rese incondizionate

white mantide, mirko g di bradamante, ttp://www.mirkogdibrandimarte.com

la luce non è mai abbastanza morbida.

dovrebbero esserci le tue labbra come fonte unica di illuminazione.

la grazia che hai anche quando mi fai male addolcisce inesorabilmente non solo le tue mani cattive ma pure la mia carne - colpevole però non motivazione contingente - e la stanza dall’arredamento asettico e predigerito per la vita di qualcun altro e l’edificio che comprime ogni eventuale grido in silenziosa compostezza e la strada con i negozi infilati come perle, di coltivazione perchè troppo perfette nell’essere sferiche, e il cielo sopra, che copre senza voler prendere posizione.

leggera tranne che nei denti, mi accarezzi e intanto verifichi e mandi a memoria i miei punti fragili, mi stai inventariando come hai fatto coi miei ricordi, archiviati per allusioni scarnificanti lasciate cadere con indifferenza.

ora sembra che suoni il mio ventre, tirando le dita di dorso. mi inquieta meno di quanto mi passi le mani sulla testa, perchè mi sembra, in allora, che frughi per rubarmi i pensieri.

sotto invece sono vuoto, non ci sono bambini che tu possa trafugarmi via.  

[in loop: sorry, guns 'n roses, chinese democracy]

flapping tremor in tazza grande

battaglia di anghiari (copia), leonardo da vinci

manca solo che ci si prenda a grattarci e a chiedere monetine davanti all’ingresso dell’ufficio.

la macchinetta del caffè ha ansimato l’ultima volta, sputando fuori acqua marrone e pezzi di arabica 100%, e poi è morta. e nel branco di caffeinomani che popolano lo studio è serpeggiato il terrore.

scavalcando laoocontiche figure di chi già capiva che non sarebbe sopravvissuto alla mattinata e pertanto, persa ogni speranza, si buttava ai piedi del mobiletto in simpatica dotazione con il commodato d’uso della morta contorcendosi nella ricerca di un ultimo spurio poket coffee nella borsa, con bel gesto atletico l’impiegata, incitata da tutti ad ignorare scadenze, emergenze, disastri in corso, immediatamente telefonava alla casa produttrice per notiziarli della sciagura e perentoriamente pretendere l’immediata risoluzione di questa ecatombe.

‘fate presto, fate presto, voi non sapete che può accadere’.

ma dall’altro capo, evidentemente incapaci di comprendere la portata del dramma in essere - stolti, che la divinità vi distolga il proprio sguardo benigno - si limitavano a generiche rassicurazioni sul fatto che sarebbero intervenuti quanto prima.

e noialtri, persone che hanno distillato fino allo sfibramento l’arte della nomenclatura creativa della quantificazione del tempo, del tutto consapevoli della durata concreta nel mondo reale di locuzioni quali ‘adesso’, ‘ma certo non c’è problema lo faccio subito’, ‘lo consideri già svolto’, ‘5 minuti’, ‘in giornata’, abbiamo perso la mandibola e la dignità.

subito nello studio si è inscenato il trittico delle tentazioni di sant’antonio di bosch incluse le alte fiamme e i pesci volanti, cercando nella violenza gratuita e nell’offesa e oltraggio dell’altro un irrazionale sollievo al proprio dolore che si faceva sempre più gonfio, sempre con meno speranze, accecati dal bisogno, incatenati alla dipendenza, consci che senza sostanza non saremmo stati in grado neppure di alzare ancora una volta il diaframma.

ma io ho reagito.

io sono un uomo, mi riconosco dignità, non posso sozzare la propensione verso il perfetto e l’infinito della natura della razza a cui appartengo. io ho fatto una scelta diversa, più difficile, più faticosa nelle conseguenze.

io adesso vado al bar.

keev

giorgio de chirico, Il Meditatore, 1971, Collezione Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma

con il cranio ammollato nel mal di testa dall’alba di stamani - virilmente indifferente a qualsiasi chimica assuma per fiaccarlo - mi sembra di muovermi nel video di like a rolling stone nella cover, appunto, degli stone, a scatti morbidi, ciascuno slegato dal precedente e dal successivo.

questa condizione di bendaggio occlusivo delle capacità mentali, che non riesco a sciogliere nonostante i tentativi farmacologici, mi fanno apparire ancora più incomprensibili le considerazioni che molte donne fanno - anche alcune mie amiche - in ordine al rifiuto sdegnoso dell’epidurale, operato brandendo il concetto per cui soffrire farebbe parte del processo del parto in maniera ineluttabile e bibblica e quindi si amputerebbe una parte poetica del meraviglioso miracolo della natura, sedandosi.

davvero non capisco perchè sentire distintamente la carne lacerarsi, ogni istante senza sconto, dovrebbe comportare a rendere più sospirante il ricordo di quando metti al mondo tuo figlio.

e più in generale, non sono in grado di comprendere come il dolore fisico possa diventare quasi un conforto, come un pagamento soddisfacente per mondare generici peccati.

forse è da imputarsi al fatto che quando ho mal di testa l’unico impulso vitale che provo è di raschiare la faccia contro superfici aspre o sbattere la medesima testa su amorevoli angoli, ma il portato di accrescimento dell’anima di soffrire fisicamente mi sfugge alla vista. come le sfumature dei colori, proprio non riesco a distinguerle.

sarà daltonismo morale, il mio.

chinese democracy of genova (diverse gradazioni di rosso)

il mare ha la faccia piccola e girata contro il muro. nel senso, l’odore c’è, lo scorticare degli intonaci delle case per il sale pure, i menù ad addescare i clienti esposti fuori dalle trattorie innegabilmente rimandano al pescato, però genova non ha il respiro ampio nell’affaccio sul mare. sarà che c’è il porto di mezzo.

dalla curva in autostrada abbagliando gli occhi sul tremare del sole nell’acqua si creano delle aspettative un po’ tarpate, di mare profondo.

si circola a due piani: a chi ha l’approccio sabaudo alla dislocazione delle vie, quadrata, priva di sorprese e ineluttabile come il destino, l’angoscia e la consapevolezza che mai si sarà in grado di arrivare all’albergo - ma anche solo di lasciare la sopraelevata -agganciano subito.

ho dormito in un bel palazzo liberty, con un ascensore dotato di una pulsantiera a spingere la quale mi vergognavo a non indossare un corsetto e almeno due piume sul cappello, così come a prendere la cornetta della doccia a telefono anni ‘20.

fontana è stato assordante, la sala rossa asciugava le parole, le tele stavano svergognatamente aperte e impastate di colore. gli allestitori hanno cercato di placare un poco l’impulso a toccare, davvero impellente per la tridimensionalità delle opere, disponendo delle riproduzioni in cui su cui si potevano far scorrere i polpastrelli. quasi sacrale la sala 7 delle nature, con i bronzi e le terracotte a terra illuminate trasversalmente.

uscendo a prendere freddo si rimaneva un po’ frastornati, come ad aver stipato oltre i limiti della capienza immagini e sensazioni, con la necessità di rimasticare con calma anche un poco per capire.

le vie sono lamellari per la limitatezza delle distanze tra gli edifici, alcune così strette da stare sotto la dimensione  delle spalle vestite per l’inverno.

salire a bordo dell’ascensore di renzo piano per vedere la città dall’alto, quindi, ha riposato i polmoni e liberato gli sguardi.

ho comprato axl rose che canta il suo cinese quale musica da viaggio nel riprendere l’autostrada al ritorno. altre vie nuove, che si sono dimostrate percorribili però anche come immediati raccordi al già vissuto.

autocontrollo con le spalle strette e cadenti

Antonio Ligabue - Leopardo nella  foresta

ora, uno non pretende tanto: che sia in centro (visto che pare sia zona a traffico limitato, e allora che ci possa arrivare a piedi a palazzo ducale), con il parcheggio/garage, stante il fatto che i residenti descrivono genova un poco movimentata la notte e con tendenze di affezione di certi passanti nei confronti delle auto lasciate libere a dormire per strada.

pare che però sia impossibile trovare una stanza con questi risibili gadget per domani.

io mi risento tantissimo se, una volta abituata all’idea, ed ero mentalmente e pure un poco fisicamente già a riempirmi gli occhi di lucio fontana, ci sia un brusco cambiamento di programma, proprio divento una fiera tenuta in cattività senza neppure l’acqua che riesce a spalancare la porta della gabbia. come ieri sera.

che già tornavo stanca e pure sconfitta moralmente per le tese vicissitudini interpersonli che condiscono ormai di abitudine i rapporti sul lavoro, ultimamente (che dio fulmini l’istituto del compleanno e della barbara convenzione di festeggiarlo), con la busta di plastica della spesa monca che avevo fatto in pausa pranzo e le 5/6 riviste con l’acquisto delle quali settiamanalmente mantengo l’edicola sotto casa. arrivo al portone e decido di testare la copia delle chiavi da dare all’affettuoso padre per venire a nutrire l’affettuoso gatto nel corso del fine settimana di gita a genova (sempre che, naturalmente sempre che). e la chiave, pur infilandosi, non gira.

la bastarda resta immobile come aveva fatto già il giorno precedente, a seguito della quale ieraticità ero già tornata dall’ilare artigiano che, rumoreggiando dandomi le spalle, mi aveva assicurato come fosse tutto  a posto.

penso abbia cominciato a pulsarmi tutta la fronte che si sarà messa a sporgermi come fossi un klingon. mi ci sono aggrappata di peso, alla bastarda, maledicendogli la genia travolgendo all’indietro gli ascendenti (e facendo poco danno, considerata l’età del rubizzo lavoratore delle chiavi) e in avanti la discendenza legittima ed illegittima. poi ho preso a deambulare a passo sostenuto, formalmente per trovare un’altra bottega dove copiare nuovamente la chiave, in realtà perchè ero imbizzarrita e le gambe son partite al galoppo.

visto anche che i negozi erano evidentemente chiusi.

adesso sono titolare di una copia funzionante - dal momento che finché non risolvo un problema esso rimane incastonato incandescente nella testa - e mi trovo costretta a dover deviare il flusso di odio dal pingue artigiano alle strutture recettizie  di genova.

il vecchio ha tutte le fortune.

addosso

 

olga marciano, l'ultimo abbraccio, 2008

stammi più vicino, premi come dovessi entrare. però resta sulla soglia, fai corrente dentro di me, che sbattano le finestre, crea quel vento allegro che fa ridere le donne - quando i bambini si scordano di richiudere la porta - invece che arrabbiare, perchè è estate e c’è quella felicità naturale e ingenua che muove le facce involontariamente come muove le tende.

guardami appoggiandomi quasi gli occhi sui miei, distingui le schegge di colore delle iridi - dici che i miei sono granitici e non hanno sfumature, sono fondi e bui in maniera costante e implacabile, tu invece degradi dal chiaro allo scuro, si può seguire come in un sentiero a spirale la visione del mondo che hai prima che le immagini si gettino a farsi ingoiare nella pupilla.

fammi sentire la pressione del tuo respiro, così rapida e piccola come fossi sempre sul punto di fuggire, non ti concedi respiri profondi e tranquilli se non quando cedi al sonno. quando cedi al sonno qui vicino.

resta aderente alla mia vita per mezzo del mio corpo alla mia vita al mio corpo vita corpo. corpo.

esigenze catoniane

Inge Morath © The Inge Morath FoundationUSA. New York City. 1957. Kosher Butcher on the Lower East Side.

dovrei introdurre un tasso di severità nella mia vita.

avessi un gatto indisciplinato potrei concentrarmi sulla sua educazione, ma il mucchietto di pelo cuneese al primo ‘no’, neppure tanto stentoreo, resta intristito col labbro pendulo ma seduto lontano dal piatto di prosciutto crudo mangiato sul letto. neppure succhia i vestiti, si limita a fare a julienne i fazzoletti di carta che dimentico di gettare però è evidente come tanto sia risibile, a livello di danno.

sono anche in un’inquietante fase di astinenza farmacologica quindi non posso neppure impormi di smetterla di riempirmi le fauci di pasticche a manciate (guzzanti è e rimarrà il mio punto di riferimento espressivo di manie). ho persino smesso di adoprarmi nella ridicola pantomima del fumo - ridicola per come la conducevo io, non arrivando neppure alla cinquina giornaliera.

pertanto, stante il fatto che non mi consumo di notte nelle dark room della provincia granda e conseguentemente non possa ulteriormente morigerarmi nei costumi, mi resta soltanto di impormi disciplina o nell’alimentazione o nella disciplina sportiva. nel senso di crearne una, con riferimento alla seconda che ho detto (… appunto).

la pigrizia conforma entrambe le condotte, e più in generale tutta la vita. d’altro canto, io sono quella che sceglie i numeri sul tappeto della roulette su cui puntare sulla base della vicinanza delle caselle alla mia persona.

potrei eliminare i carboidrati, mettermi a pesare istericamente tutti i cibi e abiurare al mescolare le diverse famiglie nutrizionali, più intransigente di un cuoco kosher.

potrei permettermi solo cibi di un colore, scegliendo quello più difficile da rinvenire in natura (severa e bastarda), e nel mentre pianificare distanze inverosimili da coprire a passo di corsa giornalmente.

perchè  il vero problema è che non sono tarata per le mezze misure, non riesco ad affrontare in maniera saggia e conciliante neppure il riempimento del carrello della spesa.

oppure potrei ricominciare a mettere lo zucchero nel caffè e poi eliminarlo. e nel mentre che lo sorbisco aggiungere la contrazione dei glutei.

severo è severo.

bocca senza senso

edward ruscha, buffalo, 1989

il massimo volume della voce non è sufficiente a coprire la rabbia, quella vera, che ti storpia in un’espressione deforme l’intero corpo. e poi come urlare fino al limite: che fai, in mezzo ad una strada ti accucci per spingere meglio l’aria e gridi? per passare per l’ennesimo tossico? e gridi cosa, vocali insipide, un insulto, il nome di dio invano?

urlare non ha attinenza con la rabbia altissima, riesce ad accompagnare il malumore fino ad un certo stadio, poi diventa gambe corte inutili per un corridore, che non solo non agevolano lo sforzo ma lo intralciano.

e allora cosa, il silenzio? tacere riasce ad esprimere la rabbia? il silenzio non esprime mai niente, se si crede diversamente è solo perchè - per presunzione e per paura della solutidine - si pensa che quello che teniamo dentro non possa non essere compreso, per intuito, per solidarietà, per empatia, perchè non siamo i soli a provarlo, anche dagli altri. è tristemente ingenuo fare simili considerazioni, e controproducente, perchè alla rabbia che già avevi si aggiungerà inevitabilmente quella che nasce dall’insoddisfazione che l’altro non abbia letto nel silenzio il tuo stato d’animo.

non sarà come un TSO come nel caso di urla scomposte per strada, però si carica tristezza sulla tristezza.

pertanto, quando provo così tanta rabbia che mi fa marcire e mi consuma da dentro, rabbia mefitica che non ha neppure la nobiltà del fuoco che distrugge e purifica, che posso fare?

mormorare come gli arresi, miodiomiodiomiodio.

carni sacre

Cerith Wyn Evans,Firework Text (Pasolini), 1999

quanto in basso si possa arrivare non basta a misurarlo la lunghezza della tibia nel gesto di mettersi in ginocchio.

perchè si può pure strisciare. e perchè nell’abiezione con la mente possiamo ampliare i limiti della pelle, arrivando a disfare la materia del cielo, ma pure sotto, tanto in profondo che i pensieri sono albini perchè la luce non l’hanno mai conosciuta.

io ho dei blocchi, relativamente alle violenze. ascolto e comprendo le narrazioni ma poi ad un certo punto mi si chiude la porta tagliafuoco facendo un tonfo, e smetto di registrare, come se la mia misura delle azioni di avvilimento del prossimo fosse colma e non consentisse di proseguire.

guardo i film, leggo le interviste di chi è scampato ai garage delle torture sudamericane, alle donne stuprate durante i conflitti di guerra, ma non riesco a non vomitare fino a dovermi fermare.

forse è semplice debolezza, non ho il coraggio che è necessario: ma se il concetto che qualcuno abbia fatto del male a qualcun altro drammaticamente non mi fa chiudere gli occhi, l’elencazione dettagliata nel concreto di come e a che punto si sia fatto male mi fa impazzire.

che si neghi recisamente la dignità umana a un individuo e si compiano azioni, gesti veri, gesti osceni per indurre dolore e terrore mi sbalza all’indietro, provo una solitudine senza scampo.

neppure paura, qualcosa di oltre, di desolazione, di scoramento incapace di cura, che un uomo possa soffrire tanto e che un altro uomo possa indurre con le mani - le mani che usa al mattino per puntellarsi e uscire dal letto, per spingere la porta del supermercato, le mani anonime con cui convive - quelle sofferenze.

che abbia un tale buio nel cervello - o una luce accecante di onnipotenza al neon - e che usi il proprio corpo per depredare di dignità un individuo modificando l’identità di questo da soggetto a vittima e che se lo tenga, quel corpo vile.

e che lo metta in coda tra altri come fosse un individuo qualsiasi nella noia di aspettare il treno.

dedicato

Edward Hopper, Morning Sun (sole di mattina), 1952,

a chi stringe il volante senza mettere in moto, mentre un tizio si agita a qualche metro perchè aspetta che gli lasci il posto e non capisce il motivo per cui impieghi tutto quel tempo, si aggrappa e neppure accende la radio dal momento che quella è un’azione che fanno i vivi, e a lui sembra di aver esaurito l’energia residua scendendo le scale e aprendo la portiera. non può accendere e meno ancora può spiegare (spiegare cosa?) all’altro che non cede e resta dietro, forse per il resto dell’esistenza di entrambi.

a chi esce da sola dentro l’alba dal pronto soccorso senza nessuna voglia di nascondere la prescrizione per il norlevo nella borsa, e non si stupisce che stia schiarendo perchè le sembra di aver trascorso 3 ore soltanto a sillabare il proprio nome e motivo per cui fosse lì al simpatico burlone dell’accettazione che trovava divertentissima la vicenda della rottura del preservativo e ci teneva a amplificarla ripetendola al microfono oltre il vetro. tanto agonico e opportuno lui, tanto rapido da diventare inesistente il medico che aveva scritto senza neppure alzarle gli occhi in faccia. a lei che adesso, per chiudere, va a fare una capatina alla farmacia sempre aperta vicino alla stazione per condividere il buon giorno con tossici e familiari assuefatte alla malattia che non porta l’orologio di chi li aspetta a casa.

a chi pronuncia ‘non importa’ senza neppure più la voglia di sembrare credibile in risposta all’altro, che aveva promesso di passare, di esserci a cena, di andarlo a trovare, di festeggiare una qualche cadenza religiosa o il suo accidenti di esser nato, un tempo generico prima, e non ascolta la scusa dell’ennesima assenza, mentre pensa che non ci sarà nessuna motivazione per aprire il frigo e far finta di mangiare, la sera, e di lasciare il letto, poi, la mattina.

un pensiero, solidarietà tra perdenti.