elemento comune di ebrei e donne
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l’unghia che mi cresce lamierata è diventata il posto dove è quasi sicuro trovarmi se mi si cerca. dove è stee? scorre il resto del corpo sulle dune di cheratina.
le anomalie fisiche calamitano la mia attenzione senza possibili alternative, e tanto comporta intuibili frizioni relazionali - non guardargli il neo peloso, non guardargli la cicatrice, non guardarle le enormi tette che hanno la meglio sulla maglietta, non guardargli la patta aperta, non guardarle il grumo di mascara che le appiccica tutte le ciglia - poi è comprensibile che abbia difficoltà a tenere il filo dei discorsi.
oggi porto il dito in visione presso un medico a caso, il più generico che abbia rinvenuto, non sapendo a quale specialista ricondurre la sapienza in ordine alla crescita delle unghie incidentate, onde evitare di pericolo di decorarmi di infezioni quando sarò in lidi stranieri in vacanza e gravare sul pil di chavez anche questa catastofe per il genere umano.
poi non si dica che non sia empatica.
temporali di notte
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Percorre l’addome con le dita seguendo il sentiero dei peli, dal bordo delle mutande all’ombelico, il tragitto è breve ma col tatto al buio si ammollano le distanze. Il caldo sta diventando opprimente tanto da essere un innesco utile al temporale. Anna l’aveva guardato svogliata due volte e mezza, scorrendo la faccia tra gli amici che parlavano, senza fissargli gli occhi il tanto da garantirgli che non fosse casuale. Lui non aveva neppure consumato il repertorio da conversatore brillante ricordandosi della volta precedente, quando si era esibito e alla frustrazione dell’indifferenza di lei si era unita anche la vergogna per la sovraesposizione inutile. Comincia a considerare che forse a lei non interessi. Che non gli chiederà di stare insieme questa estate. solo che è praticamente agosto, ha aspettato un po’ troppo per l’autocoscienza. Si prospettano diverse serate a camminarsi con le dita addosso pensando a quanto sia stupido.
Il tuono che gli piega i timpani nel risucchio gli fa stringere la pelle della pancia per lo spavento.
Per lo spavento più del gatto che guadagna il bunker sotto al letto che del tuono mette le gambe per terra, meccanicamente, ripassandosi a mente se abbia chiuso tutte le finestre. L’aria era stata bollente fino al momento della pioggia e lei non ricorda se, in preda allo stato gelatinoso del sonno, fosse andata ad aprire. Mezzo occhio verde la controlla incredulo per il gesto dissenato di stare in posizione eretta in simili condizioni di catastrofe, invece di rifugiarsi anche lei tra le valigie ammonticchiate e trattenute dagli sguardi estranei dal bordo del coprilettio tirato fino a terra. Pensa che Giulio difficilmente si alzerà a controllare che non gli entri acqua in casa e fa per scrivergli un sms, poi davanti allo schermo del cellulare ricorda di non avere titolo per farlo, non è la sua ragazza, non è neppure Anna che lui vorrebbe fosse la sua ragazza. Lei ride per non farlo sentire troppo solo mentre Giulio tenta di essere simpatico e si forza a fare l’estroverso per farsi notare da Anna, lei gli tiene compagnia mentre fanno la coda alla cassa per la birra per tutti, lei gli tiene lo scontrino del parcheggio che altrimenti, fino alla fine della serata, Giulio lo perde. Ma niente altro. Tra qualche giorno è agosto, non ha avuto voglia di organizzare nessun viaggio perchè l’unica cosa che le sarebbe piaciuta fare era stare con Giulio che vuole stare con Anna. Prende del latte per calmare il cuore del gatto.
Il tuono non l’ha svegliata, Anna dorme.
Consuetudo praeter legem
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dico di non avere memoria, ma con quella inconsapevole, ipersviluppata, vado a pari con quella della contabilità vigile degli accadimenti, in cui sono tristemente e in modo assolutamente rinomato deficitaria.
rientro nelle abitudini anche se perse da tempo con la grazia millenaria di un fiume deviato per secoli in maniera artificiale che ad un certo punto rompe le dighe e ritorna placido nel vecchio alveo. l’acqua è tutta diversa, è acqua appena nata che non era mai davvero passata di là, ma riconosce lo stesso la strada e ci scorre sentendosi a casa propria.
così invece che svegliarmi per il tremore del letto provato dai balzi notturni e dalle camminate plastiche feline per trovare la posizione giusta e il punto di incontro tra le correnti del ventilatore e dell’aria dalla finestra, io dormo meglio. ridormo come è opportuno che faccia, perchè era non sentire sbalzi inaspettati e nessuna occupazione delle nicchie del corpo, soprattutto l’angolo delle ginocchia quando prendo la posizione fetale, che mi faceva svegliare di soprassalto.
come l’avere ragione. non mi stupisco mai, anzi, mi stupisco dell’incredulità sulla faccia dell’interlocutore mentre modula il riconoscimento del fatto che l’abbia. si eviterebbero tante oziose discussioni, se l’altro da me lo riconoscesse in partenza. ci sarebbe anche più tempo per dormire.
clio tutta la vita
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perchè dovrebbero rapire me, poi, mi risulta davvero difficile da capire. meglio, mi provoca un accenno di riso isterico. l’unica motivazione razionale sarebbe per far assurgere, credo, amici e conoscenti (e passanti, la possibilità di fruire di un frame di studio aperto credo costituisca il miglior concime per la gemmazione spontanea di amicizie) agli onori del telegiornale mentre, stringendo una fotografia, e di sicuro quella in cui sono venuta peggio, si incarogniscono col governo per il fatto che non stia davvero facendo tutto il possibile per riportarmi a casa, con coda polemica a caso (e perchè i due scalatori sì e lei no, l’himalaya ha un clima migliore per le ricerche dell’isla margarita?), che ho solo frequentazioni dal carattere difficile, io.
leggo i sinceri messaggi dissuasori sui siti dei viaggiatori sicuri - soprattutto evitate le strade di collegamento tra aeroporto e centro città, luogo deputato alle rapine e sequestri, bene, e io come ci arrivo all’albergo, col passaparola diventando leggenda metropolitana, con cannone del circo, mi infilo in un fax? - e mi rattrappisco un poco all’altezza dell’umore. l’unico precipitato positivo del levarsi dei lamenti dei coreuti è che vinco senza partita la gara a chi fa le vacanze più girotondine finto radical chic nello studio dove lavoro, la risalita del mekong del socio anziano fatta l’anno scorso diventa una gitarella sul sangone organizzata dalla bocciofila di cui è anche imbarazzante parlare.
lasciare i dati sul sito per notiziare l’ordine costituito nazionale dei propri intendimenti di viaggio, inviti a cui ottempererò perchè poi alla fine anche la farnesina è gente che lavora, col bambino che piange la notte e qua intorno è tutta zona blu non so più dove parcheggiare, mi sa tanto di testamento biologico.
ho una sola richiesta: non voglio carla bruni in paperine ad aspettarmi al fondo della scaletta dell’aereo.
il discrimine del coefficiente di forza applicata
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disegnarti il contorno della faccia col dito, non tenendo a contatto la rispettiva pelle, partendo dal mento tondo di una sessualità infantile, intorno alle guance sane, fino all’attaccatura alta dei capelli, fermandomi appena prima del solletico per il calore che ti lambisce , ripetendo il gesto più volte per impararti anche involontariamente e poterti ripetere a mente chiusa, vorrei essere capace, farti aprire infilando il pollice l’articolazione del gomito per baciarti il morbido delle vene
invece di romperti queste imbarazzanti difese delle braccia stese ad allontanarmi che servono solo farmi caricare il colpo
disegnarti il contorno della faccia che finisco per sbalzarti fuori dai contorni
girare intorno alla bocca che non tieni che in altra forma che oooh, ohh dici, e non sono più risposte di sesso perchè quando ti vengo addosso resti solo ferma, esatta dove ti trovi, e aspetti e penso che ne resti sollevata, perchè mi entra solo una cosa in testa alla volta, lo sai, e fino a quando mi resta il tuo buco non riesco a ragionare di tirarti fuori sangue
attorno alle guance sane che non contengo più nel palmo delle mani, le faccio suonare, suonano anche gli occhi fino a schizzarti fuori, ti restano attaccati solo per le lacrime.
l’attaccatura dei capelli che mi rimangono a testa in giù come steli di fiori stradicati, fiori inutili, incapaci di decorarmi le mani.
almeno, vorrei aver ripetuto il gesto più volte per impararti anche involontariamente e poterti ripetere a mente chiusa. invece anche dietro agli occhi ti vedo solo attraverso lividi.
la Mena va al mercato
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rinfresca l’aria come trascinasse un’ombra sproporzionata alla sua persona, un’ombra fredda e umida di foglie che è una sospensione gentile al sole che già li tormenta nelle parti di corpo scoperte, la testa quando tolgono il cappello, le mani che forzano la pila di cassette della frutta, anche le gambe piegate per tenersi in equilibrio seduti un poco a riposare sulle sbarre di metallo caldo che costeggiano il marciapiede. rinfresca l’aria ma solo quella.
cammina trattenuta, potrebbe essere più sfrontata, ma forse il pubblico non pagante le accorcia i passi e le incerotta le anche. il mercato è disposto per etnie, il percorso di lei passa per l’Africa - i meno partecipi, se lanciano un aggettivo di apprezzamento è giusto per introdurre in maniera allettante un’offerta al pubblico di una borsa - la Cina che la soppesa silenziosa, e quindi l’est Europa, che veste pantaloni pesanti già di prima mattina.
la gente che lavora usa il fiato per fare sforzi, però loro gliene serbano un boccone. e forse il fatto di riuscire a soffiare poche parole necessita che non lo sciupino per qualcosa di volgare. posso dirti che sei bella.
manca una chiesa e l’odore del mare e sembra una mattina ad Aci Trezza.
evidenti segni della necessità di una badante
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non è razionale, lasciando la porta del frigorifero accostata - non è razionale lasciare la porta del frigorifero accostata invece di accertarsi che sia giunta con successo a fine corsa, in realtà - che a morire siano le pesche. voglio dire, esistevano degli yogurt, e posizionati a farsi un lettino esattamente davanti alla lampadina rimasta accesa, il latticino è fragile, viene al mondo già corrotto, lo sa già da solo e l’autocoscienza della caducità gli conferisce la tipica espressione molle da derivato dal latte. ancora di più, esisteva la crescenza, che sembra malata anche quando è fresca, ho pensato, rientrando a casa dopo oltre un giorno da quando garrula mi chiudevo la porta di casa alla schiena senza verificare di essermi similmente chiusa la porta del frigo, di sicuro si è decomposta la crescenza, anzi, ora mi avvicino e sarà lei direttamente a investirmi di insulti.
e invece perirono le pesche. non me lo spiego, la frutta vive da sempre priva di sistemi di refrigerazione coatta, mi si guarda con compatimento al mercato riconoscendomi in faccia i tipici tratti di chi conserva la frutta in frigo invece che in una sana alzatina sul tavolo.
tanto per dare la colpa a qualcuno, mi sono fatta persuasa che il frigorifero con vista sull’appartamento sia un incidente dovuto all’entusiasmo per la scoperta estetica di venerdì pomeriggio, dell’avere una scuola per parrucchieri ad un tiro di nocciolo di oliva dal mio portone, prestigiosa attività di cui mi sono avveduta trascinandomi a casa in piena automotivazione per la pulizia dei pavimenti, dopo la spesa, camminavo e ho sentito un coro di phon e frusciare di capelli e vocette giovani. tanto per darmi orizzonte morbido verso cui alzare lo sguardo dallo spazzolone e dagli stracci cattura polvere ho prenotato una piega che mi è stata perfezionata in tandem da due ragazzine che parlavano interrompendosi a vicenda, la cui somma anagrafica, presumibilmente, mi copriva a stento.
e l’umore ha preso una bella forma come i miei capelli. le più grandi tragedie sono precipitati diretti della felicità irresponsabile.
la leggenda del solo bagaglio a mano
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che mi serve per partire? vorrei essere capace di viaggiare davvero leggera.
mi ritrovo ad invidiare i bagagli asciutti altrui trascinati con elegante parsimonia di sforzo al check in o nell’arrampicarsi sulla scaletta del treno o che diventano la tessera facile e preferita di chi compone il bagagliaio dell’auto, ‘fossero tutti come te’.
in origine mi ci impegno pure, stavolta porto solo appena meno dell’indispensabile. poi però divento nervosa perchè la pellicola di indispensabile sta saldata come pelle alla moltitudine. sarà perchè io compro solo cose indispensabili. e poi mi inquieto anche in prospettiva per il nervosismo che proverò nel dunque, quando mi servirà da dibattermi come un tonno epilettico con la labirintite per il fatto di non averlo qualcuno dei bagagli esclusi. e visualizzerò la scena della cernita, questo e questo? e sarà il questo rimasto col labbro tremante sul letto ad essermi così naturalmente necessario.
però poi, nel momento del confronto col resto del mondo che ha proprio la categoria mentale della valigia più piccola, ogni volta mi pento e pronuncio a labbra ferme il giuramento la prossima volta anche io.
che poi, cosa serve davvero per partire? ho insuflato un poco di musica nuova nel lettore mp3, qualcosa di testosteronico da adolescente disturbato americano per tranquillizzarmi, però anche i coldplay come gesto di maturità, mi sono segnata due titoli di romanzi che, come sempre, sarà complicatissimo recuperare. ho un paio di scarpe nuove. stamani mi è rimasto impigliato nello spazio visivo un costume con tutte le caratteristiche per diventare indispensabile. una matita per occhi e qualche blister caricato a manciata cieca dal cassetto e dovrei essere operativa.
90 su 365
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uno dei segnali, per me, della consapevolezza dell’ammonticchiersi degli anni è il fatto che distingua i mesi. soprattutto d’estate.
sono abbastanza sicura del fatto che da carne giovane l’estate mi apparisse come una dimensione temporale unica, che iniziava spaccando l’argine appena dopo l’ultimo scalino di scuola a scendere e prendeva a morire lambendolo a salire. era un unico, costante, forse appena più intenso con l’immobilismo serio dell’aria dentro l’abitacolo dell’auto in occasione della grande migrazione verso il paese di nonna - probabilmente per empatia per l’effettivo inizio dell’unica estate a disposizione per CCNL dei miei genitori.
però mi sembra di ricordare davvero che non ci fosse distinzione giugnoluglioagosto.
era il tempo caldo libero da scuola e da troppi vestiti, e dal formalismo dei pasti cucinati, ‘non accendo i fuochi, mangiamo l’insalata’, la tv che ronzava programmi condotti da esordienti assoluti (la maggior parte dei quali rimasti per sempre tali) di innocente pochezza contenutistica (sono programmi estivi), come potesse dare refrigerio in quanto elettrodomestico laddove anche il ventilatore falliva, almeno agli occhi, perchè quando fa caldo non si dorme, mio padre che pascolava da un balcone all’altro e salutava i vicini, impegnati nella medesima processione senza santo. i quaderni dei compiti delle vacanze di mia sorella quando frequentava le elementari che usavo come la settimana enigmistica - italiano matematica geografia scienze disegno, ecco, escluso quello di disegno. scendere a provare a fare la verticale contro il muro del ‘prosciuttificio rosa’ di fronte casa con monica che mi acconciava i capelli delle bambole mettendoci anche la lacca rigida di sua madre, alla fine, inchiodando delle onde che svergognano anche nei ricordi il momento storico difficile esteticamente della mia infanzia. poteva essere indifferentemente un mese estivo a caso. tanto la verticale non siamo mai state capaci di farla.
poi l’estate capitava come un miracolo, iniziava indipendentemente dalla capacità di misurare il tempo, avveniva, non era l’estenuante avvento spinto strappando a morsi i fogli dal calendario di adesso, con la coscienza precisa di dove di collochi in ogni momento dell’anno, guardando avanti tirando il collo, girando la testa vedendone così tristemente distinta la bella schiena abbronzata.
sarebbe un bel modo per incontrare finalmente i miei vicini. colle braccia sulla ringhiera di notte, a inventarci il fresco.
scala pantone
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deve ricordarsi di togliere la suoneria. ormai ha individuato il posto giusto dove mettere il cellulare, abbastanza lontano perchè non produca interferenze fastidiose con il modem e sufficientemente vicino perchè senta la vibrazione della chiamata, sul pavimento dietro ad un cuscino, che posa al contrario, la fodera davanti è tirata dal gatto, l’ha preso da casa di sua nonna. è rosso, ha pensato, nell’inquadratura un cuscino rosso ci sta. la sua stanza è tenuemente avorio, altrove, come sfumasse la tinta del niente.
non stacca il cellulare mai, una sua amica le ha detto che così comportandosi accorcerà di parecchio la vita della batteria, però pazienza, le resta davvero difficile spegnerlo, e quando lo fa resiste poco prima di vedere se qualcuno l’ha cercata.
centra la web cam controllando che la cornice di stanza ripresa sia limitata alla nicchia allestita per lo scopo, poi prende un completo intimo nuovo, che sceglie scuro precauzionalmente, stamani ha controllato il calendario, e stacca coi denti l’etichetta, quello di ieri è andato venduto, ed è l’articolo su cui ha i margini maggiori. il poliestere batte l’epidermide.
la richiesta di connessione arriva nel mentre che si trova a spingere il libro di filosofia del diritto fuori dalla zona di esibizione, ciao come ti chiami è la prima volta che mi vedi? piegati in avanti
voglio vedere che colore hai, accendi un’altra luce
5 giorni, le dice un piccolo crampo a destra sopra l’inguine. domani sera si dorme vestita.