il sollievo del foglietto delle istruzioni

Gueorgui Pinkhassov, 2004

non riesco a prendere l’andatura giusta.

mi è stato, fino ad ora, impossibile applicare la regola ‘la velocità che ti consenta di chiacchierare senza provocarti il fiatone’  delle riviste di salute e fitness per capire se stai correndo con la falcata opportuna, trascino i passi e me ne accorgo allora accelero ma poi mi stanco e allora tiro ancora più forte per gonfiarmi le gambe di acido lattico, eppure non è uno sforzo piacevole, non è uno scatto soddisfacente.

non sono stata ancora in grado di darmi il ritmo nè di creare una routine. non ho pressoché materiale di noia e non è un motivo di entusiasmo, soltanto.

venerdì, stante il fatto che l’aria calda inguainava la pelle a strati geologici di afa, valutando tale questione nella prospettiva notturna di amorosi sensi con le lenzuola, ho comprato un ventilatore.

l’ho trascinato affondando le unghie nella scatola di cartone per le scale e senza neppure togliere le scarpe, entrata in casa, mi sono data al montaggio.

c’è da considerare che non so bene come pensassi di assemblarlo, risultando priva anche dei più elementari attrezzi come un cacciavite, ma comunque questa carenza è stata brillantemente superata dal fatto che qualcuno doveva aver già avuto a che fare con quell’elettrodomestico, essendo il tappo di plastica atto a trattenere la ventola già stato infilato (fortissimamente conficcato) nel perno senza che previamente fosse stata inserita la citata ventola.

in sintesi, quel ventilatore era già stato scelto e scempiato da un pirla.

considerato il risibile costo pagato e che il supermercato dove l’avevo aquistato era ben distante da casa - ma diciamo la verità, principalmente perchè era una questione tra il tappo e me - mi sono accanita su quel pezzo di plastica azzurra che si è trovato a rivestire, nella serata, il ruolo di male assoluto del multiverso.

l’ho dilatato con un coltello, mi sono aggrappata con le dita e il corpo per provocare trazione, abbracciati come durante un incontro di lotta greco romana, gli ho anche dato fuoco per vincerne la resistenza ma anche solo per fargli del male. lui restava immobile, sfregiato, ferito, lacerato, e saldo.

allora mi sono caricata il blocco motore con perno e tappo maledetto sulla spalla e ho cominciato a suonare campanelli a caso nello stabile, cercando fortemente braccia vigorose. da questo breve tentativo di sondaggio è emerso come nel mio condominio vivano solo ragazze. al piano di sopra sono 4 studentesse, carine e gentili ma con polsi dal calibro risibile che infatti non hanno apportato alcun vantaggio alla causa, se non ampi sorrisi di incoraggiamento.

insomma, alla fine, stremata, senza che ancora mi fossi fatta una doccia, ho chiamato un amico a poche traverse di distanza affinché portasse tutta l’attrezzatura di cui disponesse. e lui, con facilità fastidiosa - ma chiaramente io l’avevo allentato, il disgustoso tappo - con due giri di avambraccio ha liberato il perno. e poi ha montato il tutto, nel mentre che io, liberata la mente dall’impellente pulsione di svitare quell’ammorbante pezzo di plastica foriero di sventura e pestilenza, prendevo coscienza che senza il cacciavite, se pure non ci fosse stato l’handicap tappo, non ne sarei mai venuta a capo. ora gira, all’altezza del tappo monco per i colpi subiti e le fiamme che gli hanno consumato la carne, ma gira e fa il suo lavoro.

ho il mio ventilatore, è un elemento di certezza. qualcosa da mettere via a settembre e dimenticare fino al caldo nuovo dell’anno prossimo. il corrispettivo estivo dell’albero di natale.

un primo pezzo di consuetudine personale.

resta legata con lo spago anche la biro che non scrive più

 

bizarro.com

mi domando come sopravviverei al cospetto della burocrazia di un altro paese, perchè - vista da straniero, ma pure da italiano - quella nazionale è respingente, a dir poco.

stamani sono andata in anagrafe a denunciare il cambio di residenza (primo errore: abitazione, mi è stato detto, nella stessa città non si cambia residenza ma abitazione… bof, mi sfugge qualcosa, ma non mi sentivo nelle condizioni di contestare, se non puoi combatterli fatteli amici) e l’ufficio mi ha partorita fuori dopo ore sapide di sudore e passione.

quanto meno il vaglio di selezione per il personale addetto alle informazioni era funzionale all’amore e alla pace, perchè le due garrule signore spargevano prestampati e sorrisi come damigelle coi petali di fiori ad una cerimonia di matrimonio kitsch. il mio patronimico stamani è stato ‘gioia’, o anche ‘cara’.

finchè non è ’stronza’ o a scendere in genere non muovo lamentazioni.

nel mentre che anziani in camicia azzurra si aggiravano con movenze da pusher distibuendo, secondo un criterio valutativo tutto personale, che a me non si attagliava evidentemente, perchè non ho vinto, numeri in esubero strappati all’alba dell’orario in cui avevano iniziato il presidio armato dell’Amministrazione, ho appreso di aver scaricato (e pedissequamente compilato)  i moduli sbagliati dalla rete, ‘gioia quelli sono per chi cambia residenza’ ‘appunto’ ‘no, cara, tu cambi abitazione’, quindi, farcita dei fogli coerenti con la frattura spazio temporale che mi vede protagonista mi sono cercata uno spazietto dove miniare nuovamente le modifiche della mia vita che interessano l’ente di manutenzione della vita collettiva.

accanto a me due solidi peruviani con faldoni infiniti di documenti (in un ordine rigoroso che mai, neppure vivessi decentemente per 30 anni, potrei mai avvicinare) cercavano di denunciare la venuta di uno dei due con relativo nucleo familiare formato da parenti diretti, collaterali, addenda non meglio specificate, ciascun individuo portante almeno 3 nomi di battesimo. sono rimasta ammirata dalla serenità con cui procedevano nella scrittura - il denunciante dettava, l’altro scriveva. si sono arenati sulla qualificazione della figlia della figlia di chi presentava il modulo e mi hanno cercata cogli occhi - ‘nipote’. da lì in poi la formazione dell’autocertificazione è diventata comunitaria, dopo che mi era stato domandato da quanti anni fossi arrivata dalla russia (’scusi, è che lei sembra un poco dell’est’ ‘no, si figuri, mia madre è siciliana ma è nata bionda’).

quando finalmente chiamano il mio numero e consegno le sudate carte all’efficiente addetta, la quale rigira la mia vita sul terminale, veniamo entrambe a conoscenza del fatto che nell’alloggio presso cui sposto la residenza/abitazione/altro virtualmente ancora esiste e lotta una tizia (o tizio, nome straniero ambiguo). valutato come non mi nascesse amore nei confronti di costui o costei - oggi va così - e non desiderassi proseguire oltre la convivenza, in comune accordo con la funzionaria che evidentemente mi aveva preso a cuore, decidiamo di compilare gli altri 1000 moduli necessari per chiedere la verifica del fatto che costui/costei non vive più lì (spiace) e lì ci vivo io e ci vivo da sola.

in presa diretta apprendo che da oggi la carta di identà parrebbe avere efficacia per 10 anni e non più per 5 e che pertanto basta, in limine scadenza, farci apporre un serioso timbro per prorogarne gli effetti. però la mia è lisa e quasi morta pertanto - come mi ha confermato la mia amica dello sportello dell’anagrafe - occorre che la rifaccia. peraltro gli unici dati contenuti nella stessa che ancora si conformano alla vita reale sono quelli fisici e professionali.

nessuno resta uguale per 10 anni, mi sembra una misura molto positiva in termini di facilitazione burocratica ma poco realistica.

e, restando in tema di alterazione della realtà, devo cercare un fotografo clemente.

prima e dopo cristo rei

il ventilatore che mi soffia sulle gambe sotto alla scrivania in studio si avvolge con fatica a destra e sinistra emettendo un lamento come fosse ogni giro appena di più sul punto di lacerarsi. mi sto inchiodando a questo suono, sono sul punto di diventare questo suono.

il rientro in città dopo un  week end disteso fino sopra i piedi dell’alba del mercoledì (volo di ritorno in buon ritardo, tempi di recupero dell’auto in un parcheggio intorno a malpensa ammollati, percorrenza della torino - milano sempre foriera di emozioni, lavori in corso e cambi di corsia per tenere vivace e allegro il conducente) ha fatto trovare davanti alla porta afa impacchettata. si sgusciano fuori i sandali senza troppe cerimonie per l’avvento dell’estate perchè è arrivata sguaiata tutta insieme, e si è seduta incollata sul bordo del letto a scaldare le lenzuola.

diversamente a lisbona il sole e il cielo erano già a forma di giugno inoltrato ma il costante vento rendeva del tutto tollerabili le temperature. la città mi è piaciuta molto, costanti variazioni di movimento che seguivano l’alternanza degli alti e dei bassi dei livelli (edificata su 7 colli), con una sorprendente penuria umana - sarà che sono abituata alla contiguità coatta  nazionale, sarà che la domenica i portoghesi vanno al mare e poi non tornano, mi è sembrato che ci fossero molte più abitazioni, con la pelle di maioliche bianche e blu, che abitanti.

il dondolare della lingua è incomprensibile, se ti concentri sull’effetto sonoro globale, perchè le parole si tengono strettissime per le braccia, però lo spagnolo e perfino l’italiano sono succedanei ovunque accettati.

pure la lingua, alla fine, è una cataplana, la specialità gastronomica locale che è più che un piatto è una modalità tipica di cucinare, ovvero la zuppa, di pesce, baccalà e ceci, principalmente, ma anche di maiale, di riso e frutti di mare e chissà di che altro, mescolate a legarsi come le razze - ragazze dai capelli scuri e gli occhi di colore verde sbucciato, ogni gradazione di pelle mulatta - o il contentuo della igreja do charmo, un museo archeologico con un orizzonte temporale comprensivo di età del bronzo, resti della chiesa gotica e finti manufatti (accertati come tali ma comunque esposti) precolombiani, tutto mantecato con pigri e sensuali colpi di polso a rigirare il contenuto del recipiente di rame dello stufato.

una costante presenza di forze dell’ordine a stemperare gli animi, già decisamente ipotesi, nelle spiagge, con corrucciati nel ruolo uomini in divisa e armamentario entrambi pesanti, nelle strade, nei pressi dei locali, davanti all’aeroporto, a fare appassionare già ligi tassisti al rilascio delle ricevute. tanto presidio non diradava peraltro la massiccia offerta di generi di svago da fumo (lasciati in visione nei palmi socchiusi delle mani) camminando per il bairro alto a cercare il ristorante coi tavolini aggrappati al dislivello più piacevole per la vista.

cristo rei orienta per tutta la verticale di lungo mare, salvifico ma con educazione, coerente con il senso surreale di religiosità la cui migliore espressione è il trittico delle tentazioni di sant’antonio di bosch.

braccia allargate e potenzialmente forti ma distanti ed anatomie esuberanti e impossibili. devo smettere di ricondurre mentalmente tutto alla mia persona.

scendiamo a camminare

renoir, la colazione dei canottieri

si forma la geografia delle folle d’estate. il caldo cambia il corpo del singolo e la sua disposizione nella dimensione comunitaria secondo coordinate irrazionali, il caldo dovrebbe motivare alla distanza, ed invece ci si tocca, ci si tocca molto di più.

con le gambe incoscienti che non trattengono gli orli, senza la diligenza invernale di controllare che il vestito sia educato, la voce  non basta ad arrivare alla faccia dell’interlocutore e allora si crea un ponte radio con le mani, si trasmettono le parole per vibrazione versandole addosso. e chiedi all’altro che ti guardi, guardami, ricambiami, combaciami con gli occhi, disegnami l’eco dei gesti con lo sguardo, scontornami tirandomi via dall’aria materica di caldo e dei desideri di contatto degli altri con uno strattone. 

si applica il rapporto direttamente proporzionale della gradazione alcolica - più si beve più ci si avvicina -  senza la necessità di riempire davvero i bicchieri.

e la folla d’estate allora è più stretta, i meccanismi serratissimi, le coreografie decisamente più impegnative, non esistono ballerine di ultima fila, non ci si può nascondere se si esce  per strada.

che i timidi stiano alla finestra per non impacciare, che guardino l’amore annodandosi le tende alle dita, riponendo irragionevoli speranze di maggior comprensione nella prossima estate.

non riesco a distinguere le stelle

wayne moodie, towars sundown 91

eccolo, questo cielo. dopotutto niente di così travolgente. a ben guardare, nella fisica non così difforme dalla terra verso cui si china così naturalmente la testa.

e allora cosa motiva lo sforzo dei muscoli del collo, a piegarsi e guardarlo?

gli offriamo tutti gli occhi di cui disponiamo - a questo altare senza tovaglia fina di lino - ci sporchiamo nelle parti intime che stanno nella faccia (perchè coprire vergognosamente componenti così esteticamente banali e poco perfetti e non provare pudore per le nostre ciglia?) per rivolgergliele spalancate. totalmente recettivi e indifesi, aperti.

e non si può fare diversamente. neppure quando volersi bene spinge a rannicchiarsi per trattenere come l’acqua sulla pelle da difendere dall’evaporazione il poco amore che rimane, e la luce è puro dolore gratuito, e non è solo la gravità a schiacciarti in basso ma la coscienza che l’unico senso possibile sia la resa, neppure allora la faccia è parte del corpo. la faccia non è intelligente, perchè comunque si torce, come posseduta, a rivolgersi in alto. e ci resta autocombusta, dolcemente, nella benevola indifferenza del cielo.

stimoli sensoriali

Martine FranckTown of Newcastle on Tyne.

prendo a riconoscere di schiena il letto. l’avvallamento centrale non costituisce quasi più motivo di disorientamento appena consapevole nel sonno. similmente sollevo per un passo in verticale i piedi a occhi chiusi, andando a pisciare di notte, a superare lo scalino in bagno. evidentemente deve essere trascorso il tempo minimo di adattamento utile ad un cieco per non sbalzarsi di lividi in un ambiente nuovo.

il genere umano accidentale per le scale non ha mai costituito motivo di interesse per me  e tanto è rimasto costante anche questa volta. a dire il vero una ragazza mi ha fatto da groupie mentre masticavo il nome di dio invano nel tentativo di piegare alla volontà della chiave la serratura del portone dicendo che anche a lei succeda spesso, smerigliando un sorriso carino, e mi ha fatto sentire meno estranea.

un probabile candidato per l’esame di terza media si allena ai solfeggi col flauto. anche prestando attenzione per un tempo lungo non sono riuscita a distinguere la melodia, solo soffi legati a caso e intervallati a caso. escluso questo i vicini sono incredibilmente silenziosi, come morti. io vago scalza per compensare le emissioni rumorose dello stereo.

ho consumato pochissimi pasti fino ad ora a casa. ma non mi è mai piaciuto cucinare, e se lo faccio è solo su stimolo esterno, se devo riempire un piatto ulteriore rispetto al mio. quindi associare un sapore alla casa nuova è meno immediato rispetto al resto. in effetti l’unico desinare serio è la colazione con le gambe annodate alle lenzuola, inzuppando krumiri nello yogurt ai fichi.

infine prosegue la lotta ardimentosa nei confronti dei profumatori per cassetti con cui la padrona di casa pare aver amorevolmente farcito l’intero appartamento. continuo a stanarne e buttarne ma non finiscono mai, forse copulano, prima di morire, e figliano. ieri ho comprato un vaso - il serafico venditore di articoli etnici africani mi ha praticato, con distacco signorile, un ragionevole prezzo - che ho intenzione di riempire di fiori per combattere con la vita la sintesi chimica odorosa.

per ora c’è il vaso.

sabato parto per lisbona, starò via fino a martedì. forse quando torno il ragazzino sarà finalmente libero di giocare a pallone nel cortile.

case di riposo per felini

Peter MarlowWALES. Tower Colliery. Miners shower after a shift underground.

galleggio malamente sopra la parola ritardo, scritta a lettere gommose, apposta instabile per non concedermi tregua. mi ritrovo più lenta del solito, impiego troppo tempo per riprendere coscienza ma non soltanto dal sonno, anche dagli stati riflessivi più cavi. perchè per pensare ogni tanto sprofondo, lo sguardo mi si ingoia nella pupilla allargata, scendo sotto come gli anziani che scendono in cantina, e tu li chiami al telefono, li chiami e non ti rispondono e quando finalmente danno un cenno di vita dall’altra parte si giustificano come fosse una circostanza naturale e inevitabile ’ero in cantina’, ma a fare che, in cantina.

ecco, per tornare in cucina asciugandomi le mani sullo strofinaccio e afferrare il telefono impiego troppo tempo. come per lasciare il quadrato tiepido di lenzuolo nel letto al mattino e buttare i piedi sul legno (senza neppure una testata per aggrapparmi e fare perno, raschio direttamente le unghie sugli acari della carta da parati, creature generose, gli acari, ma con zampe troppo piccole per avere un senso) e per stringere la moka e per scostare e richiudere la tenda della doccia, tempo spropositato. mi si sono allentati i gesti, forse tendo all’immobilismo. dall’ipercinesi alla stolidità.

vado fortissimo sull’alfa, è l’omega che da sempre mi frega.

dove l’ago riesce a cucire

 

Giovan Battista Moroni, il sarto

uscendo dal cinema, ieri, dopo la visione di ‘corazones de mujer’ - ho fatto scorrere occhi e dita sul gionale con distaccato pessimismo pensando che questo film non avrebbe trovato distribuzione, nella landa sabauda, così come non è stato possibile rinvenire ‘la zona’, ed invece c’era, nella sala più piccola del massimo - il cielo era tragico sopra la testa tirato dagli uccelli, come se la proiezione proseguisse con intenzioni meno rassicuranti che nella pellicola.

altissima concentrazione di louis vitton a tracolla impigliate sulle poltroncine, il vicino di posto ha usato accortezza chirurgica nel non sfiorarmi mai cambiando posizione. la storia del (malamente definito trans nelle recensioni mentre solo debolmente) travestito che accompagna in marocco a ricucirsi l’intimo l’amica che va sposa e sa di doverlo fare a ‘km 0′ ha motivato l’assegnazione dei posti piuttosto equamente tra il genus sfumato e abbigliato molto glamour del cielo e fiere tardo femministe venute in branco a riconoscersi vigorosamente nella battuta, pronuciata dal ragazzo nel film, “per comprendere una donna serve una donna, per comprendere un uomo serve un maiale”.

e fuori sembrava una sera di novembre. i mattoni degli edifici in piazza castello vicino alla galleria del cinema pareva avessero il circolo il sangue - il sangue che perdo io - apposta per sembrare più rossi in contrasto col livido di pioggia stancamente trattenuta inserito sopra.

come una palla di natale, con le figure delle persone che camminano dentro appena abbozzate per avere un senso vagamente umano guardandole da lontano, ma prive del tutto anche dei più ovvi particolari. a me continua a mancare lo stomaco. mentre il cuore sta battuto e aperto, una bistecca sul banco della macelleria.

pantheon periferico

 

Steve McCurryINDIA. Haridwar. 1998.

uno, nel dubbio, la butta sul coca e rum. è elementare, praticamente impossibile da sbagliare, in fondo toglie la sete - succhiando il ghiaccio forato come lo fanno nei locali - è facilmente pronunciabile anche in condizioni di imbrigliamento lingua palato per causa alcolica e, ancora più rilevante, è immediatamente comprensibile dal costruttore di cocktail da qualsiasi parte del globo arrivi.

il mojito è una scelta arrischiata, perchè si presta ad essere, se il barman è incapace, la peggiore poltiglia che sia possibile procurarsi in bicchiere, come bere dell’insalata immersa nello zucchero. oltre al fatto che (questo sempre quando chi tende la mano verso bancone spintonato da dietro ancora si capaciti a sufficienza del mondo circostante) le dita che si tuffano a raccogliere e schiacciare menta, avvitate sulle mani che maneggiano soldi e chissà che altro, difficilmente decorano visivamente la parola igiene su wikipedia. ho vivido il ricordo salmonelloso di una sera ai murazzi, io, un mojito in itinere e grosse mani pelose che spremevano la vita odorosa da ingenue foglie (poi ovviemente io sono stata benissimo, ma solo perchè il mio sistema immunitario è  oggetto di studio in regimi dai desideri colonizzatori impellenti).

quando mi ritrovo ammonticchiata sventolante la tessera del locale in mezzo a una foresta di tessere che ondeggiano penso a quanto tempo ho trascorso in questa maniera. il barman, dall’altra parte della ramificazione della braccia che tendono verso di lui, sembra una divinità pagana, col fatuissimo unico potere di scegliere la tua mano e non quella vicino, farti passare un minuto prima.

e quel minuto, che costituisce l’esplicazione sola della sua divinità, verrà consumato sterile a rigirare una cannuccia nel bicchiere.

oi dialogoi

René Magritte,La Voix du Sang (Die Stimme des Blutes), 1959

ieri sera ad un tavolo - fatto come uno si immagina, nella perfezione pittorica delle proiezioni mentali, che dovrebbe essere un tavolo di ristorante che lubrifichi le conversazioni anche tra sconosciuti, e coerentemente fatti le tovaglie, le sedie, l’intera stanza e il contenuto dei piatti, il lardo battuto col pepe è la lettera con cui inizia la parola dialogo - ho messo parole, e tante ne ho ricevute.

ma i concetti, i pensieri che si esprimono, dove vanno a finire?

finiscono col fiato un po’ arrotato sulle sdrucciole dal vino, si frangono sui tovaglioli tirati via dalle gambe per puntellare la faccia dopo la carne cruda col castelmagno, si impigliano nella trama della camicia dell’interlocutore di fronte?

o piuttosto si ammonticchiano dentro, restano a sollevare (come vecchie riviste e cose che la pigrizia che si vuol nobilitare assurge a rango di ricordi il pavimento di una soffitta) i contorni bassi dell’anima, e le volte successive che ci si ritrova a parlare i pensieri si riconoscono e vanno a posizionarsi combaciando con i precedenti già espressi, e le parole sembrano più vicine e più facili da portare alla bocca.

o forse vanno oltre, finiscono in un luogo altro e comune dove si mischiano a riposare i discorsi di tutti, quelli di spiccia quotidianità e quelli più smarginanti la mente, si legano come catene di nucleotidi a generare cose nuove, si staccano da chi le ha pronunciate e ne diventano indipendenti.

forse diventano persone. sarà per questo non provo timidezza e vergogna nei confronti di chi anche ho appena incontrato, perchè ci riconosco addosso un pezzo mio.