Hawthorne in love
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legare un cordino rosso al polso è pure discreto, come segnale di disponibilità.
poi un cordino di cotone, adeguato alle esigenze etniche ecocompatibili e di estetica di un certo ambiente, e rosso, evidente come colore ma non sguaiato.
la festa di ieri, la cui complicata regolamentazione implicava una catena di obblighi differenziata a seconda dello stato sentimentale - la coppia conduce una coppia di single, il single un single dell’altro sesso - ma restava semplice nell’alcol, una bottiglia a testa da portare in dote, aveva questo trasparente scopo di far conoscere.
credo si sperasse nell’apporto sconosciuto degli amici degli amici, perchè, a vedere le persone parlare, la maggior parte degli stessi sembrava molto affiatata, e se fosse dovuto accadere qualcosa, tra i singoli già noti reciprocamente, si presume sarebbe già accaduto.
e così, col bicchiere in mano, attraversando stanze vuote di una casa a vivere nella quale io sarei molto felice (come non ho mancato di far sapere, sacramentando, al demiurgo), soprattutto immaginandomi nella profonda terrazza un giorno di giugno, ci si passava accanto gettando lo sguardo prima che nelle scollature sui polsi.
non so se la finalità della festa sia stata raggiunta, durante un momento particolarmente aggressivo della recrudescenza anni ‘80 della selezione musicale mi sono messa a scavare nella formazione naturale ammonticchiata dei cappotti per trovare il mio e sono andata via, prima ancora dell’estrazione del viaggio messo in palio per concorrere alla quale detengo ancora il mio biglietto n. 254 (avessi vinto spero qualcuno mi avverta).
forse l’esporsi forzatamente tutti insieme nella propria dimensione di non-in-costanza-di-rapporto, e con un simbolo esaustivo nel solo fatto di esserci, senza la necessità di dover spiegare nulla a parole, fa superare l’ostacolo dell’imbarazzo di dichiararsi tale. ed anche spogliarsi della necessità di dire che si è soli, sì, ma per scelta, e che va bene così, che la solitudine è la più grande libertà, infilando parole e gesti da rappresentazione cinematografica di uomo o donna sicuri e bastevoli di sè e nel contempo sperando che l’altro non ci creda.
la sostanza della forma
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la mia mano si addatta perfetta, sei nata coi fianchi in scala compatibile.
giusti per il gioco del pollice che ruota e si aggancia alla schiena mentre le altre dita si tirano verso l’ombelico. che crescono dalla vita il corpo necessario perchè possa appoggiarci la fronte mentre ti bacio.
io ti guardo negli occhi ma facendo torsione, perchè i tuoi fianchi mi inchiodano. ne sento la presenza umida che mi piega le gambe anche se resti alle mie spalle. sei stata costruita intorno, ti misurassi alla fine arriverei a trovare i tuoi fianchi come numero primo.
e non solo di te.
ogni passo che getti è un calcolo preciso, metti in asse il mondo. per ogni falcata, per qualche secondo si allinea ogni cosa ed esiste la perfezione assoluta.
non guardarmi ancora
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la gola è della materia del fuoco.
pensa di aver dormito con la bocca aperta - e quindi di aver russato e se ne vergogna subito. non dispone della dimestichezza a lasciarsi sguarnita di impostazione fino in fondo, tiene il pudore sulla volgarità della dimensione umana del corpo che puzza, che secerne scorie, che produce rumori, come l’asciugamano sul seno in uno spogliatoio femminile. inutile e pure irridente.
non prova sollievo per il fatto di non dover lustrarsi sempre a lucido prima di vederlo. a lei il diaframma del fondotinta e delle calze rallenta i battiti.
condividere il letto anche nel senso di dormire ma comunque come coda della causale sesso è ben diverso dalla condizione di averne uno solo, di posto dove riposare, per entrambi.
è principalmente il rovescio delle proporzioni ad angosciarla. perchè mentre prima le occasioni di risveglio arruffato erano l’anomalia rispetto alla quotidianità di composto artificio, l’eccezione per lui diventerà vederla bella, perfetta e ridisegnata.
come è davvero non apparterrà soltanto allo specchio e a lei che ha imparato a trasfigurarsi senza l’ausilio degli occhi, ma si conficcherà nella memoria di lui a tal punto che ne vedrà sbalzare i tratti effettivi anche sopra al trucco.
e diveterà tutto inutile, le scarpe con i tacchi alti, i reggiseni imbottiti, il lucidalabbra.
stacca la sveglia, si alza e va in bagno.
ogni mattina, sempre qualche minuto prima.
smells like teen spirits
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ho avuto un posto di visuale privilegiato sulla categoria ragazzino, questo fine settimana.
la qual cosa dovrebbe darmi spunti di pensate riflessione circa i miei gusti musicali (e conseguentemente sui concerti a cui assisto) ed i locali dove mi piaccia andare a ballare.
in ogni caso, venerdì a vedere bugo, i linea 77, afterhours e subsonica ero un piccolo schizzo di maturità decomposta che si faceva barriera coi gomiti immersa nel mare dell’adolescenza.
salvo il problema dell’acustica - sempre che i fonici non appartenessero alla scuola maieutica e volessero, col non amplificare la voce dei cantanti, indurre il pubblico a ripetere a memoria i testi senza aiuto e quindi farlo uscire arricchito dall’esperienza della serata - e i tempi di assemblaggio del palco tra una esibizione e l’altra, riempiti da considerazioni ambientaliste esposte in maniera un poco tautologica, il concerto è stato bello. mi piace diventare un elemento collegato al tutto che salta insieme, credo liberi un qualche produzione di endorfine preistoriche di godimento per l’appaltenenza alla specie.
tutto intorno, dicevo, universitari ma anche parecchi fruitori delle superiori, in gruppetti più piccoli rispetto alle carovane di genti con cui ricordo ciascuno si muovesse quando ero io in quel target di età. per la maggior parte tranquilli, pochi esagitati (venuti presumibilmente solo per il pogo sui linea, durante l’esibizione delle luci della centrale elettrica si saran fatti un sonno vicino alle spillatrici di birra), neppure gran bruciare di fumo.
la medesima pacatezza, anche se intervallata da qualche piumaggio e bretelle portate a nudo, era ieri sera in un club in cui sono andata a ballare - allettata dalla proposta di entrare con 10 €, prendere l’aperitivo, mangiare e nel mentre assistere ai gorgheggi di paola&chiara con costante assistenza del dj.
forse è vero che i ragazzi, svestita la necessità di apparire duri e virili, costruzione morale che parrebbe necessaria per farsi apprezzare dalle donne, anche se non mi è ben chiaro chi l’abbia stabilito, diventino meno molesti. nel senso che non ingenerano la necessità, che squilla nella testa femminile in maniera automatica da quando ti spuntano i caratteri sessuali secondari, di dover stare attenta, di rimanere guardinga. e nei luoghi ristretti e di esibizione come i locali tutto ciò si esaspera, il ragazzo ha poco tempo e poco spazio per dimostrare quanto sia uomo e deciso (e quanto non tolleri che altri ragazzi guardino ‘ciò’ che ritiene suo) e la situazione può incendiarsi facilmente.
la zona franca, ieri sera, era la pista; mentre era il cesso, normalmente terra di rilassamento per le ragazze che smettono di tenere la pancia e magari si sfilano per qualche secondo i tacchi, a motivare l’aplomb.
delicata, mi è sembrata questa adolescenza.
se dovessi definire come ricordo la mia, furiosa.
chiuso per riunione
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siamo qui riuniti, signore cellule, signore viscere, signori componenti del sangue, corpo tutto, per decidere che fare della baracca.
perchè è evidente che la situazione, oramai, lascia a desiderare, per esprimerci con perifrasi che risulterebbero stucchevoli all’acquirente medio della suoneria del cellulare col gattino lamentoso.
l’alimentazione sembra il report di ingestione di un adolescente sotto chetamina con le braccia corte e pigre che arriva solo ad una data altezza degli scaffali del supermercato e non può che nutrirsi di ciò che accidentalmente è ricompreso nel suo (limitato) raggio di azione. con degli eccessi da veggana che non si tinge i capelli e porta i sandali anche a novembre così il suo corpo respira, ma la compulsiva introduzione di vegetali è una reazione scomposta e disorganizzata al report di cui sopra, pertanto non può comportare davvero beneficio.
però la faccenda triste è che si cominci a patire tale assemblamento nutrizionale.
dopo una lucente carriera di perfetta e asettica salute, ci si ritrova qui ogni santo giorno eiettato sulla terra a provare sintomi morbillosi di qualche tipo, ultimamente specializzandoci in dolori articolari e/o reumatici, mai patiti prima tanto che mi mancano anche i termini fondamentali sensoriali per capire che, sì davvero, ma proprio io ho mal di schiena.
e non possiamo preparare mentalmente la valigia da pronto soccorso aspettando con gli occhi socchiusi e le mani in posizione non troppo rigida sul volante da tamponamento ogni volta che ci viene l’ansia notturna da stavolta-il-danno-conseguente-a-questo-errore-che-sicuramente-ho-fatto-seppellirà-me-e-la-mia-assicurazione-professionale (danno inesistente per errore inesistente, ovvio, ma lo si scopre al mattino, una volta shakerata la pratica alla ricerca dell’abominio che sicuramente c’era, non prima) perchè il cuore prende una velocità tale da spettinare e a battere con una violenza che sbalza fuori dal petto e cerca una via di fuga per tutti gli orifizi.
insomma, signori, bisogna decidere: l’alternativa è una sola.
sia messo in votazione: chi appoggia la mozione di smettere di invecchiare?
[per vedere l'indicazione del titolo e autore delle immagini, scorrerci sopra il mouse]
il silenzio va su tutto, come il blu
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la voce ha un’effetto destabilizzante: guardi la faccia di una persona, la consideri innestata sul corpo nel complessivo, ritieni di avere un’opinione e poi lei articola parola ed è in grado di scardinare a schianto tutte le impalcature mentali appena tirate su, che ti auguri che l’ambiente di lavoro nel tuo cranio imponga un massiccio impiego di imbragature di salvataggio.
non che sia così tanto sensibile alla voce in significato positivo, se ritengo un individuo non attraente pure se tira fuori una voce calda e attirante come le onde che grattano la sabbia sul bagnasciuga difficilmente soltanto questo mi capovolge la valutazione, ma patisco il contrario. la vocetta stridula mi stana i nervi e me li porta in superficie.
le tonalità alte e altissime perforano l’udito, sei occupato a tamponare il sangue che sgorga dal timpano e non puoi anche fare attenzione a quanto viene articolato con quella forchetta che sevizia il fondo del piatto. voci simili sono uno strazio vero, non riuscirei mai a condurre un sano litigio con un portatore di suoni con eccesso di ottave sopra, mi arrenderei subito pur di preservarmi l’equilibrio fisico e morale.
ma similmente trovo fastidioso anche chi, conscio di avere una bella voce, si imposta in modalità carmelobene anche per ordinare il caffè al bar.
poi d’accordo che la dimensione superificiale dell’esistenza ha una dignità elevatissima, ma anche se arroti le z con agili acrobazie tra lingua e palato, trattieni il fiato dopo il fonema tonico, tieni la e aperta ma non sguaiata, sempre cazzate rimangono.
Die Leiden des jungen Dr. Gibaud
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ho rincuorato un’amica giusto l’altra mattina, dicendole come fosse successo anche a me, quando mi ha raccontato, con echi dell’angoscia notturna che aveva provato, d’aver sognato di essere schiacciata sul letto da una persona, di cui distingueva a tatto il corpo sopra il suo, e di non riuscire a muoversi.
è una sensazione davvero disgustosa e opprimente, andando oltre la questione dell’aggressione, proprio per il fatto in sè di non avere la possibilità di movimento.
pertanto ieri, oltre al dolore - un signor dolore- il ritrovarmi con la schiena bloccata (alla luce dell’analisi degli eventi e dalla pronta, attuale guarigione, sono arrivata alla conclusione per cui la causa scatenante sia stato il freddo repentino che ho raccolto addosso uscendo fuori dallo studio senza giacca per una decina di minuti) è stato frustrante principalmente per la rilevante limitazione dei gesti che ne conseguiva.
non che sfrutti la mia impalcatura anatomica lanciandola normalmente in sfide di resistenza fisica, anzi eccedo nel contrario, ma in effetti cammino abbastanza, venendo a piedi al lavoro e usando il tram per spostarmi. e ritrovarmi a misurare i passi come una geisha e dover frammentare l’andatura abbattendomi a riposare contro tutte le superfici accoglienti che incontravo sulla strada ha rosicchiato grandemente gli standard abituali, innervosendomi con passione.
non ho mai chiuso gli arti inferiori in ingessature né portato tutori - ulteriore elemento indicatore della mia scarsissima frequentazione con la disciplina sportiva - però penso che avere costanti e durature briglie ai movimenti debba essere davvero avvilente.
poi sembra che la vita diventi improvvisamente gravida di tutte le occasioni che avresti voluto per te, e che necessitano almeno di una risposta muscolare normale, proprio quando ti ritrovi impedito.
[nello specifico la mia occasione irripetibile era fatta a forma di di tram numero 15 alla fermata che ho dovuto lasciar andare via senza avere lo scatto giusto nelle gambe per arrivarci al volo, il quale tram, qualora l'avessi preso, mi avrebbe consentito di arrivare prima dell'insipido ragazzo vestito di velluto marrone al circolo dei lettori e comprare io e non lui gli ultimi due biglietti per la lettura di odifreddi su darwin di domani sera. tanto è indicativo a sufficienza del livello di sprezzo del pericolo e avventura ai limiti dell'incoscienza della mia esistenza].
I’m not superstitious, I have no doubt, That there’s a reason, how things turn out
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mio nonno ha regalato a me e a mia sorella un corno di metallo di sua artigiana fabbricazione. io ovviamente ho perso il mio pressoché subito, lei ovviamente ancora lo conserverà - sono quelle certezze monolitiche che non verifico appunto come non si verifica la sede di nascita del sole.
la famiglia di mia madre (il nonno era suo padre) è superstiziosa con metodo e scienza. nel senso, non si improvvisano una tantum - procedi ai riti qualora in cui il sale cada a tavola ma poi ti distrai nel caso di scala aperta davanti alla porta o cappello poggiato sul letto - ma porta avanti il suo progetto di medioevo con dedizione.
la nuova generazione è, ovviamente, indifferente e/o sbadata relativamente a tale affare, credere al quale costituisce peraltro attività che succhia via un sacco di tempo ed energie, soprattutto nelle persone delle figlie di mia madre - gran sacerdotessa, invece - di talché il nonno pensò bene, ad ogni buon conto, di schermarci con i monili dalle intemperie cosmiche del malocchio.
al cornetto ci ho pensato stamani, venerdì 17, mentre portavo il microgatto (molto più nero che bianco) dal veterinario, il quale aveva l’agenda libera di appuntamenti oggi appunto perchè ‘la gente è superstiziosa’, ha detto scuotendo la testa.
devo chiamare mia madre e avvertirla del mio gesto avventato, tanto per infastidirla.
c’è da considerare che comunque gatto nero e venerdì 17 magari si elidono a vicenda, negativo + negativo diventa positivo.
potrei aver salvato il mondo da una catastrofe capace di azzerare il genere umano (e felino) senza neppure volerlo.
ça va sans dire
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l’affettazione femminile, la gestualità da pavone delle mani aperte con le dita tese, la voce registrata scientemente almeno due toni più alti della civiltà, e poi ancora mezza tacca oltre, capiente a coprire anche nella testa dell’interlocutore qualsiasi tentativo di intervenire - perchè sia ben chiaro che non interessa lo scambio di opinioni, è un esercizio commerciale sovietico degli anni ‘50, monomarca - la gestione dell’andatura, finalizzata esclusivamente a commentare coreograficamente i discorsi di lei (fermarsi all’incrocio con il giallo pulsante perchè quanto ha da dire supera, nella necessità dell’enfasi di rimanere tutti immobili, le esigenze di autoconservazione), quando la donna in questione vuole dare sfoggio di sue sapienze, mi gonfia i linfonodi.
lei ingombra l’aria con le braccia a mulino come un direttore d’orchestra con la labirintite e concetti diluiti in francese espressi sempre a metà, perchè ha troppe idee che le si affastellano e si rischierebbe di perderne qualcuna nella pignoleria pedante di definire un discorso prima di iniziarne un’altra, io mi palpo la base del collo e sotto le ascelle per controllare il livello di linfociti in essere.
gli uomini sono meno plateali quando fanno gli sboroni: o meglio, più infantili, evidentemente esagerati ma comunque normalmente inferiormente caricati.
mi diventa quasi indispensabile l’esame radiografico soprattutto nel caso di esternazione delle passioni artistiche di lei, comunque dotata di sensibilità acutissima e speciale (c’è più sensibilità in lei che in un intero locale durante una serata queer), che individua le mostre meno pubblicizzate perchè di nicchia e si schifa per la fruizione popolare di artisti frusti tanto ovvi.
e lei quell’opera lì adesso comodamente in visione nella tua città, magari ad ingresso gratuito, l’ha vista in qualche spazio espositivo clandestino, in cui si entrava pronunciando la parola d’ordine, in una repubblica dal nome impronunciabile collocata da qualche parte tra gli urali. e guardarla adesso non è la stessa cosa.
nel mentre che ricorda con una punta di nostalgia lacrimosa di quando da giovane aveva incontrato il famoso regista curdo prima che divenisse così prevedibile e famoso, riesce a sciallare la pashmina e ravvivarsi i capelli e guardare il nome sul display del cellulare per decidere che no, non gli risponderà e poi sì, a questa devo assolutamente rispondere.
insomma, ha così tante cose da fare che impiega qualche tempo per accorgersi che io sono rimasta a tastarmi su una panchina.
sensibilità spuntata
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ho liberato le mani strofinandole contro come a togliere la sabbia per procedere poi con me in tutti i miei luoghi - gli occhi dalle precedenti modulazioni dello sguardo nero nella chiave morbida di disposizione all’amore, la posa del busto per adattarmi al corpo abbracciato, la bocca piegata a baciare nella gradazione specifica di un’altra bocca - e ho preso te.
non vedi, non parlo neppure nella stessa maniera, butto i passi coprendo porzioni della terra prima levigate, mi si contraggono le linee dei polpastrelli. seguo con le dita i contorni della faccia allo specchio per impararmi nuovamente e mi ripeto a memoria forzatamente per non perdere tempo.
e tu incosciente mi chiedi dondolando le gambe sotto la sedia - ma sono importante per te?