colgo l’occasione per porgere gli auguri per le imminenti festività

Patrick ZachmannThailand. Train from Bangkok to Aranyaprathet.

non avendo ancora la rete a casa e prendendomi un poco pausa lavorativa, le comunicazioni qui si chiudono proporzionalmente.

la cena aziendale di ieri sera è stata più indigesta per coloro i quali non mi abbiano accompagnata nella prosecuzione alcolica presso un altro locale e abbiano rimesso subito sulla strada l’auto che si è accartocciata pochi incroci dopo il ristorante, per fortuna senza danni alle persone ma sanguinanti per le cose (naturalmente la macchina era stata pressochè appena acquistata).

il saggio della situazione ha dedotto da ciò che bere non faccia sempre e solo male.

la distribuzione dei regali prosegue placida con, in genere, contestuale scambio (solo in una circostanza sono stata colta impreparata e mi sono tenuta l’errore, mi sembrava davvero di cattivo gusto l’acquisto consequenziale, rimedierò in futuro in qualche modo), la batteria di alimentazione coatta, come detto, è già iniziata e proseguirà serrata nel corso della settimana, mia madre non mi deluderà riempiendo orifizi indicibili di bestie sconosciute, producendosi in plotoni di contorni, andando oltre e forzando la stantia ripartizione antipasto-primo-secondo per trovare nuove occasioni di collocazione dei piatti.

dopo l’orgia enogastronomica parto per qualche giorno alla volta di roma (con dependance napoletana per vedere una mostra) e pertanto dovrò lasciare - provando sensi di colpa indecorosi - il mite cuneese peloso con la coda presso una pensione, augurandomi che riesca a sopravvivere al dramma del distacco.

spero che chi legga trascorra un buon tempo, il tempo che ciascuno desidera.

e io pure.

l’arte di arricciare i nastri

Raymond DepardonUSA. New York City. Manhattan. Central Park. 1982

stavo china, rivolta verso la busta che li contiene tenuta appoggiata vicino ai cassetti a sinistra della scrivania, a infilare i volumi nei sacchetti  di carta lucida - tutti blu, la mondadori in monocromia non facilita il riconoscimento dei pacchi da parte del donante. non ho comprato i libri a caso, nel senso prendendo dalla posizione numero 5 a salire della classifica delle vendite, un po’ perchè non compro libri a caso, un po’ per spocchia pseudointellettuale, è così volgarmente ovvio acquistare best seller, si sente in abbinata il rumore delle ruote del carrello del supermercato.

ora sto qui a decidere quando bussare nelle stanze dei miei colleghi e reagire con sorrisi e/o espressioni di sorpresa al consueto coro di ‘ma già oggi/non dovevi/io ancora non’, frasario che peraltro utilizzo pure io a contrario, ma è capitato che abbia preso tutto il 22 di dicembre.

tra i segnalatori dei cambiamenti della mia esistenza non è tra i più significativi nè risulta particolarmente ricercato, ma anche la lista dei regali è nettamente diversa questo anno, mi ritrovo a farne a persone che in parte non conoscevo e in parte conoscevo ma non pensavo che avrebbe ricoperto il ruolo che adesso vive nei miei confronti. e non ne faccio più a chi era al primo posto nello spuntare l’elenco.

un certo senso di rattrappimento nella testa nei confronti delle feste. e poi le dita segate dalla carta, queste sono la vera costante.

la colpa del tempo

renato guttuso, il bosco dell'amore

due adulti non si amano come due ragazzi.

non lo possono fare, hanno i vestiti sporchi della vita che li ha attraversati, conoscono il significato di tutte le parole e di quanto tagli la faccia il futuro quando davvero ti ci butti dentro.

sono così coscienti dei propri limiti e consapevoli che non basti mostrarsi per quello che si è, che sia necessario spiegare, necessario ogni volta.

e nel togliersi i vestiti quasi si scusano di non avere più la presuntuosa nitidezza della carne che rende pure superflua la bellezza.

sanno che se si facessero soffrire sarebbe così definitivo da diventare indelebile perchè la pelle non è in grado di rimarginarsi come lo erano i segni sotto gli occhi quando era un impiccio dormire, ma allo stesso tempo hanno la triste comprensione che le cose possano succedere. tutto è suscettibile di accadere, soprattutto quelle azioni che con altra voce si proclamava ‘io mai, non potrei mai’.

e se ti avessi amato quando ero giovane, sarebbe stato tonante, ti avrei stordito, forse ti avrei distrutto, ti saresto dovuto ancorare e farmi violenza anche tu. perchè esisteva un per sempre enorme e visibile, perchè io ero per sempre e mi provocavo ad avere paura senza provarne davvero.

ora io vorrei che avessi avuto anche quell’amore. che non vedessi solo il risultato disincantato di quello che ero, stropicciato e liso, il compromesso che sono riuscita a mettere insieme per infilarmi nella vita e non uscirne troppo strappata. perchè meriteresti un poco di assoluto tu pure. perchè lo so che scalda dentro ogni abbraccio che ti segno addosso, che adesso sono capace di togliere le lacrime altrui senza provare repulsione, che davvero ha senso pensarmi come una compagna - lo so che mi vedi bella.

però vorrei che avessi avuto anche me quando pensavo di esplodere e di travolgere tutto intorno e che tanto fosse meraviglioso. ti avrei guardato con occhi migliori e più capaci di ora, avrei riso, e ti avrei trascinato con me. e saremmo scomparsi ed esistiti per un istante stampato in eterno, impressionando il restante di luce futile ed accecante. 

termine decadenziale

Guy Le Querrec

da un certo punto di vista, che si presentino tutte insieme più circostanze idonee a provocare stati d’animo tra loro difformi può non essere un male: si evita di fossilizzarsi soltanto su un’unica situazione dell’umore. certo, se interviene la buona notizia a distrarre da una precedente condizione di tristezza tutto ciò ha senso, nell’ipotesi inversa no, perchè non solo si presenta la tristezza, ma questa viene a guastare quanto di bello si stava vivendo prima.

epperò poi il magma delle condizioni d’animo si mescola e diviene anche difficile starsi dietro, se si è appena sopra pensiero d’istinto non sai neppure più che espressione agganciarti in faccia - devo ridere o corrucciarmi?

ho dei tempi di reazione a caso, io. nel senso che ho difficoltà ad appaiare una condizione emozionale coerente alla circostanza di fatto che si sta presentando nel momento, in genere accatasto e provo poi tutto insieme dopo, quando si lacera il vajont. ma se è proprio l’accadimento dell’esistenza ad ammonticchiare di per sè in ranghi febbrili situazioni ed eventi emotivamente pesanti questo regime contabile delle emozioni non tiene. perchè ho ancora l’arretrato da rimasticare e digerire e poi tutta una serie nuova di vita che preme.

mi sento come l’unico funzionario pubblico che lavora davvero nel suo ufficio nel momento di massima concentrazione delle scadenze - come il praticante schiavizzato nello studio commercialista alla chiusura dei bilanci, che si voltano intorno e sono circondati di incartamenti che li possiedono fisicamente, li cingono imprigionandoli.

e se lancio un’occhitata alle copertine anche solo delle pratiche più vicine - ’sette mesi dalla decisione’, ‘aumento della rata del mutuo’, ‘ospedalizzazione’, ’sotto la qualificazione di “compagnia di amici” nomi quasi sconosciuti’, ‘notti ferme dall’ansia’, ‘la chiave nella porta e la mano dietro attaccata e la faccia in coordinato e ancora la sorpresa’, ‘non mi sento più sola’ - capisco che non posso cavarmela con una lettura rapida e usare autoidulgenza nel considerarle evase.

la digestione del boa constrictor. ho il cuore lento.

ultimo spettacolo

New York Movie, Edward Hopper

razionalmente dovessi indicare quale luogo possa rappresentare per me un posto tranquillizzante - in grado di esserlo di per sè solo, capace di rallentare i battiti unicamente essendoci - tanto per iniziare dubito che andrei mentalmente alla geografia dell’infanzia. non che mi sia accaduto nulla di drammatico in allora, però era come avere un arsenale infinito di armi e dita tutto sommato - faticosamente, certo - in grado di applicarsi meccanicamente ai grilletti di innesco, ma nessuna conoscenza sull’arte della guerra e meno ancora sulle sue motivazioni.

insomma, avevo tutta la rabbia e il febbrile schizzare dei pensieri (la cui materia non era molto più solare di adesso, solo che disponevo di minore nomencaltura per qualificarla con precisione) attuale ma decisamente quasi nessuna consapevolezza di me, di quanto ragionavo e carenza assoluta e desolante del perchè questo accadesse.

pertanto i posti di allora, anzi, hanno un effetto di inquietudine, certo talvolta commovente, ma per nulla rassicurante.

più probabile - e certo tanto deve essere almeno in parte imputato alla mio imbarazzante propulsione fiduciosa verso il futuro - che sia l’ultimo luogo che mi abbia contenuto tranquilla suscettibile a divenire il topos in questione.

tutto ciò per dire come non comprenda le scelte dello scenografo dei miei sogni.

dopo una giornata decisamente provante, terminata a poche ore dall’ora selezionata nella sveglia, presumo io con l’intento di confortarmi, il mio garrulo subconscio ha allestito un sogno ambientato nella casa al mare dei miei nel paese di mia nonna, ferma nell’arredamento e nella disposizione degli spazi a quando ero piccola, come nelle facce e nel corpo dei miei genitori.

io invece ero vecchia così. questo, in effetti, avrebbe dovuto ovviare al motivo per cui i posti dell’infanzia mi turbano. ma non sono così sofisticata a livello mentale.

il sogno era un insieme di litigi a sangue ma tanto non vuol dire certo che fosse un incubo, a me litigare tranquillizza, quindi chiaramente l’intento onirico era di ammorbidirmi.

ma l’elemento che mi ha davvero disturbato (e quello è stato chiaramente un errore dello sceneggiatore) è stato il fatto che poi alla fine piangessi.

piangere mi fa schifo, mi indebolisce, confonde, non mi sfoga per nulla anzi accumula ansia proprio perchè nel mentre non riesco  che a pensare che piangere mi faccia schifo - come posso rilassarmi?

insomma, ho apprezzato lo sforzo, fino a 3/4 pur con qualche ingenuità il tutto aveva una sua dignità, riuscendo a far funzionare anche la location inizialmente fonte di perplessità, ma lo spingere sull’obbligo delle lacrime alla fine, che ha svelato la pochezza delle idee della regia, ha inficiato l’intera visione.

per fortuna non ho pagato il biglietto e non avevo neppure il fastidio di dover uscire dal parcheggio. 

(ir)reale

Max Ernst, La vestizione della sposa (La Toilette de la mariée), 1940

usando le dita come fossero gambe - il pollice e il mignolo, un deforme che non può che camminare trascinandosi lateralmente come un granchio molle, esistesse davvero qualcuno con degli arti simili - le chiavi sono a due palmi e mezzo di distanza.

serve un gesto piccolo, uno di quei movimenti così insignificanti che neppure si registrano come volontari, per prenderle e poi scendere di casa e poi impilare tutti gli accadimenti inevitabili per andarla a prendere. lei starà già scostando la tenda mentre, ancora in mutande, si mente senza alcuna necessità ’sono pronta, sono praticamente pronta’ e contemporaneamente riesce comunque a provare fastidio perchè non vede la macchina di lui già ordinatamente a coprire di giallo fanale il suo portone.

comportamenti che costituivano uno dei temi di schermaglia amorosa preferita davanti agli amici quando a gara i ragazzi cercavano di vincersi a vicenda sugli aspetti più intollerabili delle rispettive fidanzate, ma tu non sai cosa fa lei, lascia stare che la mia fa di peggio.

non riesce a distinguere precisamente quando è degradato diventando motivo di urto. probabilmente la stolida ripetizione e prevedibilità dell’atteggiamento. ci fosse volizione, anche se significherebbe consapevole intenzione di creare irritazione, forse riuscirebbe ancora a sorriderne.

se ne sta tutto vestito e con la sciarpa già annodata - provando un caldo indecente ma con ciò coordinandosi alla sua consueta condizione di sofferenza termica, perchè lei ha sempre freddo, anche se aderente al termosifone, anche se il riscaldamento in auto è tarato da asciugare le mucose - pure scomodo perchè in piedi e con la schiena piegata per afferrare il mazzo di chiavi, con la sensazione di essere appena in equilibrio, come agganciato sul pendio di una montagna con la neve che comincia a ricoprirlo, per cui se muove un passo comunque rovinerà a valle trascinando morte e distruzione dietro di sè.

si vede riflesso nello specchio dell’ingresso fermo come un pirla curvo sopra al tavolo, sudato marcio per il piumino già chiuso fin sotto al collo. prende coscienza che non deve muoversi, sarebbe pericolosissimo.

il cellulare squilla - il suono potrebbe creare la valanga? - lui l’afferra cercando di restare il più possibile sulla posizione, dove sei è tardi non arriviamo più, ci aspettano e facciamo una figura di merda con i miei amici, perchè sempre con i miei amici dobbiamo essere in ritardo (la neve scricchiola, si sente cedere, la neve proprio si rompe nella struttura, lui sfuma verso il basso piano piano), sono perfino scesa davanti al portone per fare prima e sto morendo di freddo (in mutande sconstando la tendina, ancora indecisa sulle scarpe), potevi almeno telefonare così avvertivo, ma stavolta che è successo, avrai incontrato qualcuno e ti sarai fermato a chiacchierare, tanto la scema è qui che aspetta a te che importa (in sottofondo la programmazione in loop di mtv, non ha abbassato a sufficienza il volume del televisore).

‘ma vuoi che muoia, mi vuoi ammazzare?’ urla nel cellulare, ormai stava scivolando, che almeno sia lui a creare la valanga.

diamonds are the popolo’s best friends

Ballo in città, Pierre-Auguste Renoir, 1883

nei confronti del lusso provo uno stato d’animo bifronte: una faccia è contratta nel biasimo e nell’accusa e ha la voce sociale che modula il rimprovero per lo spreco ma ancora di più per l’ostentazione della differenza di classe (nascere e crescere in un ambiente comunista ti solca l’identità ben in profondo e senza scherzi, qui si fondevano, nel periodo della prima comunione, ssantossantossantoilsignorediodell’universo  con dacampialmarealleminiererossebandiererossebandiere); l’altra guarda e pensa di avere la pelle adatta e la distribuzione dei tratti giusta ad inserirsi elegantemente nel contesto, perchè ammira il bello.

specifico che creda come il concetto di lusso, inteso come creazione di luoghi, di oggetti, di agglomerati tra questi e interazione con persone - laddove ci sia nitezza e precisione e calibrazione - coincida con quello di bello: la sguaiatezza e la volgarita non sono lusso, sono il precipitato incapace di tanti soldi.

certo non è l’unico bello esistente: ci sono  incarnazioni di bellezza libere, non intaccabili dal concetto stesso di idoneità ad essere economicamente valutate e suscettibili di acquisto. certi cieli straziati sono belli e immoti e accessibili senza canone.

ma non penso che l’altra categoria di bellezza, quella frutto dell’intervento dell’uomo - e il lavoro è valore, di per sè, e meritevole di compenso (altra considerazione pavloviana per sintetizzare la quale non devo neppure riflettere) - sia meno pura o corrotta. in altri termini, non considero che per il fatto che ci sia una mediazione, un intervento, un facere attivo che trasforma, il frutto di questo (obiettivamente bello) sia un minus rispetto a ciò che esiste originariamente bello.

nè che il prezzo, controprestazione del lavoro, appunto, volgarizzi questa bellezza.

certo si potrebbe intervenire sui metodi di fruizione, perchè inevitabilmente un costo molto alto - che talvolta si giustifica con la concreta altezza del lavoro impiegato per crearlo, talvolta solo con la finitezza della materie prime (e ci sarebbe anche da distinguere circa la giustizia del regime attuale della proprietà delle materie prime e della loro conseguente quotazione sul mercato), e non considero volutamente i casi non ci sia nessuna di queste due circostanze a motivare prezzi incomprensibili perchè faccio ricadere dette ipotesi in quelle della volgarità di cui sopra, comporta che solo pochi e solo in quanto ricchi ne possano godere.

e similmente sono numerosi i distinguo circa il motivo per cui qualcuno disponga di mezzi economici rilevanti. la brillantezza mentale e l’acume e la perseveranza ed ancora la dignità del lavoro rendono quasi tollerabile moralmente la ricchezza - ma poi sono tutti artifici mentali per conciliare l’inconciliabile.

insomma, davanti al lusso e al bello resto un poco intasata a livello mentale e quando vi accedo non riesco a non provare un eco di colpa. poi la bellezza mi inchioda e non mi resta che guardarla ad occhi smarginati.

 

nel dubbio, di rosso

 Sandro Ciriscioli, notturno

ieri ho cenato sotto una volta rosso fangoso che riproduceva l’interno di una botte - io avevo pensato, in realtà, che volesse richiamare lo scheletro di una nave, ma i grappoli appesi e il nome ‘le vigne’ del ristorante in effetti potevano deporre a favore dell’altra interpretazione.

i colori dominanti degli ambienti si infilano sotto le ciglia e strisciano fino al serbatoio delle parole influenzandone le scelte, nelle costruzioni delle frasi. certo, le sinestesie non funzionano per ciascuno nelle medesime direzioni, non per tutti un prato verde induce riflessioni rilassanti, a me l’eccesso di verde strofina il mal di testa. però credo che stare a bagno in un colore comporti conseguenza. e pure scegliere un colore in cui giacere piuttosto che un altro.

forse è per questo che coloro i quali ritengono di avere (o di dover avere) spiccata personalità - gli artisti, i designer, i registi, gli intellettuali - quasi sempre scelgono case o studi completamente bianchi, perchè siano essi stessi al centro dell’attenzione, in maniera da non venire travolti o influenzati. l’asetticità dell’ambiente li preserva, quasi avessero timore dello scontro con la forza del colore.

forse è anche la ragione per cui dormire, se non è una catena abbracciata di sogni (i miei sogni hanno colori che sbalzano fuori tanto sono vividi), immersa in quel buio morboso e costante nel non avere soluzione, mi fa mormorare la notte.

bonheur de tous

luigi masin, L'anima dell'acqua  - 2000

facciamo del nostro meglio per essere felici.

talvolta però è fare i compiti a casa, svogliati con l’occhio alle panchine vicino al supermercato per vedere se qualcuno è già arrivato - chissà perchè i luoghi che fanno involontariamente scattare commozione dell’infanzia e dell’adolescenza contemplano quasi sempre tristi arredi urbani, l’architettura sciatta riscattata nei ricordi - ripetendo a memoria consapevoli che l’indomani non ci resterà più niente in mente, giusto per adempiere all’obbligo di doverlo fare.

maggiore onestà ci sarebbe a lasciarci infelici quando non c’è convinzione nel procedere nella direzione contraria.

solo che è nobile, la ricerca della felicità, ci si edificano sopra nazioni, pare sia il minus dell’eroismo ovvio e quotidiano, è un sintomo di sanità mentale e fisica.

io faccio del mio meglio, per essere felice. delle volte sono stanca e mi concederei di riposare. però poi temo di assuefarmi e di lasciarmi languire nella malinconia dell’infelicità.

esteticamente la felicità è bella come un sole abbagliante che ti impone di abbassare gli occhi, un dio pagano che ti rimette all’ordine. è bella pure l’infelicità, elegante e senza il rischio di apparire sguaiata come il suo contrario. ma è colpevole, pericolosa sia perchè stigmatizzata dal vivere comune come motivo di blocco al procedere verso l’avvenire - valorosi e positivi e compatti -, una resa codarda rispetto all’operato costruttivo sociale, sia perchè il fascino dell’immobilismo ti inchioda nel profondo e ti risucchia fino a quando perdi qualsiasi possibilità di uscirne.

ti ammalia da dentro rendendoti cinico, mostrandoti la volgarità e l’insensatezza dell’altrui affanno nel procedere verso un’ipotesi di migliore.

l’onta della riprovazione pubblica non riesce a scostituire un disincentivo capace, per me, anzi, esiste il rischio del capriccio della provocazione.

però il fondo buio e l’autoassolvimento che diviene sempre più appagante e logicamente argomentato ad ogni onda di rinsecchimento del disincanto, quello mi alza la pelle e mi asciuga la bocca.

allora mi alzo e corro, per non restare seduta per sempre.

case vecchie

Lise SarfatiGaelyn #09. 28.03.2003 New Orleans, Louisiana

il gatto guarda fuori. fuori è sempre uguale - la medesima porzione di cortile le cui pareti sono case con al fondo acciottolato su cui stridono le auto uscendo dai garage, sarà questo ad attrarlo, gli apparirà come una enorme lettiera a cielo aperto - lui si sporge mettendosi sulle zampe posteriori fino a fare un piccolo alone di respiro sul vetro e cambia pure posizione come a seguire un incredibile evento che gli sta appena accadendo oltre i baffi.

forse gli farò la stessa impressione guardando la tv. o meglio, senza fare così della critica qualunquistica in ordine al piattume delle frequenze televisive, quando guardo il muro.

sono capace di guardare il muro con passione. e non è che convogli gli occhi a caso nel mentre che rifletto, e per accadimento - e pure per limitatezza degli spazi abitativi - questi vadano a finire contro la parete, io ce l’ho proprio col muro. con le pieghe della carta da parati color stanchezza combaciante nei lembi dei fogli senza molte bolle (artigiano perito), con i contorni dei precedenti mobili come sagome di ammazzati per strada sfumati, con in alto, in corrispondenza del termosifone, il segno di nero del tentativo di fuga del calore, frustrato dal soffitto, il muro divaricato inutilmente in qualche buco di chiodi ormai divelti.

credo abbia assorbito molti pensieri, si potesse fare la stratigrafia del deposito del materiale mentale sulle pareti chissà a quale datazione si potrebbe arrivare. cambierebbero pure le parole, i linguaggi con cui venivano espressi i concetti. i nomi delle persone in ordine alle quali si ragionava d’amore.

ci si ritroverebbero l’urto dei pugni dell’ira e le fronti appoggiate piano lacrimando. qualcuno l’avrà guardato con l’ansia di essere felice per quello che avrebbe fatto il giorno seguente, qualcuno ci avrà appeso un diploma o la foto delle vacanze, qualcuno ci avrà raschiato la mano aspettando una telefonata.

tanta vita ammonticchiata senza segni.