stee6301

David Alan HarveyMEXICO. Oaxaca. 2003.

anche nelle metafore sono congestionata, chiudo con un piede la serranda nel mentre che cerco le chiavi e mi giro a guardare se ho inserito l’antifurto e considero che, proprio durante la digitazione del medesimo, ne perdevo ogni memoria e non saprò disinserirlo.

stante la perdurante assenza di rete domestica e la ferma, attuale volontà ad abbandonare i luoghi prestazionali, sento di dubitare che dopo oggi sarò in grado di aggiornare il blog fino al rientro definitivo nel mondo civile dei produttori di reddito.

ecco, l’albergo avrà l’accesso ad internet e tutto il resto, è chiaro, ma guardiamomi, siamo seri, è pensabile che io cagioni davvero l’innesco di un simile big bang, in infradito, balbettando malamente dello spagnolo di plastica made in china?

così la prossima settimana, rimbalzando a francoforte, sbarco con tutti i miei begli organi interni e il flusso mentale e una imbarazzante quantità di costumi a Porlamar, Isla de Margarita, Venezuela 6301 (tanto per essere precisi, mi si volesse scrivere). l’assenza di fatti di sangue a caracas da ben due giorni - con esclusivo riguardo a quelli effettuati a danno di turisti, sa va sans dire… - tonifica le menti e infonde ritmo caraibico nelle vene. c’è chi infibula da portare al collo un dente di squalo, ma chi può dire che un proiettile decalibrato non possa avere esteticamente la medesima funzione?

questi poveri 15 giorni si ritrovano tutte le tasche e gli orifizi tappati di aspettative, spero non si facciano prendere dall’ansia di prestazione e si mettano a dondolare in maniera autistica spaventati, che applicarmi a consolare anche loro sarebbe davvero troppo.

un abbraccio con tutte le braccia che ho, ci leggiamo al ritorno.

neppure il colore degli occhi

Jean Gaumy, Seine-Maritime. 1994. The " Pont de Normandie".

le lenzuola segnano l’umido del corpo attorno e se si resta fermi, inducendosi la convinzione che così si soffra meno il caldo, si sembra morti, di una morte debole che  consente ancora di guardarsi.

giorni di condizione sospesa, con l’unica ragione di esistere in quanto ponte d’attesa dal tempo lavorato davvero a quello di vacanza, in cui mi autofabbrico qualche motivo di distacco artificiale, come drogata in assuefazione dallo stazio dolce degli addi veri. essere qui - essere altrove, la mia smania di essere, la paura di non farlo abbastanza, colonizzare come un parassita implacabile la mente altrui, entrare sgualcendolo pure nel corpo, troppo pesante, un parassita sproporzionato che rompe la carne, che se si quieta si spaventa di aver annacquato la propria identità, questa identità senza nessun pilastro davvero immodificato, neppure il colore degli occhi. la pulsione che forza la mascella ad aprirsi, come per costringere un animale ad assumere un farmaco, e vomitare fuori odio a caso, pur di esserci, e di esserci spiacevolmente perchè non ci si dimentichi te. io che dimentico qualsiasi cosa. proprio perchè io dimentico quasiasi cosa, tranne il più bell’odio che mi si sia raggrumato addosso.

attendo e resto ferma dentro al mio calco di sudore di portare del me lontano e di lasciarcene qualche porzione, di impiantarmi anche altrove, di stemperarmi. di accorciare l’odio fino a che non spunti  dalla bocca più invasivo di un canino appena fuori misura, da usare come accessorio per il sorriso.

finalmente coordinata, labbra e sguardo, per nulla rassicuranti. 

svuota la città

renato guttuso, la vucciria, 1974

il conto alla rovescia, al posto delle voci che pronunciano dieci nove otto, ha le imposte che si chiudono, ormai intorno alla mia irriducibile finestra aperta è un cimitero di meccanismi serrati.

il cassonetto della spazzatura fagocita i miei resti con appetito, il sacchetto produce un tonfo sordo, l’azienza di nettezza urbana lavora per me sola. l’utimo avamposto è costituito dalla croce verde della farmacia sotto casa, difatti gremita da tutti i vecchi di zona con la Tefillah delle prescrizioni mediche e tanta necessità di parlare.

c’è gente solo al banco delle mozzarelle al mercato, dove ogni giorno il demiurgo testa la mia capacità di resistenza e pazienza. io riconosco molta passione in quello che fa, al demiurgo, perchè occorre davvero amore per il proprio mestiere a motivare una simile perseveranza.

ieri, per scegliere una mozzarella  di bufala assolutamente identica alle altre, tutte impacchettate a salerno con la francamente non oscura dicitura gr. 250, una mesciata e iponutrita autoctona del quartiere più elegante della città (l’agenzia immobiliare di zona si chiama, tutto attaccato, solocasebelle, io direi che tanto basta come indicatore di boria locale) ha passato in rassegna l’intero contenuto delle ceste al fine di individuare quella più grande. inutile cercare di spiegare come la, ripeto, non oscura dicitura gr. 250 volesse indicare appunto il peso, democraticamente uguale per tutte, perchè lei sarà una gran bella donna, sarà simpatica e affascinante, organizzerà le feste più divertenti e meglio frequentate di torino, ma non è stupida, attenzione, lei non si fa fregare. io, in genere, quanto sento la vita razionale abbandonarmi e il processo di pompaggio delle vene avere inizio - ben reso nella trasformazione di banner in hulk - salmodio il signore è il mio pastore io non manco di nulla. e con tanto esaurisco la mia conoscenza del salmo 23. poi la natura segue il proprio dirompente corso.

se dio avesse voluto destinarmi a lavori di fatica mi avrebbe dotata di muscoli meno risibili degli attuali

Trent Parke AUSTRALIA. New South Wales. Mount Panarama.

mentre verificavo la risposta elastica delle articolazioni delle braccia nel trasportare un moncone di auto - ci si interroga se gli ingegneri abbiano voluto, nel prevedere che la parte di tetto asportabile pesasse in maniera così definitiva, nel concreto destinare ad un mercato di soli uomini dalla ruvida e imponente impalcatura anatomica o a famiglie numerose la vettura in questione - ho compreso il perchè al mattino, quando i blocchi si erano aperti e consentivano davvero alla carrozzeria di aprirsi e sguciare in parte via, lo stomaco mi aveva avvertita chiaramente di non farlo, di tornare indietro finché risultava possibile. per la chiarezza del destino del ritorno, per la consapevolezza spietata di quanto sarebbe stato faticoso, se non meccanicamente impossibile, rimettere tutto a posto. io ho il coraggio dei gesti sconsiderati solo quando non c’è seconda parte, nell’esclusivo caso di mancanza di continuazione. sono da atto unico da conseguenze irreversibili. da fuga definitiva. qualora trisulta già programmato il volo di rientro mi va in liquefazione tutto l’ardimento, ho la tempra di una tarte tatin.

pensavo a questo, e insieme trattenevo tutte le punte delle dita come gli artigli dei gatti, nuova incontrollabile pulsione evidente conseguenza del trauma cheratinico dell’incidente al pollice, e mi stupivo della generosità classista dello sconosciuto, fresco di doccia e cromaticamente così bianco nella camicia pulita, che si è proposto ad aiutare nel ripristino del tetto. mi sono domandata se un simile slancio l’avrebbe visto protagonista anche nel caso di pneumatico sgonfio di un vecchio modello di panda.

con tutto che a cambiare la ruota si sarebbe sporcato sicuramente di meno.

cerimoniali d’agosto (o-bon non definitivo)

vincent van gogh, yellow cornfield

si costringono a file parallele le biro sulle scrivanie e i pensieri in testa a nettere pure la mente, come fosse una necessità imprescindibile, quando si chiude per andare in vacanza, organizzare il tavolo ordinato per ammortizzare il rientro. a me aumenta l’ansia, la mia scrivania pretende di essere pulita e precisa solo in questa occasione, pertanto l’ordine coincide con la ripresa lavorativa, quindi l’ordine è ansia.

che poi la prossima settimana io lavoro ancora, ma la quasi totalità di deretani gravanti sulle poltroncine di pelle bionica qui in studio seguiranno i proprietari sugli aerei, così è inevitabile venire risucchiati dall’energia cosmica della terminazione-e-sistemazione.

oggi l’afa rallenta nell’acqua i movimenti, spero che la fatica che mi comporta  afferrare il telefono e scrivere un appunto sia compensata dalla doppia tonificazione dei tessuti che dicono accadere quando svolgi lavoro aerobico immersa nei liquidi.

sono tentata di chiudere gli arrivederci già sulla terza sillaba, e tanto in generale, poi quando si tratta di una situazione spuria, per alcuni dei rapporti, di formalità di colleganza rivestita a forza di adduzioni di rapporti umani puntanti sopra cogli spilli, diventa faticosa anche solo la scelta del gesto tecnico del saluto, la mano tesa è troppo mano tesa, baciarci ma anche no e perché, alla fine opto per un semi abbraccio con braccio che afferra spalla e mano che agguanta e stringe, e per audio considerazioni inutili tipo ‘allora divertiti’, come se ci si potesse scordare di farlo, hai fatto bene a dirmelo.

eppure sono una bestia sociale, ho tanta pelle che ammortizza anche gli scontri che sembrano senza soluzione. e mi disciplino alle coreografie dei convenevoli senza poi chissà che sforzo.

si potrebbe provare a stare tutti insieme sempre, a muoversi come il plancton, coordinati a piegare il capo sotto al vento come messi di carne. esteticamente credo ne guadagneremmo tutti. basterebbe organizzare le prime file con criterio.