buongiorno
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appena apri gli occhi sei totalmente esposto, hai la faccia nuda. bisogna recuperare l’equilibrio da sveglio, cosa che talvolta, nel caso di una notte nera di sogni realizzati in batteria, appare quasi impossibile.
stordito a ripulirti dalla sabbia del sonno, è come se dovessi riacquistare la capacità di parola ogni volta.
insomma, nel risveglio sei una borsa piena di denaro lasciata spalancata sul sedile del treno, sei una donna bellissima e distratta con la sottana alzata.
quando ti innamori e prendi a vivere con una qualcuno bisognerebbe riflettere su questo aspetto, che comincerai a risvegliarti con quella persona vicino, che sarai incredibilmente aggredibile - oltre che altrettanto naturale e privo di clementi artifici e lei ti vedrà così, e qualsiasi successivo allestimento della tua persona metterai in atto l’immagine di te cisposo che si risveglia si sovrapporrà fino ad annientare gli effetti speciali.
aggredibile ed abbandonato. se deciso in maniera cosciente, una dichiarazione d’amore silenziosa così potente.
da alfa a alfa
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come unità di misura dell’infinito propongo, senza paura di smentita nè di confronto - perchè ne usciremmo vincitori - il tempo di macinazione anche dell’operazione più idiota del mio pc.
dovrebbe essere utilizzato dai monaci buddisti per testare l’effettività della tanto sbandierata imperturbabilità. perchè non è lento, talvolta non è e basta.
dall’istante in cui mando il comando di apertura di una pagina bianca (dal momento che è di insidiosissime e tecnicamente complicate applicazioni come queste che si sta parlando) e quello in cui la maledetta termina di germinarsi io ho già cambiato idea circa quello che avrei voluto scrivere 57 volte, me ne sono dimenticata altrettante e ormai provo lo stimolo fortissimo all’altezza della vescica.
per non parlare se debba svolgere più operazioni in parallelo (si legga: rispondere alla lucetta arancione di msn e magari controllare anche la posta), in qual caso risulta più funzionale nel mentre inserire anche l’edificazione di un muro con le tessere dello scarabeo o la realizzazione della vista su posillipo quale trompe d’oil in sala riunioni per occupare i tempi morti.
mi rendo conto che sbattere ritmicamente il palmo aperto sulla scrivania, perchè il pugno fa aggressivo, seguendo il salmodiare sacrilego con cui contrappunto questi futili inconvenienti non costituisca una risposta efficace e in accordo con il pensiero positivista, ma non ho trovato soluzioni alternative.
sarà un segno, un invito silenzioso a darmi ad attività differenti che non implichino l’utilizzo di christine.
o a smetterla con questa schiavitù autoindotta di darsi una velocità così frenetica nell’esistenza. rallenta, sorella, approcciati alla vita seguendo il millenario e sapiente battito della natura, più piano, apprezza i parlicolari la cui vista nella corsa insensata in cui ti sei lanciata ti è preclusa. rallenta e rinsavisci.
l’importante è non crederci a tal punto da accordare alla briosità di risposta del pc il ritmo della respirazione.
l’infame infezione
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comprendo perfettamente la necessità di esprimere con raffigurazioni di carne concetti altrimenti non afferrabili con le dita, l’antropormofizzazione dell’intangibile. insomma, picchiare l’untore non solo era comprensibile, era proprio moralmente giusto.
l’idea di avere a bivaccare sui gradini in piazza, a spaccare le bottiglie di birra a scoppio contro i muri - crassssh - giusto per sentirne il rumore, e poi sfrecciante per le vene coi gomiti fuori dal finestrino colonie di batteri che non posso stanare e cavarmi via a forza di mani mi incattivisce. forse ci sono, là sotto, anzi se mi impegno ne vedo perfino la scia luminosa e il rumore dei cocci sotto le ruote (non adesso perchè adesso i nullafacenti dormono, dormono colla bocca aperta e le magliette sporche di vomito), e io li odio, in maniera del tutto sproporzionata alle dimensioni, anche scoordinata ai loro nomi buffi e rassicuranti da sottobosco con bambina dotata di cestino di vimini che ilare li raccoglie.
qualora il grande demiurgo anche volgarmente detto medico esprimesse la valutazione positiva, sì la malattia è dentro di me, prenderò ad annientarli attraverso l’attacco chimico. avere la coscienza della loro misera esistenza che scema sarà lieto, sì, ma non sentire distintamente lo scricchiolare della disarticolazione di ciascuno degli immondi corpi, cosa che sarebbe potuta accadere qualora avessi potuto afferrarli, escluderà una mia reale pacificazione dei sensi a seguito della guarigione.
e poi resteranno le schegge di vetro sotto alle panchine.
le tasche appesantiscono i vestiti
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una bella figlia senza dote.
mio padre questo ha fatto: insiste ad essere orgoglioso e interpreta la carenza non un nonostante quanto un soprattutto.
una bella figlia comporta la questua degli occhi maschili pressochè costante e molto anticipata nei tempi e quindi un’obbligo di tensione - per la difesa e la selezione - impegnativo, per il padre.
la mancanza di dote allarga i calibri del setaccio, ammala la qualità dei candidati e allontana gli onesti cristi che non possono permettersi soltanto l’amore. rimangono coloro i quali comunque t’avrebbero presa come speranzoso abbellimento di sè, ancora più tronfi nel ritenere che li si debba perfino ringraziare.
mio padre considera che la bellezza sia bastevole, che nessun velo di pizzo ricamato correggerà il volto della sposa mentre io potrò entrare in chiesa a capo nudo. e non capisce che sarebbe l’estrema offesa.
una donna bella, fiera e senza dote*.
[* ieri sera ascoltando meg al circolo dei lettori]
caput mundi
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delle persone mi piacciono le facce.
anzi, così è limitativo: le persone sono le facce, è come se le percepissi guardandole sproporzionate, quasi fossero caricature con la testa ad occupare per 3/4 l’impalcatura anatomica totale. io credo che in ciascuno il modo di modulare lo sguardo influisca su quello di buttare la camminata. è il volto a imporre la piega delle mani quando le mani vengono portate sul proprio volto, sui capelli.
il metronomo dell’intera persona è nella superficie tra sopracciglia e mento.
non credo che abbia molto a che fare col fatto di guardare negli occhi l’interlocutore quando si parla, perchè non lo faccio sempre, non tengo necessariamente lo sguardo entro l’iride altrui, lo porto a correre, mi casca per terra, si impiglia nelle maniglie delle porte, segue i toni della voce nell’aria, insomma lo sguardo non è agganciato all’attenzione che presto nell’ascoltare chi mi parla. peraltro quando sono davvero interessata io guardo la bocca. mi piace come si gonfia e si arriccia sulle consonanti (adoro le vibranti), non capisco come facciano ad esistere lingue parlate quasi esclusivamente con vocali.
poi le parole mescolano le facce, ne cambiano proprio la sostanza. le facce sono mutevoli. ovvero, i volti che mi piacciono sono quelli che cedono nei tratti ai concetti, che si lasciano modificare, che esprimono fino all’assetto degli zigomi quello che pensano.
una faccia immobile e inespressiva non trattiene le emozioni, amplifica proprio il nulla che contiene.
due sopra al termosifone
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devo smetterla di ferirmi. tra un po’ mi ritroverò a tentare di scrivere sulla tastiera coi gomiti, tra pollice sinistro ormai non opponibile da giugno - come esempio di un tempo lunghissimo si dovrebbe usare l’istituto della ricrescita dell’unghia dopo che l’originaria è perita per accadimento drammatico, ormai ho rinunciato all’idea di riavere davvero un’assetto decente a livello cheratinico - taglio con la carta sotto l’unghia dell’indice di ieri sera alla mano destra, infine un mignolo imbizzarrito e non so neppure dove e come me lo sia graffiato. considerato che già uso esclusivamente 3 dita sui tasti (ed è facile indovinare quali) l’impresa grafica appare ogni volta più stimolante.
il cielo che perde pezzi, di un bel tono di grigio suicida, limita la già risicata espressione in mq di casa rendendo impraticabile il balcone. penso che farò rissa con me stessa lungo una strettoia se non mi cederò il passo, in corridoio o in bagno, al primo spintone anche involontario si scatenerà l’inferno. il dover tenere le finestre chiuse rinsecchisce l’ultimo alibi all’acquisto dell’aspirapolvere (’tanto poi da fuori entra polvere, è inutile’). insomma, stanno cadendo le scuse al perdurare dello stato di emergenza e precariato giustificato. si fa sul serio, si impilano i libri, si tutelano gli occhi sostituendo alla produzione pittorica della padrona di casa qualcosa di meno contundente. insomma, ci si stanzia per davvero.
pertanto ora posso concedermi un gatto. almeno prendersi a botte per il diritto di passaggio prevederà un interlocutore reale. è più rassicurante.
il cambio di stagione
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la pelle è il contenitore della vita.
non sempre. talvolta è il cartone.
quello che diventa un po’ molle per l’usura, degli scatoloni già usati in precedenti traslochi, col nome dell’impresa e il numero di telefono e il contenuto scritto a penna per capire in che stanza farli portare, con la grafia che declina per la fatica tanto che puoi riconoscere l’ordine di riempimento, mentre l’ultimo è necessariamente il contenitore che porta la dicitura ’varie’.
dentro ci sono bocconi di vita, messi alla rinfusa - col disordine crescente che però non indica la fatica ma la pena di chi deve stipare roba non propria, di chi sta liberando la casa dove vive dalle tracce di chi ha deciso di andarsene, e se all’inizio magari ha considerato che non sarebbe stato così duro, mentre infila le mani e rinviene le ricevute del parrucchiere, gli scontrini della spesa, si rivede mentre faceva finta di sgridarla ’sempre a farti i capelli, ma quanti surgelati hai comprato, il frigo scoppia’, e afferra per i tacchi le scarpe invernali che lei consuma sempre più da un lato perchè dondola stando in piedi, dondola nervosa e rovina gli stivali, e trova l’ennesimo pacchetto di fazzoletti infilato nei pantaloni, la paura di lei di trovarsi senza neanche viaggiasse normalmente nel deserto, la pressione sullo sterno sale, e allora riempie le scatole senza guardare, come una pioggia, se la toglie di dosso, la roba di lei, e lega con lo scoth a due giri gli scatoloni, come fosse un diaframma sufficiente a trattenere la puzza di vita. la vita di qualcuno che se l’è portata via.
e lei che li apre, quei cartoni, può seguire il percorso e l’accumularsi dello strazio provato nel comporli.
i cartoni stavano sul balcone, allontanati dagli spazi quotidiani. la materia precipitata della sua esistenza guardava placida il giardino condominiale rabbrividendo un po’ per il freddo nuovo di settembre e la aspettava per farsi portare via.
giuseppe di capua, alza la voce
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la mancanza di coordinazione tra le esistenze, dovessi puntare il mento verso la fonte di responsabilità maggiormente argomentabile delle incomprensioni, della paura, del senso di vuoto, io mi orienterei in quella direzione.
perchè le vite slittano a velocità e calibro e portata così differenti, senza ancora considerare la direzione, che chi ci si ritrova dentro impiega la maggior parte del tempo e delle energie in (ingenui) tentativi di aggiustamento, forse appena e non necessariamente utili ad utilizzare un linguaggio comprensibile in entrambe le direzioni, risultando svuotato il senso da comunicare, con l’alfabeto intellegibile.
si parte appaiati e si finisce lontani. ciascuno è rimasto con la percezione dell’altro nell’ultimo momento di vicinanza delle rispettive esistenze, e quasi sempre quella persona non c’è più, magari si è superata a fatica, magari si è uccisa violentemente o è deperita nonostante le cure, così il fatto di vedersela appiccicare a forza - come l’espressione di sorpesa di chi non riesce a riconoscerti - aggiungono frustrazione alla confusione della lontananza che si è creata.
e dal momento che fisiologicamente, alla fine, tutte le esistenze si allontanano, come le gocce di mercurio nate dal termometro esploso a terra, questa condizione di mancata collimazione tra ciò che si è in quel momento e l’identità di te che gli altri si portano addosso, coordinata con la persona che si era nel momento in cui le rispettive esistenze del percepito e del percepente stavano accanto, si moltiplica per ciascuna conoscenza, frequentazione che si ha. in senso sempre più profondo, seguendo la profondità del rapporto che ci lega con l’altro.
lo scoordinamento è pure aggravato dal fatto che le diverse esistenze non necessariamente seguono uno sviluppo lineare. forse neppure esiste, lo sviluppo lineare, forse aveva ragione monod, posto che stia usando con consapevolezza il concetto di evoluzionismo casuale.
insomma, se mi sento così sola talvolta non è solo colpa mia.
la snatura delle cose
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il lavello di una cucina non è nato per reggere le mani dai polsi torti e sopra a puntello il corpo a lacrimare - non si è mai belli quando si piange, nessuna luce pietosa che dissimuli piovendo laterale, neppure un filo di musica stretta a dare una forma meno smarrita e tracimata alla faccia, si suda e c’è troppo naso a rubare l’attenzione agli occhi.
le 4 e 29 del mattino non sono nate per trovare anse inesplorate sopra al muro e nella cronistoria della vita in cui rinvenire - anche se dopo una lunga e scientificamente poco sostenibile interpetazione - tracce beneaguranti. qualche minuto alle 6 basta anche solo che non siano marchianamente nefaste.
l’avambraccio, nella parte che nasce nell’incavo del gomito, non è nato per abbassarsi sotto le unghie, si lascia andare perchè è stato fabbricato morbido ma non per essere misurato a semicerchi rossi, come la mucosa dietro gli incisivi inferiori non è la loro custodia da tirarsi sopra fino al sangue.
lavarci le tazzine del caffè. dormire. ad un abbraccio e un bacio, essere complementare.
ciascuno si colloca dove può la coscienza addosso
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quanto meno non ho ancora visto decorazioni natalizie. però il senso di finitezza agli arti inferiori incastrati nelle scarpe chiuse non concede ambiguità nell’interpretazione dell’aria fredda, non è una giornata più fresca delle altre, ma l’evidente colpo di reni dell’autunno.
da ragazzina detestavo scoprire i piedi, portare i sandali, magari non allacciati, mi faceva sentire precaria ed esposta.
allo stato mi limito a sognare di essere scalza per strada (quando non priva di qualsiasi vestimento tout court) e di provare ansia e vergogna per questo. diversamente provo indifferenza a indossare anche limitate infradito, probabilmente qualche apprezzamento feticista ha aumentato la mia autostima, o forse sono semplicemente più clemente con me stessa.
buttare giù i primi passi assonnati dal letto sopra il legno tiepido ti concilia con la vita. ora, di già, invece, mi toccherà rinvenire due calzettoni approssimativamente assimilabili dal cassetto.
non riesco a far uscire l’estate dalla testa, le mie articolazioni inferiori sono decisamente più contemporanee e razionali.