aspetterò che tu mi stia sotto per levare il mio urlo
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cavalcavo a pelle scavandomi le cosce contro i crini e i polpacci nell’erba alta facendo roteare sopra la testa uno spadone, credo.
la foga fisica con cui reagisco alla vittoria, l’energia che le mie ghiandole producono dopo il raggiungimento del risultato sarebbero così spiegate - a che altro potrebbero servire se non a consentirmi di scorrere la campagna in armi ed umiliare il nemico ormai sconfitto?
e non provo la titubanza propria dei grandi strateghi e capi popolo, consapevoli degli oneri che porta la vittoria, lo scrupolo di dover pensare al dopo, alle conseguenze. queste mani sono fatte per riempire coppe di vino da far risuonare una contro l’altra, non redigere trattati che mitighino le condizioni dei vinti, questa gola ha la forma giusta per emettere latrati subumani di gioia pura e non parole di mediazione e riflessione.
io se vinco ballo sopra al tuo cadavre. chi ti onorerà con degna sepoltura starà dietro di me, da qualche parte.
cocci di vetri dai bordi innoffensivi
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poi alla fine si era arresa - mia madre. già non frequentavo danza, e, nonostante l’apparecchiatura fisica esile e, si conceda, carina, non ero affatto aggraziata, già dicevo cose ingombranti che comportavano la formazione di o con la bocca di chi mi stava a sentire, la o di riprovazione e pure paura, insomma la situazione già era complicata, non ricamare le iniziali sulla bustina porta-posate e sugli asciugamani (io ne avevo uno rosso acceso, l’unico di quel colore deciso, un mare di azzurrino tenue e rosa pallido, e poi io) che usavo all’asilo per personalizzarli sarebbe stata la prova provante dell’evidente sua incapacità materna di educarmi a bambina come si deve. e così aveva marchiato di possesso quelle suppellettili di dimensioni risibili (come me, un affarino leggero la cui materia prevalente erano capelli). credo sia stato il primo nonché uno dei pochi atti di definizione di proprietà che mi si possano ricondurre.
poi, è ovvio, nella vita ho intestato automobili e pure acquistato case: ma tutto ciò ha più rilevanza per l’ufficio del catasto e della motorizzazione. perchè io non ho una coscienza vera di possesso.
mi risulta molto più consono l’uso comune, indiscriminato: ho un approccio da cives generalizzato con la realtà materiale quindi manutengo (o quanto meno non distruggo) quanto non sia mio e mi trovi a disporne, pertanto non è la proprietà di qualcosa che mi necessita a prendermene cura.
similmente quando ho una relazione affettiva con una persona non mi nasce la pulsione di scriverci sopra il mio nome come sui bichieri di carta alle feste delle medie, per non perderlo e affinché nessun altro ci beva.
non perchè anche in questo caso sia per la commistione indiscriminata - anche se non nascondo che per un certo periodo di tempo ho pensato che in ipotesi questa potesse davvero essere la maniera più ‘naturale’ ed appagante per la mia testa di vivere i sentimenti, ma i modelli platonici funzionano più lisci negli esperimenti mentali che nella realtà - ma in quanto non provo, come gesto di impulso, la necessità di delimitare il territorio.
non è un gesto automatico, non lo voglio e non credo che mi competa: ritengo che sia l’altro a definire, con il suo relazionarsi con la mia persona, il suo esistere nel volermi bene e nel mettere insieme della vita che coinvolga sè e me, il campo di azione comune; e io lo stesso nei suoi confronti. perchè è questo che mi interessa, non che sia definita la zona non attraversabile attorno a chi amo, ma che sia distinguibile l’estensione che occupiamo insieme.
e che questa non abbia confini, che non si vedano neppure lontani e sfumati i paletti bianchi che ne delimitano l’esistenza.
ancora più vicino
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stretti e necessitati nella posizione come la trama del tessuto, che se sottrai un filo quello, pur libero dalla morsa degli altri, resta piegato davanti e dietro modificato per sempre, infilati in un abbraccio simile, ad un certo punto se ne sente la necessità.
e scioglierlo, l’abbraccio, solo quando si arriva a guardare immediatamente davanti l’orlo della nausea da claustrofobia, da piaghe da decubito dell’anima, da necrosi dei polmoni perchè si sta talmente avvinghiati che il fiato entra ed esce dalla trachea senza andare oltre.
come se servisse un termine di paragone per sentirsi il proprio corpo, percepito in sottrazione rispetto a quello dell’altro che ricambia l’abbraccio, non soltanto per prendersi l’affetto e il calore ma davvero per verificare di esserci ancora.
ed il fatto di comprendere di esistere, nel primo momento in cui si distingue a premere sopra l’emiciclo delle braccia che accolgono le proprie braccia, è un’esplosione che non può essere contenuta nell’idea di conferma, è una nascita, un concetto originario ogni volta.
per ciascun abbraccio, partoriti senza la necessità di una madre. qualcosa che ci rende simili a dio.
solo referenziatissimi
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mi stanno germinando esigenze nuove, nello scorrere gli annunci immobiliari.
prima di averlo sentito modulare dalla voce impostata dell’agente al telefono, ad esempio, non credevo di covare così pungente l’urgenza di possedere un camino: la restante descrizione dell’appartamento ha mancato clamorosamente l’orecchio per gocciolare giù sul pavimento - e tanto è stato inefficiente, dal momento che ha comportato che io non sapppia a che piano stia l’alloggio nè se disponga di riscaldamento autonomo - perchè io stavo girando il film di una serata invernale con me seduta a terra a uovo (sopra un tappeto a pelo lungo? il mio immarcescibile mondo immaginifico arredato con mobili kitsch anni ‘70) davanti alle fiamme.
e ora il bowindow, mentre la signorina snocciolava spese condominiali e metrature io mi schiantavo contro i vetri della finestra ad arco, attraverso la quale filtrava la luce giusta per me che leggevo grattando la pancia al gatto che prendeva il sole.
nei momenti di lucidità a monte della ricerca mi ero imposta di considerare alcune caratteristiche come imprescindibili - ad esempio la valida collaborazione negli spostamenti verticali di un ascensore - ma temo già che mi lascerò travolgere dal romanticismo e dalla passione per i particolari capaci di innescare il ciak.
valutando come sia umanamente complicato esser presi d’amore per una pulsantiera e uno spazio claustrofobico e normalmente maleodorante, l’unica speranza è la scelta per l’eventuale musica in diffusione per allietare il tragitto tra i piani della disco music.
precisi colpi di polso
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a darmi una scrollata come la giacca messa a terra per sedersi sulla sabbia per diaframmare - seppure con divaricatori arrendevoli come la stoffa sottile con cui sono fatti gli abiti a maniche lunghe usati d’estate per coprire le braccia, coazione a difendersi anche dal fresco che non c’è di derivazione materna, lotta continua contro il mostro del colpo d’aria - l’umido, verrebbe fuori l’incrostazione sommata dei precipitati di un inverno compresso.
la stratigrafia della conduzione di giorni votati alla resistenza e alla costruzione di un ordine nuovo. quando cambi la tua vita con una mano demolisci la vecchia, con l’altra puntelli e costruisci.
essendo io del bufalo (i tempi di attesa nei saloni dei parrucchieri aprono chakra grazie a letture altrimenti ignorate con fare snobbistico) pare tenda a puntare verso il risultato prefisso ingobbendomi e lanciandomi al galoppo incurante degli eventuali danni collaterali. pertanto con riferimento alla componente di distruzione porto in dote competenza e capacità, circa quella di ricostruzione faccio del mio meglio.
e allora distendendomi e scuotendomi cascano le impronte dei denti contro i denti quando la mascella non può che stare serrata, e i blister vuoti degli antiemicranici, scivolano gli incartamenti rumorosi dei cioccolatini ripieni di caffè che non appallottolavo tra le dita dalle attese davanti alle porte delle aule prima degli esami universitari, precipitano gli scontrini delle farmacie. si buttano le parole accartocciate, suscettibili di diventare l’innesco di un litigio fatto non per ragioni effettive ma solo per liberare la tensione, planano i pieni di polmoni presi per parlare, e poi tramutati in apnea silenziosa.
si staccano e liberano spazio. ora ho posto per la sabbia.
grucce vuote
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ho appeso la giacca all’anta dell’armadio preparandomi- una delle prime giacche serie in coordinato con i pantaloni che mi fossi comprata non ad uso cerimonia matrimoniale o funebre, grigia gessata, con la fodera viola scuro - il giorno della laurea e non ero per nulla nervosa per la prestazione da studente, considerato che sapevo già come la discussione e la proclamazione sarebbe stata un’intramuscolo neppure molto formale. ero nella mia stanza a casa dei miei genitori, abbastanza giovane per avere un’idea immensa e scontornata di domani, abbastanza vecchia per non avere paura di me e pensare che comunque ce l’avrei fatta.
ho appeso la giacca all’anta dell’armadio preparandomi - che sia aggiungeva alle 3/4 che utilizzavo già in studio per lavorare, ma che avevo comprato per l’occasione, minuscola perchè ero dimagrita quasi a sparire, nera con i pantaloni dritti, e sotto la camicia chiara - il giorno dell’esame orale per l’iscrizione all’albo professionale. ero nervosa fino ad aver vomitato per la difficoltà della prova che mi apprestavo a sostenere, ma determinata come se avessi avuto le articolazioni di acciaio. ero nella camera da letto della mia prima (minuscola) casa, avevo vissuto tanta vita da ritagliarmi la parola futuro ma lasciando comunque uno spazio sopra, giovane abbastanza da poter cambiare idea, e da dominare la paura perchè avevo consapevolezza che in qualche maniera me la sarei cavata.
ho appeso la giacca all’anta dell’armadio preparandomi - comprata innocente durante i saldi senza l’idea che l’avrei piegata a questo scopo, nera e sancrata con la gonna al ginocchio - ieri prima dell’udienza per la separazione. ero nella camera da letto della casa in cui vivo da questa estate. avevo la faccia esausta per l’espressione di decoroso nulla che mi costringevo da qualche giorno, con in abbinato in automatico ‘bene grazie’ ogni volta che qualcuno mi chiedeva come stessi, e certa acqua rovesciata. ero conscia che tecnicamente sarebbe stato inconsistente tanto da risutare oltraggioso e di durata infinitesimale, inversamente proporzionale al fardello emotivo dei due portatori dei nomi in epigrafe del ricorso. e sono giovane per quel pezzo che concede ancora il domani e vecchia da non avere scampo al fatto che comunque io ci riesca, a sopravvivere.
cantieri aperti nel girone degli ignavi
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quando accadono eventi che convogliano l’attenzione generale suscitando diverse gamme di emozioni - a seconda della parte più sensibile di chi le prova e del tipo di stimolo utilizzato, se solleticante la materia pensante o i villi - comunque esiste una percentuale umana che se ne disinteressa.
anche se i fatti sono enormi, comportanti a cascata riflessioni che investono settori nevralgici del vivere comune e anche della dignità del singolo, c’è sempre qualcuno (anzi, ben più di uno) che si sottrae.
per manifestare a prescindere dalla gravità storica il proprio essere controcorrente, il fatto che per principio, se la massa discute di quello, io di quello non mi occuperò perchè sono autonomo e ragiono senza alcun tipo di influenza esterna anche nella scelta dei temi di riflessione. ne hanno già parlato prima (prima di tutti) o ne parleranno dopo, finito il clamore. per costoro è più importante l’elemento scatenante che li porterebbe a prendere conclusioni proprie sul punto, dal momento che esiste comunque la possibilità di pensare in autonomia, rispetto all’oggetto di ragionamento.
poi ci sono i distratti, a livello morale, coloro che accomunano, quanto a dignità, al medesimo livello le ragioni di confronto dialettico più alto - il significato della vita, la giustezza dell’organizzazione sociale degli uomini, la regolamentazione dei confini tra pubblico e privato - e le considerazioni intorno alla vita sessuale di chi compare in televisione: potevano parlare di uno o dell’altro, di argomento, indifferentemente, ma quasi sempre scelgono il secondo.
infine ci sono coloro che non prendono mai comunque posizione e non vogliono sapere, niente. perchè è tutta una buffonata /una fregatura /un modo degli ‘altri’ di procurarsi soldi/potere. per queste persone non esistono neppure gli oggetti di riflessione, esistono e rilevano soltanto coloro i quali, nella loro opinione, se ne avvantaggeranno in qualche modo.
io credo che ogni occasione di riflessione persa - quando è svolta intorno principi che coinvolgono i piani alti dell’esistenza, i cardini sia della dignità umana che della convivenza civile - sia un depauperamento gratuito della persona. e io non mi sono mai sentita particolarmente ricca.
ranghi liquefatti
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si sta col cappello come unica difesa inadeguata alla pioggia che incolla comunque i capelli e la stoffa, aggrappati al fucile colla mano destra ma casualmente, non in quanto arto idoneo a maneggiare l’arma, dal momento che quella ha la sola funzione di puntellare il corpo, e colla sinistra al fango direttamente.
con l’occhio umido di dentro e di fuori, coi brividi del freddo che continuano come brividi di paura, di fuori e di dentro.
tesi da troppo tempo per significare di essere reattivi, ormai solo bloccati nella posizione di prontezza, come guardare un paesaggio sovrapponendo la fotografia che ritraeva i posti tanti anni prima, non sono venuti nemmeno a rigirare le zolle, è tutto immobile, ma perchè è tutto morto.
si aspetta con l’acqua nelle scarpe, lo stomaco aderente, la nuca incassata. e cresce la spossatezza tanto che non si riuscirà a respingere ancora per molto la coscienza gelata che nessuno verrà a prenderci.
esci da questo corpo
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a cosa serva l’uso delle gambe è evidente, non occore starci a riflettere più di tanto, considerando soprattutto che per un rilevante lasso di tempo hanno costituito l’unico mezzo di locomozione disponibile.
già gli occhi hanno uno scopo più multiforme, perchè operano non solo in entrata, ma pure in uscita, nell’espressione di quanto si prova dietro la retina.
la facoltà di parola è ancora più imponente e variegato, quanto a portato funzionale, dal momento che manifestano ancora di più i prodotti dei processi mentali ed emozionali, consentono la comunicazione, permettono l’organizzazione sociale.
epperò poter parlare ha un innegabile effetto calmante. quando ci si riesce a convincere di aprirsi con altro da sé e tirare fuori quanto ci consuma e ci arrovella - e personalmente questa è una delle attività più stordenti ed annientanti in termini di fatica, di istinto non direi niente a nessuno, e non tanto per mancanza di fiducia in chi mi ascolta, la riservatezza per me non è un valore in quanto tale, ma forse perchè da una parte pronunciando il nodo che mi stringe è come se gli dessi dignità di esistenza plastica, dall’altra mi pare che così stia gettando addosso a qualcun altro il peso da risolvere, fallendo io - per il solo fatto di condividere, di parlarne, si vede il problema prospetticamente ridursi, come se lo si osservasse un poco dall’alto e non come aderente addosso.
e non credo che questo effetto di ridimensionamento e conseguente ripresa di lucidità sia da imputarsi ad eventuali consigli di chi ascolta, la gente principalmente dice scemenze inutili senza provare vero interesse, quanto debba ricercarsi nel solo atto di tradurre in parola la questione, di mettere questo mucchio di parole in comune e passarle uno con l’altro. esce da te, si fa osservare da fuori, diventa maneggiabile, diventa distinguibile.
diventa, appunto, plastico. e la ragione che più causa il mio non parlare - vedere chiaro e nei contorni definiti quanto mi angoscia - diviene quella che razionalmente motiva la parola e spiega il sollievo che produce quella.
è il pessimismo che mi frega.
architettura in blister
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bisegnerebbe avere una veranda, di quelle che si sgusciano quando c’è il sole e si imbozzolano per proteggere dal freddo.
ci dovrebbero abitare delle piante, e tanto comporterebbe l’assunzione della responsabilità di mantenerle vive. delle piante alte, palmate, e un poco di fiori - in un equilibrio più verde che colorato. qualche arrendo di vimini, delle riviste gettate su un tavolino che denuncerebbero dopo poco l’inesorabile passare del tempo - le riviste sembrano nascere vecchie, come quelle che trovi nelle sale d’aspetto mediche, danno l’impressione che lo studio sia stato costruito intorno a loro, già esistenti.
e sullo stesso tavolo l’impronta circolare di un bicchiere, anzi due, nell’indecisione che non si sia soli o che soltanto non si sia abitudinari nel posizionare le stoviglie.
il gatto si infilerebbe ad esse tra i vasi tirandosi le unghie pigramente e segnerebbe come un meridiano il passaggio del sole soffiando scocciato per il fatto di doversi alzare, ogni tanto, per seguire il calore.
io starei e niente altro, d’estate cercando di centrare la corrente, di inverno avvolgendomi tra il mio corpo e una coperta insaccata sulla poltrona. un posto per riposarmi tirando via il tappo dello scarico.