mi casa es tu casa
Posted by Stee | Filed under blog

nella parte della mia vita A.C. capitava spesso che invitassi a cena gli amici a casa mia.
altra casa, altri amici, ma cercherò ora di focalizzarmi sui concetti generali.
talvolta sono stata perfino artefice delle pietanze e non ricordo che nessuno si sia lamentato. cucino seguendo le istruzioni come montando un billy fino a quando non mi annoio e procedo a vista perdendo per strada qualche pezzo (come mondando un billy).
dedicavo cura ai particolari, tipo impilare in accostamenti d’impatto tovaglioli di carta di colore diverso, mi producevo in disposizioni fantasiose delle posate per ciascun commensale, usavo bicchieri non coordinati, trovavo alternative inconsuete alla tovaglia (poi curiosamente il filo conduttore della mia ricerca somigliava alla necessità di non dover lavare nulla per rimettere a posto ma, ripeto, era un caso).
poi sceglievo il vino (mi facevo aiutare a scegliere il vino, più correttamente) adattandolo a ciascuna portata, cercavo miscele di caffè particolari, prendevo due o più tipi di zucchero differente.
nel mentre della realizzazione lo stato d’animo mi ondeggiava tra la soddisfazione dell’opera che si completava e lo schianto di fatica che mi imponeva di promettere come rossella o’hara stringente un pugno di terra ‘mai più’.
allo stato il mio unico ruolo - per insuperabili contingenze di spazio nella mia attuale residenza - è quello di invitata a casa altrui.
ho sempre preferito giocare in trasferta, ad un certo punto te ne vai, qualcun altro butterà la spazzatura e raccoglierà la forchetta che è scivolata dietro al divano, aprirà le finestre per diradare il filo di fumo che fa da controsoffitto in sala da pranzo e stanerà in balcone i posacenere di fortuna a forma di bicchierino con un dito di acqua abbandonati in qualche angolo.
però invitare le persone a casa propria ti lascia qualcosa, oltre ai rifiuti, ulteriore rispetto a quanto si prenda chi viene ospite, l’aver riunito una comunità per qualche momento creando per lei una sorta di oasi protetta, il piacere di aver nutrito e addolcito la vita a qualcuno con le proprie mani, versando il caffè e prendendo la parola da uno dirigendola all’altro .
devo cercare di tenermi bene a mente questo discorso la volta che, messa finalmente in grado di aprire un tavolo, smozzicherò bestemmie preparando la cena.
assolutamente
Posted by Stee | Filed under blog

gli appartamenti sono sempre luminosissimi, negli annunci.
quando ti presentano qualcuno in posizione non particolarmente fortunata nel momento della distribuizione della bellezza, è comunque simpaticissimo e/o intelligentissimo (nei casi di più pervicace crudeltà della natura, divertentissimo).
il cielo durante le vacanze al mare raccontate nelle sessioni settembrine di cronaca in salotto con supporto foto-video - e negli scatti non rende - è azzurrissimo, e il tempo caldissimo.
a me i superlativi spaventano, ho il metro corto, resto sbilanciata e priva di mezzi nel coprire lo smarginamento dei concetti. e poi in genere mi lasciano l’impressione che il suffisso serva a colmare un buco, occupi una drammatica assenza di concetti, di idee, di argomentazioni a sostegno della amplificazione.
il superlativo per lo più è tautologico.
poi non capisco questa ansia di giustificare con l’essere eccezionale qualsiasi cosa, come se per parlare di una esperienza, di una conoscenza, di un colore sia necessario giustificarsi che lo si stia facendo in quanto -issimo. come se la qualificazione della normodotazione fosse insufficiente, quasi una colpa.
è dire che le parole, nella loro declinazione originale, sono già così enormi e definitive.
l’introspezione del disordinato
Posted by Stee | Filed under blog

il fatto che il legno diventasse carbone - o qualcosa del genere, mi allungo per afferrare concetti subiti forse alle elementari, zona ricca di bauxite/coltivazione delle patate - e si modificasse limitandosi a restare esistente per un certo tempo in determinate condizioni climatiche mi è sempre apparsa circostanza meritevole di meraviglia. le cose che accumulo, lettere, appunti, giornali, biglietti del treno usati, ricevute fiscali, volantini di artigiani o di pizze a domicilio, sembrano restare tali anche dopo lassi lughissimi, soltanto si rimescolano, talvolta si incollano l’un l’altro.
poi ad un certo punto butto tutto. e se resta qualcosa è solo perchè sono approssimativa in queste operazioni, non perchè scientemente selezioni qualcosa meritevole di sopravvivere.
pertanto sulla scrivania - dal momento che i cassetti di casa ancora non hanno raggiunto, stante il fatto che quella è la mia abitazione da un periodo piuttosto recente, il giusto tasso di anzianità per ospitare il manifestarsi dell’evento naturale del ritirarsi della marea che porta alla luce cose dimenticate - ogni tanto vengono alla luce residui di vita di anni indietro, ancora fisicamente lì senza nessuna ragione razionale se non il disordine unito al lassismo.
un cartoncino con l’immagine stilizzata di 4 bicchieri da cocktail da punzonare in occasione di ogni bevuta per avere diritto alla quinta consumazione gratis di un bar terrificante, frequentato ad uso aperitivo uscendo dallo studio - in quella circostanza temporale fortunata in cui sembrava si potessero avere relazioni personali amichevoli, un periodo lontanissimo e chissà se esistito realmente - penso soltanto la volta in cui è stata consegnata la tessera e applicata la prima sforacchiatura, è riemerso ieri mentre cercavo un blocchetto di post it con dei fogli ancora puliti. stava appiccicato alla busta contenete il calendarietto osè elargito dal barbiere del paese in cui era andato a farsi tagliare i capelli il giovane amico praticante che aveva pensato di farmene omaggio, conoscendo il mio apprezzamento per il trash di provincia.
i bordi sono un poco sgualcini, esito della resistenza a diversi repulisti avvenuta in maniera del tutto casuale, maneggiati da dita in febbrile attività di riordino, ma appaiono rimanere nella sostanza gli stessi oggetti che erano quando si trovavano a nascere nei miei confronti.
oppure seguono anch’essi la sorte del carbone, perchè il bar ha cambiato gestione due volte, il dottore è invecchiato e non è più solo praticante, quanto una specie di terra di mezzo, io avrò subito innumerevoli metamorfosi. il barbiere di paese invece sarà rimasto uguale.
ma sono gli appunti a manifestare con maggiore rigore lo iato temporale, i nomi delle persone che telefonavano da richiamare, appartenenti a individui ormai sconosciuti mentre prima erano ospitati abitualmente nella mia testa. o con cui avevo rapporti del tutto differenti da quelli di adesso. pertanto l’elenco rimane inchiodato uguale a se stesso, solo che il ruolo di coloro che compaiono nella lista, la loro fisicità e pure il senso, è del tutto difforme.
il cassetto della mia testa, quello è senza fondo. inidoneo a trattenere ricordi a lungo periodo, utile ad evitare di farsi soffocare dalla marea.
eroici nuclei vestibolari
Posted by Stee | Filed under blog
troppo distante da sé impone di estendersi utilizzando pezzi normalmente intorpiditi della propria persona, solo che talvolta non basta e occorre inventarsi componenti inesistenti, gusti e desideri appiccicati in maniera artificiale, magari anche del passato coerente per giustificare che abbia un senso stare insieme, che non sia solo un esperimento circa la capacità umana di adattarsi. un rapporto costruito col nonostante il fatto che. si ammonticchia il risentimento da impercettibile a blocchi che intasano le cerniere e diventa fisicamente impossibile aprirsi l’un all’altro.
simile a sé che quasi coincidono i bordi è rassicurante - certo dipende dal soggetto di confronto, quando il mio tasso di estraneità dall’ambiente scende sotto certi indicatori mi inquieto perchè capisco di essere finita circondata da persone terrificanti - perchè non serve il bugiardino per ogni distinta azione. solo che si scivola nell’onanismo, a celebrare una messa a due della propria giustezza fino a quando l’altro diventa superfluo. che non occorra mai neppure una spiegazione distende le braccia nella afasia annoiata. sé più sé raddoppia l’urgenza di ovviare alla solitudine, non ne è una cura.
e ora che distinguo e ci cammino sopra l’attuale commistione, questa tregua tra gli estremi, con i passi illuminati solo nell’immediato successivo, mi ci aggrappo al mio equilibrio. ci troveranno dentro le mie unghie, dovessimo separarci nel cadere.
mettere insieme il pranzo colla cena
Posted by Stee | Filed under blog

ultimamente mangio molto spesso fuori casa.
la pigrizia mi conservava le arterie dal momento che, se costretta a cucinare, assemblavo i pasti più semplici possibili non per impellenze salutistiche quanto perchè faticassi di meno.
diversamente da me l’operatore culinario non si risparmia in soffritti ed elargizioni di condimenti, e io continuo ad avere un approccio da evento fuori dall’ordinario relativamente all’andare al ristorante a mangiare - laddove questo imponga di scegliere cibi particolari nel menù, una volta che vai a mangiare fuori che prendi, la pasta al sugo?
oltre all’arrotondamento delle carni la maggiore frequentazione dei ristoranti mi sta rendendo più scafata nel riuscire a valutare i locali rapidamente.
ho principalmente in odio quelli che si travestono da osterie, limando sui costi dei paramenti (tovaglie, sedie, stoviglie) come fossero i begli ambienti familiari di una volta - saprei enumerari un numero sostanzioso di film horror ambientati nelle calde cucine avite, ed è esattamente la prima cosa che mi viene in mente quando entro in simili location, cerco di individuare subito la porta da cui uscirà la mannaia - a cui non corrisponde però una proporzionale cura nella scelta delle materie prime. se mi propini i carciofi surgelati presi all’iper almeno metti una tovaglia di stoffa…
significativo indicatore della qualità dei cibi - come mi è stato svelato da antico frequentatore dei ristoranti - sono il pane e i grissini portati al tavolo: se sono stantii o scialbamente industriali stessa sorte, molto probabilmente, seguiranno le pietanze.
abbastanza ridicole trovo le carte degl oli, delle acque, dei sali: rinuncio alla facoltà di scelta a favore dell’uso della medesima tipologia di quelli, purchè di qualità decorosa.
la fantasia al potere nella nomenclatura dei cibi è pure divertente, basta che le definizioni non siano incomprensibili (detesto fare l’esame autoptico della pietanza per capire cosa accidenti ci abbiano messo).
lasciando lo sguardo vagare sulle suppellettili dei locali ti accorgi talvolta come sia stato preso tutto - mobili, tende, oggetti artificiosamente lasciati a caso in giro a creare atmosfera - in batteria, come le file di finti libri cartonati ad uso decorazione colta delle librerie di chi non legge.
talvolta, invece, è autentico cattivo gusto: nella trattoria toscana dove sono stata ieri sera sul bancone, accanto alla cassa, troneggiava una gigantesca coppa con un pallone da calcio stilizzato sormontata da una nike che reggeva trionfante un’ulteriore coppa, per una estensione verticale complessiva non inferiore al metro e mezzo, avente la finalità di perpetuare nei secoli la vittoria di un oscuro torneo di calcetto edizione 1992 (come ho accertato poi nel momento di pagare il conto). si sarebbe potuto considerare bastevole ed in certo senso già perfetto l’insieme, ed invece si è voluto andare oltre, ponendo una bottoglietta di plastica a forma di madonna di lourdes sulla struttura dorata che conteneva il pallone.
Ita eorum qui fecere virtus tanta habetur, quantum eam verbis potuere extollere praeclara ingenia.
Day’s dawning, skins crawling
Posted by Stee | Filed under blog

i piedi sul legno tipiedo alla inevitabile resa al risveglio operativo - avere la finestra orientata che spinga il sole a disegnare uno scendiletto.
il tè bollente tarato a quel frammento di temperatura appena prima della fusione della bocca, che scende secondo una traiettoria calda tra gola e stomaco facendomi destare anche di dentro.
il gatto molle come un peluche che offre come contraltare alle anteprime dei giornali sul tg due fessurette gialle assonnate.
un abbraccio totale impligliato addosso anche togliendo le braccia.
certe mattine iniziano meglio di altre.
Death Warrant (la smemorata di torino)
Posted by Stee | Filed under blog

il garrulo http://sogniebisogni.ilcannocchiale.it/, tra una visita medica e un film nord coreano in originale senza sottotitoli, si diletta a plasmare catene a cui mi avvince millantando pure che sia io a lamentarmene, altrimenti.
al fine, come al solito, di raggiungere il massimo risultato col minimo sforzo, copincollo la spiega:
“Questa catena è molto semplice. FASE 1. Si rimembrano con commozione cinque cose delle quali si ha nostalgia e che non torneranno più, possibilmente legandole ai cinque sensi (perché? Perché? Perché i sensi sono i motori di tutte le rêverie, come pensava Proust mentre sbocconcellava la sua madeleine, altra merendina che non tornava più…). Si spiega anche brevemente perché fanno nostalgia, se no non c’è gusto! FASE 2. Dopodiché si scrivono le cinque cose delle quali NON bisogna avere nostalgia e che sono fortunatamente scomparse per sempre, tipo i dinosauri o i socialdemocratici. FASE 3. Infine si legano alla catena cinque (o più) reprobi obbligandoli a nostalgizzare a loro volta”.
rendo noto come, in regime di pieno autodecisionismo, ho deciso che adempirò soltanto alla fase positiva della catena e non a quella negativa, in ordine alla quale non ho davvero nulla di intelligente da dire. il re ha parlato.
tanto premesso, ringraziando sentitamente per il fatto di costringermi a fare qualcosa per cui sono portata tanto quanto a preparare una Sant Honoré, risultando priva della ghiandola della memoria a brevissimo, breve, medio e lungo termine (e di qualsiasi arto atto a confezionare alimenti), mi concentro.
NOSTALGIA DEL GUSTO che è anche un po’ del tatto e della percezione della temperatura (quale senso è destinato a percepire quello?). premettendo che da bambina fossi noiosamente inappetente - e a guardarmi i fianchi adesso davvero è legittimo dubitarne - e quindi non abbia particolari ricordi nostalgici gastronomici: il quadratino di pizza rossa dalla salsa incandescente che mia nonna sistematicamente comprava al banco del pane a me e mia sorella oltre ad eventuali altri cugini presenti quando conduceva il gregge al mercato per fare la spesa. il mio ricordo si colloca specificamente in inverno, con un freddo a straziarmi le giovani carni, e quel boccone bollente mi rianimava, era una specie di isola calda circondata dalla nebbia.
NOSTALGIA DEL TATTO: lo stare compressi in automobile laddove la medesima venga caricata in eccedenza rispetto alle razionali prescrizioni del libretto di circolazione. capitava al mare quando ero piccola, mia zia infornava cognate e progenie varie nella sua 500, oltre ai paramenti balneari, a disprezzo della legge della fisica, e poi conduceva la poltiglia umana col piglio militaresco per strade serrate fino alla spiaggia, e ci ritrovava mescolati e sudaticci, oltre a ridere istericamente crollando in pezzi all’apertura della portiera. la medesima vicinanza coatta l’ho vissuta anche da ragazzina quando gli amici più grandi finalmente prendevano la patente e riuscivano a scippare alla madre l’utilitaria per qualche ora risicata. si imponeva allora la pulsante esigenza di ‘andare a fare un giro’, preferibilmente in zone non trafficatissime stante l’evidente violazione del codice della strada che si viveva nell’abitacolo. gente addosso, sudore e risate, il contenuto era grosso modo il medesimo.
NOSTALGIA DELL’UDITO: le cassettine registrate perdendo la battuta di inizio perchè mi ero allontanata dalla radio esattamente quando finalmente si erano decisi a trasmettere la canzone che cercavo da settimane, e sfumando la fine per tirare via il dj e le sue ansie da protagonismo. con lo spazio vuoto di tre secondi tra ogni canzone, che mi sembrava più elegante, i titoli scritti a mano sui fogli bianchi perchè la copertina originale del nastro era già stata usata, come il nastro, forse nato vergine. e nel caso in cui la cassettafosse stata comprata incisa (povera collezione di disco music anni ‘70 di mio padre, cannibalizzata dall’ingrata primogenita) io ovviavo al problema appiccicando un pezzetto di nastro da elettricista per coprire i buchi sul fondo e poterci registrare sopra.
NOSTALGIA DELL’ODORATO: mia madre è una drogata di ammorbidente, è possibile che da sola abbia causato l’inquinamento di buona parte delle falde acquifere del pianeta. ma la sensazione che mi lasciavano le lenzuola piacevolmente ruvide e profumatissime la prima volta che entravo nel letto dopo che le aveva cambiate, pur dopo anni di amorosi sensi con lavatrice e addittivi, io non sono mai riuscita a riprodurla.
NOSTALGIA DELLA VISTA: quando riesci a distinguere appena la sagoma e capisci che sono i suoi contorni più per come si muove che perchè la vedi chiaramente, camminado per andare all’appuntamento la prima volta che rivedi la persona che ti sei appena accorto di amare.
e ora dovrei incatenare le genti.
http://outsiders.splinder.com/
certepiccolemanie.splinder.com
http://gattipazzi.splinder.com
http://www.saitenereunsegreto.com/
andate e moltiplicatevi
p.s. sonounabestiasonounabestiasonounabestiasonouna
ho dimenticato di legare questo uomo qui
geometrie wicca
Posted by Stee | Filed under blog
nella circolarità che uso come metodo di far le cose me ne perdo qualcuna per strada.
o il gatto nell’armadio. certo, il fatto che usasse una frequenza udibile forse solo da moscerini della frutta immobili, che se volano fan rumore e non riuscirebbero neppure loro, nel miagolare per richiamare la mia attenzione - ma che miagolare, modulare un ‘hiii’ piccolissimo - ha ulteriormente reso difficoltosa l’operazione di ritrovamento, già aggravata dal fatto che non ricordassi di aver aperto proprio quell’anta, oltre al clima di tragedia già in atto (avente senso di colpa come colonna sonora) che non mi faceva proprio muovere in scioltezza e razionalità e mi induceva a prediligere epiloghi spettacolari e definitivi come la defenestrazione notturna di gatto nero, ed era intuitivo che affacciandomi dal terzo piano (che nevicava l’ho detto?) sarebbe stato comunque complicato avvedermi dell’eventuale cadavere felino mal composto sul ciottolato del cortile.
non so se sia un sistema davvero efficace, inziare più azioni e portarne avanti un pezzo di una, poi lasciarla per procedere con la seconda e via di seguito, intendo nella pratica. è che a fare diversamente, ad intraprendere e dedicarmi fino alla sua realizzazione una singola impresa, mi annoio con passione, salvo limitatissime eccezioni.
ho la capacità di concentrazione organizzata sulla base delle scalette dei tg nazionali, la gionalista mezzobusto che conduce nella mia testa cerca continuamente l’altra telecamera e fa partire servizi a raffica togliendo la parola al povero corrispondente che non è in grado di terminare l’intervento.
però in genere porto a compimento quasi tutto. certo, talvolta con qualche intoppo per il risolvere il quale si vanifica la parvenza di ottimizzazione dei tempi che fare più cose sembra dare.
gli son scesi gli attributi, gli cresceranno anche i polmoni.
impronte
Posted by Stee | Filed under blog

conta di voler emettere un urlo, l’urlo più primordiale e viscerale che sia possibile liberare, che il sangue ti cade in frantumi intasandosi nei piedi dallo sforzo, che gli occhi lacrimano e diluiscono la visione fino ad uno sfumato confuso, che ti sei aggiunto fino in fondo un’ulteriore linea della mano fatta di quattro incisioni lineari contigue, che il respiro successivo è come fosse il primo nascendo perchè di aria addosso non ne è rimasta più, che ti devi riposare cercandoti qualcosa a sostituirti l’impalcatura della schiena.
conta di provare certe lievissime sensazioni al margine dell’impercettibile, il primo abbozzo dell’aria di scaldarsi dopo l’inverno, che non capisci se stia accadendo davvero perchè sei disabituato al sole, una canzone che suona lontanissima di cui afferri qualche moncone di parole e non riesci a farla combaciare con quelle che conosci anche se se sai che l’hai già sentita, una mano che neppure ti sfiora ma di cui senti il passaggio del calore, lo sguardo di qualcuno che ti vola sopra non osando arrivare alla faccia ma restando più discreto in parti innocue di te come il contenuto della manica della camicia.
servono le entrambe quantità, contestuali ma comunque distinuguibili, quando ragiono sulle conseguenze dell’amarti.
precipitazione giornaliera dei sacchetti di zavorra (il rischio della fine del prete volante)
Posted by Stee | Filed under blog

giocare non è un affare semplice.
sembrerebbe, prendi dei bambini, aggiungi un supporto universalmente idoneo a innescare il gioco (un pallone, delle bici, il mare), mescoli e non agiti e dovrebbe funzionare tutto da sé.
a parte il fatto che sono proprio le cose naturali quelle per realizzare le quali impiego maggiore sforzo e fatica - a me ‘non viene’ niente, devo comunque intervenire e con forza - e che ho maturato da tempo l’opinione per cui la categoria ‘circostanze che si autogenerano da sole basta lasciarsi andare’ a scelta, a seconda del livello di egocentrismo che secerno in quel momento, o non esistono oppure sfuggono ai miei organi sensoriali, come le sfumature dei colori, anche per il resto degli umani non appare così semplice.
gli esperimenti materni di far conoscere i figli più o meno della stessa età (molto spesso trascurando il fatto che 2 anni, in certi momenti anagrafici, siano più pesanti di 20 in altre) per farli diventare a amici e giocare che falliscono miseramente ne sono la prova.
per giocare e più ancora per godere del gioco devi liberarti di finalità altre al tuo agire rispetto, appunto, al puro aspetto ludico, per conseguire il quale, molto spesso, occorre tralasciare la volontà di essere comunque il migliore (non scegli sempre tu a che gioco giocare), di non mostrarti ridicolo, di collaborare con persone che non ti piacciono.
insomma, partendo dal postulato per cui le cose ‘che vengono naturali’ variano dalla non cittadinanza in questo universo alla incompatibilità con la mia persona, che l’età inevitabilmente mi ha ammassato esperienza e maggiore comprensione per questo agglomerato raffazzonato che sono, nell’attuale mio stadio involutivo riesco a giocare davvero con gusto, con una leggerezza crescente in maniera direttamente proporzionale all’invecchiamento. ma nel senso puro del gioco, di per se stesso, avendo questo come bersaglio finale dell’agire, primario rispetto al narcisismo, al desiderio di protagonismo, alla voglia di prevalere, alla vittoria, tacitata la timidezza, il non volersi mostrare deboli.
e tutto ciò senza gran fatica.
in maniera sinistra tanto appare anche una spiegazione esaustiva del perchè le vecchie si tingano i capelli di azzurrino senza vergognarsene.