che ci corro dietro per non deluderli, e facevano male.

anche i fianchi trattati nella prima seduta mi fanno male, oggi.

invecchiare pare una volta  lasciasse almeno la pietà di avere diritto a riposare, anche esteticamente. ora accelera la velocità, ogni anno che si aggiunge, mentre, ogni anno che si aggiunge, ti si accorciano le gambe.

nel corso di Syd Field si porta solo la tesina

Nicolas TikhomiroffOrson WELLES and Anthony PERKINS.

tra le materie scolastiche - considerando il periodo di gravamento  delle parti nobili sugli arredi anni ‘70 delle classi italiche antecedenti agli studi universitari specificamente riferiti alla cinematografia, ovviamente - non è contemplato l’insegnamento dello scrivere sceneggiature.

eppure sarebbe così utile. altro non facciamo, vivendo.

quando occorre fare una scelta, qualsiasi dignità essa abbia, al fine di consentirci di prevedere gli effetti delle varie ipotesi, imbastiamo la storia di noi che affrontiamo le differenti possibilità e soltanto così è possibile individuare l’opzione giusta.

nel rispondere anche alla domanda più banale - vieni a prendere un caffè con me? - comunque ci figuriamo noi a infilare la giacca e, ancora con una manica allo stato brado, scavare tra i cuscini cercando le chiavi di casa mentre su un altro piano scorre l’immagine della nostra impalcatura somatica allungata sullo stesso divano (mentre consideriamo come sia opportuno andare dal medico per questo fastidioso e localizzato mal di schiena finoa a quando non sfiliamo il mazzo di chiavi da sotto l’osso sacro). valutiamo le due storie e quindi usciamo o meno.

per stabilire se fare l’offerta per l’ultima casa che sono andata a vedere (uso affitto) mi sono figurata ad affacciarmi dalla finestra del soggiorno, aprendola per fare entraria lentamente l’aria - lentamente per assecondare il risveglio, la radio che scioglie incerta la voce lei pure, la tazzina spaventata di cadere tra le dita, il gatto intrepidamente unico nero nel bianco assoluto dei muri, il tonfo dello scaldabagno che si accende per addolcire la doccia a chi esce di casa senza bere neppure il caffè.

l’appartamento, intorno, accondiscendeva.

tutto sta, nello scrivere la sceneggiatura, affinchè sia utile, nel mescere con equilibrio entusiasmo e pessimismo. a causa della deriva aggressiva nell’acquisto della padriona di casa di superfici riflettenti nei bagni, mi è stato possibile anche aggiungere un tocco di horror.