brucia l’urgenza sulla bocca

Bob HenriquesUSA. New York. US actress Marilyn MONROE during the filming of "The Seven Year Itch" by Billy WILDER. 1958.

dare belle notizie è l’attività migliore che esista.

te ne prendi anche un poco merito, delle cirsostanze positive di cui in realtà sei soltanto latore. in fondo, finchè una realtà non viene pronunciata non esiste realmente nella materia.

e tu stai tirando il velo che copriva la sposa bellissima, apri le finestre che finalmente lasciano entrare il vento tiepido in una stanza fino ad allora buia, apri il rubinetto perchè l’acqua fresca benedica le mani accaldate in un giorno torrido.

i bugiardi sono persone incredibilmente sensibili.

alternative dolorose all’agenda

Angelo Alessandrini "Risveglio" 2004

mi sveglio brutalmente quando vengo trapassata da un’idea, nel mezzo della notte o all’alba, insomma in orari fuori giurisdizione della sveglia ordinaria.

la motivazione mentale della ripresa brusca dei sensi, in genere, è l’essermi ricordati a valanga di qualche impegno non evaso ed in imminente scadenza (o tristemente già scaduto).

come effetto collaterale, però, dietro alla circostanza contingente di allarme, accade che io veda il resto e mi capiti che in quell’istante io capisca, finalmente, mi si chiarisca un dubbio, una situazione liquida rientri in contorni percettibili.

quando rinvengo senza declinare dolcemente dal sonno alla veglia mi si illumina il groviglio brulicante dei pensieri che resta per un istante immobile, tanto che riesco a scioglierlo e vederlo chiaramente, in ogni sua componente, resta bloccato come accade quando accendi la luce in certe case di campagna e per un istante gli scarafaggi rimangono inchiodati, poi scappano in ogni direzione, ma tu ormai li hai visti, ne hai afferrato l’esistenza.

perdo kilometraggi non definiti di esistenza a causa dei pugni sul cuore in termini di ansia, quando mi sveglio di soprassalto, però in cambio agguanto consapevolezza. considerata la moneta pagata, tutto sommato mi sembra un buon affare.

2 chili scarsi

Louise Bourgeois, maman

è una benzina perfetta, corrode e brucia la pelle intorno alle unghie e l’odore non si toglie più, dopo il contatto ti puoi strofinare istericamente col solo risultato di completare il lavoro di distruzione dei tessuti iniziato da lei, ed è un innesco naturale, non serve neppure essere tanto arrabbiati.

esplodere, e poi? è una banale legge della fisica, la forza applicata su una superficie non assorbente ritorna indietro per nulla attutita. non scalfibile dalle aggressioni e atta da comportare che ci si faccia male da soli.

dopo le discussioni sembra rivificarsi, come si alimentasse della tua ira, l’antimateria per l’energia aggressiva.

ma poi l’aspetto più intristente è quando la guardi e le stesse membra che sembrano organizzate apposta per farti saltare i nervi si manifestano così spoglie, così vuote, intonse perchè nessuno le abbraccia più. come il veleno che pronuncia, l’unico modo di usare quella bocca, perchè almeno senta la propria voce, perchè almeno qualcuno registri la sua presenza.

e a provare furia senti pure vergogna.

le braccia allora ti scivolano lunghe - comunque inutilizzabili come emiciclo accogliente verso di lei - e resti a farti massacrare indifeso volontario, nei suoi confronti impotente ad altro amore. 

 

senti che fuori piove /senti che bel rumore

Ferdinando SciannaParigi, Francia: bambini che leggono a casa.

il silenzio è un materiale difficile da maneggiare.

quando si vede una coppia al tavolo che non parla o si considera che siano impegnati a  tessere un silenzio gonfio di risentimento per una qualche pregresso scambio di insulti o altrimenti si arriva a scorgere il cartello capolinea a corona sopra le loro teste.

con gli sconosciuti, poi, è faticoso, sono pochi quelli che si arrendono rilassati alla coabitazione forzata ravvicinata con qualcuno senza dire niente (aspettando il kebab aggrappati al bancone, in ascensore, sbirciando il numerino del successivo utente servito in mano a chi occupa la sedia a fianco aspettando il turno all’anagrafe), e nel caso la combinazione sia tra chi ha la coazione verbale e chi proprio non ce l’ha si assistono a scambi strazianti, considerazioni fruste sul tempo o sull’opportunità della gogna pubblica per gli stupratori/pedofili/assassini di branchi di cani (a seconda dell’emergenza di sicurezza sociale al momento in auge) contrappuntate da brevi vocali (eh, ah).

e’ che il silenzio è percepito nel suo significato in negativo, come mancanza di, più che nella propria dimensione assoluta di condizione in quanto tale. e la mancanza mette in allerta, comporta il pericolo di significati reconditi - se non sta dicendo niente è perchè in realtà vuole alludere a qualcosa.

magari si risponde ad un silenzio neutro - assemblato per il solo fatto di voler stare zitto - con uno risentito, rancoroso, non mi parli tu (quindi mi manchi di rispetto, mi reputo non importante, stupido tanto che non riuscirei a capirti o perchè vuoi vendicarti anche tu) e per rappresaglia non ti parlo io, ma entrambi sappiamo cosa significa.

ma per niente: già ci si fraintende parlando, la possibilità di distinugere il sotteso dell’afasia ricade nella fantascienza e di quella fastidiosa per mancanza di almeno un accenno di verosimiglianza.

forse la forma di intimità più vertiginosa che due persone possono raggiungere è quella di appoggiare due silenzi, ciascuno nell’ignoranza del significato di quello del secondo, senza velleità di vendetta, confidando nella sincerità dell’altro - se ci fosse qualcosa che non va me lo direbbe - e avendo fiducia, senza farsi travolgere dall’ansia, usando il rispetto di non poter sempre conoscere i passaggi mentali altrui fino a forzarlo a parlare quando non ne ha voglia o proprio non ce la fa.

e tutto ciò, magari, prendendosi la mano.

natural born kaiser

Inge Morath © The Inge Morath FoundationSPAIN. Zamora. 1957. Holy Friday procession. Mother with her child wearing a crown of thorns.

si lascia dipendere la propria vita da poche fasce muscolari.

e non devono essere intese dette come unicamente quelle delle pelvi: io sto parlando del sorriso.

se la persona che mettiamo a gesù bambino nel presepe della nostra esistenza non sorride puoi caricare il piatto di prospettive meravigliose, tutte le domeniche al mare che vuoi, pure il rogito notarile di un attico reso accessibile dalla crisi immobiliare da arredare alacri e felici secondo la modalità degli uccellini di biancaneve, comunque si resterà immobili come dei cretini colle carte vincenti in mano a cercare di capire perchè, non sorrida, diventando tutto il resto inutile, inutile e fastidiosamente rumoroso.

e anche se si sgusciano dai blister tante belle spiegazioni nate per essere rassicuranti - ma no, è la stanchezza, ma no, è il lavoro, sono sti pollini che cominciano a vagare e devo ricordare di comprare l’antistaminico, lo sai come è ogni volta che sento mia madre - nonostante si accompagnino con l’olio ingoiate si incollano alla gola e non servono ma fanno pure male, restano lì a marcire mentre l’inquietudine non si placa.

una frazione indecentemente piccola del cranio, incasellata da qualche parte sotto la pelle, ha l’attitudine del comando totale. chissà se anche carlo magno era basso come napoleone.

perchè la sala in cui proiettavano ‘the wrestler’ era vuota? (io non comprendo i miei simili)*

Gatto Mimmo colto da fervore politico, by Maccio Capatonda, Uploaded on November 7, 2006

ciascuno ha i guai suoi - i miei guai al momento sono fatti a forma di urina di gatto che la veterinaria mi ha imposto, come sine qua non per fissare l’operazione di degonadizzazione del felino, di raccogliere per analizzarla e verificare la capacità dei reni del peloso di affrontare con ardimento l’anestesia totale.

e io non ci riesco. ci siamo guardati a lungo, stamattina, io colla provetta in mano, lui seduto a sfinge, tra di noi la cassetta con la lettiera. ho anche fatto l’indifferente, ignorandolo e affaccendandomi, ma lui non ha rotto la postura imperiale.

come da consuetudine ho rinviato a domani (questa irrazionale fiducia evolutiva del futuro come miglioramento del presente).

c’ho i guai miei, il livello del ‘da fare’ sbeffeggia con gesti volgari guardandolo da altezze vertiginose quello del già fatto. dovrei organizzare un terzo cassetto, il ‘tentativi andati a vuoto di fare’, solo che non avrebbe utilità, neppure di tacitare il senso di colpa, con riesco a forzarmi di riconoscere valore nell’averci almeno provato, mi viene la tristezza per l’insuccesso.

ho i miei guai e appuntamenti da fissare, raccomandate di recesso dal contratto d’affitto da spedire, un nuovo paio di occhiali da fare - mi sono derubricata la previa visita dall’oculista in appassionante seduta direttamente dall’ottico, in fondo ha studiato, diamogli un senso, riconosciamogli una funzione, rendiamo il mondo migliore credendo in lui.

che poi io non credo della necessità, dietro ogni grande uomo, di un grande servitore (talvolta qualificato grande donna), perchè soltanto con l’esternalizzazione delle mille incombenze quotidiane sarebbe possibile svolgere le grandi imprese: quando si realizza un’importante conquista perdono dignità di esistere, nel confronto, le pastoiette della gestione ordinaria, implodono per vergogna, proprio non si registrano più.

devo individuare un paese da liberare dall’oppressione. spero solo che nelle more il gatto non cominci a segnare il territorio tra la cucina e la camera da letto.

*il titolo non ha grande attinenza col post ma è un interrogativo che mi arrovella da sabato sera.

vestire come una vestale il tecnico della macchinetta

f. mingucci, il borgo di gradara, 1626

prendo contatto con l’esterno attraverso il caffè che scivola scollinando dalle zigrinature del bicchiere di carta, è una protesi che mi ricollega al fuori. come il borgo fortificato che si risveglia al mattino riaprendo le porte, entrata e uscita di zoccoli e piedi affiancati. il caffè è il mio ponte levatoio.

assume un significato rituale che supera decisamente la sua sostanza di succo di cialda industriale - in effetti il crepitare di una moka sul fornello avrebbe potenzialità evocative più serie. segna un passaggio, l’inizio dell’effettività dell’inizio di attività prestazionale, una brusca passata di straccio sulle briciole della zona limbica dell’essere arrivato al lavoro ma non aver ancora bevuto il primo caffè.

astrarre dalla concretezza del quotidiano delle cerimonie da celebrare sembra un’impulso umano insopprimibile. forse per la necessità di problematizzare, forse per trovare un senso che riordini e tranquillizzi. per darsi l’impressione che ci sia un significato ulteriore delle cose.

l’equivoco sta poi nel comprendere la direzione di partenza, se è dagli eventi concreti (e banali) che promana per elaborazione il rito astratto, o viceversa.

conseguenze di libertà della mancanza di orientamento

AbbasPALESTINE. Gaza city. The main road cut by Israeli troops, people have to travel by horse drawn carts on the beach from Gaza city to Khan Yunis.

è iniziata la fase dell’anno della valigia tenuta in equilibrio stringendo le caviglie, gesto automatico di chiunque sia andato a scuola dotato di zaino con l’autobus. intendo a livello mentale, al di là della possibilità nella realtà dalla carne molle.

perchè quando comincia a far caldo si scontrano come le perturbazioni diagrammate in maniera incomprensibile durante gli show delle previsioni del tempo la coazione a ripetere il sonno e ripetere il sonno e ripetere il sonno e l’impulso di andare via.

sarà un retaggio della fase migrante umana. si assesta il sole e occorre allora sciogliere i nodi delle tende, raccogliere le bestie e incamminarsi.

se devo visualizzare col repertorio di esperienze vissute archiviato in testa questa sensazione, però, non mi viene d’istinto di far partire le immagini dell’ultima vacanza, o comunque di un allontanamento dal chilometraggio minimo per avere la dignità d’esser definito viaggio.

il corredo visivo naturale, mentre ora ne parlo, del desiderio di allungare il corpo e l’andatura e andare via di questo periodo, sono le passeggiate indeterminate in direzioni prese a casaccio di quando vado. ogni tanto io vado, approssimativamente. in ipotesi potrei continuare ad andare col solo limite dell’usura delle scarpe. sarà la potenzialità dell’infino di ogni passo - il non aver marcato la data di scadenza sul biglietto di ritorno - a rendere l’arrivare solo fino in fondo alla strada il viaggio perfetto.

Batracomiomachia

jan fabre, io guido il mio cervello

vorrei discutere solo con persone collocate ad un livello di evoluzione mentale pari o superiore al mio.

preferisco sentirmi stupida io che avere a che fare con uno stupido. che poi finisce che mi ci incanti, resto attonita e sbigottita davanti a certe lande di idiozia così ubertose e fertili che si presterebbero perfettamente ad essere colonizzate e diventare la vera terra promessa e nutrire tutti i diseredati del pianeta.

la stupidità, quella pura, quella del vuoto incastonato sopra al collo laddove dovrebbe invece esserci una testa pensante, mi inchioda come un bel volto, ci vedo dentro l’infinito.

e poi si perde un sacco di tempo a spiegare e rispiegare rimbalzando comunque, ferendosi le ginocchia e i gomiti contro la superficie perfetta della stolidità - e il vero stupido è pure presuntuoso, più non comprende più alza la cerniera diventando a tenuta stagna rispetto agli stimoli esterni.

e si perde tempo anche a star dietro ad argomenti che vengono lanciati addosso del tutto casualmente, si parla di x e ti viene risposto y che non ha alcuna attinenza con x, e mentre tieni in bilico x ed y e cerchi di capire che relazione mai possano avere (perchè ti prende lo scrupolo che magari esista, il senso, e che sia stupido tu a non vederlo) e di imbastire una risposta che contempli entrambe le questioni ecco che devi liberare una mano per afferrare z che arriva a tutta velocità.

vorrei confrontarmi solo con persone più intelligenti di me.

che siano loro a soffrire.

il falò ha smesso di fumare

August Sander Bricklayer 1928

io che qualcuno mi ami, ma mi ami totalmente, faccio difficoltà a crederlo.

è come se la fase dell’approccio e dell’innamoramento fosse una lunghissima istruttoria, che però prosegue anche quando ci si siede a bere una birra per aspettare che il cemento si asciughi solidificando, il momento rilassante di quando puoi rispondere senza ricorrere a fantasiose perifrasi ’sì, io e lui stiamo insieme’.

le dichiarazioni, i moti di affetto, anche i litigi che hanno come motivo portante che qualcuno di ami vengono vagliate minuziosamente, però non sotto l’aspetto dell’attendibilità di chi mi parla, non è che io non creda della sua sincerità, anzi tendo ad affidarmi totalmente in queste circostanze - anche perchè il fatto che non sia vero assorbe, nel dolore che ne consegue, la circostanza decisamente meno importante che sia bugiardo - quanto per rispondere al fatto che io non comprenda il perchè.

ma è sicuro, ha capito bene, mi sta vedendo distintamente?

e la conseguenza è che da una parte mi prodigo nel delinerami nei dettagli più taglienti affinché la sua coscienza di me e dell’abnormità del fatto che abbia deciso di amarmi sia quanto più possibile conformata alla realtà, dall’altra quando colgo qualche sua indecisione o un’incertezza che io valuto come tale questa diventa la prova non della sua poca onestà ma del fatto che, evidentemente, quello che sono io, nella sua interezza, deve essere sbucato fuori all’improvviso come una vipera dall’erba alta ghiacciandolo.

deve esserci una convinzione feroce che gli mantenga salde le articolazioni delle ginocchia per non cadere perchè alla fine mi persuada che davvero, mi ha visto bene, davvero, tutta quanta, davvero, mi ama.

ed allora, esausta, abbraccio tutta la documentazione raccolta - le registrazioni delle conversazioni, le foto degli sguardi, l’impronta delle mani - e, affinchè riesca a viverlo, questo amore, senza i muscoli della schiena che tirino a forza di guardarmi indietro e le dita che brucino per il desiderio insano di riaprire i faldoni per ricontrollare e rivagliare, occorre che la accatasti e la distrugga.

poi finalmente posso aprirmi la birra e sperare che il sole tramonti tardi, oggi.