pochissimo cotta
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la carne al sangue mi rilassa. la incido col coltello e la vedo segnare tutto il tragitto fino alla bocca, scrivendo sul piatto, straziandosi a mezz’aria infilzata nella forchetta, segnando anche me dentro. lascia sangue e mi smargina le pupille.
il suo opporre resistenza ai denti mi risveglia di vita, provo come una recrudescenza dei sensi - mi rilasso, è vero, ma allo stesso tempo ripristino la vigilità ancestrale pronta nel caso qualcuno dovesse arrivare, con la veglia uditiva tarata sui sospiri.
mangio in silenzio e uso tutta la bocca. mi sembra mi entri in circolo con continuità di moto direttamente l’animale. mangio e mi quieto, poi ritorno bipede.
i commercialisti la notte dormono
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la matematica non è stata un’invenzione, è stata una pulsione inevitabile di risposta a un’esigenza.
ma non all’esigenza di contare, quanto di astrarre. l’esigenza di avere un sistema mentale che ti consenta di togliere la pelle emozionale delle situazioni, di scarnificare la vita per poterci ragionare sopra senza avere le palpebre impegnate.
perchè se si riflette prendendo l’esistenza in blocco ci si resta inchiodati sotto senza aver analizzato niente, solo storditi dalla confusione.
invece se si dà il valore convenzionale 1 alla fine dell’amore - non la tua fine non il tuo amore che muore, solo 1 - allora poi puoi anche pensare di aprire un cassetto e riempire una borsa senza vomitarci dentro. o quanto meno riesci ad aprire il cassetto e via di seguito e raggiungere la ceramica in tempo utile.
e anche il giorno che te ne vai, se lo spogli dal fatto di essere il giorno che ne te vai per farlo diventare la data, è un innocuo 3, nessuno si mette a lacrimare pensando al numero 3.
l’unica circostanza per cui non è necessaria alcuna forzatura di astrazione, nessuna ulteriore operazione, l’unica circostanza in cui coincidono forma numerica e contenuto sono io. io sono 0.
il posto delle fragole (morte)
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ieri non sono riuscita neppure a leggere il giornale. è rimasto inutilmente intonso, con la piega da trasporto appena accennata - non soffro di quel disturbo per cui se non svergino io il quotidiano mi resta il nervoso, mi è crassamente indifferente - e con le sue notizie ormai vecchie a sera me lo sono trascinato a casa, più perchè ho difficoltà a risolvere i pensieri banali che per esigenza vera.
ho pensato, se piove, mi ci copro. poi lo leggo. ma sul tram mi viene da vomitare. poi si sono accatastate cose, come al solito, cose nella loro dimensione gommosa e ingombrante come mi capita ultimamente, di traverso che mi costringono a sforzare gli arti per superarle e restare in approssimativo equilibrio.
stamani ci ho foderato il fondo della pattumiera, per coazione alla normalità compro la frutta, per legamento nervoso dello stomaco non la mangio, la frutta muore sanguinando, la sua stupida agonia mi segna il pavimento fino a quando al mattino non butto i resti meccanici dell’insistere a proseguire il quotidiano. ho anche selezionato vigilmente il quinterno da sacrificare, come se il restante del giornale, che è rimasto intonso e inutile e oramai fuori dal tempo sguaiatamente a pagine aperte sul tavolo, potesse fruire di un destino migliore.
mi sembra di aver perso la capacità di cannibalizzare con soave indifferenza, pure fossero soltanto giornali.
mi si doveva incidere il cervello, non una innocente falange. anche se temo che avrei dovuto portare il drenaggio a vita, in quel caso.
stamani il giornale l’ho letto.
ancora 5 minuti poi mi alzo
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la mia stanzialità è solo un precipitato della mia pigrizia.
nel senso, io sto. sono capace di stare per ore, perdo la sensibilità al tempo come quando si galleggia a lungo nell’acqua salata e non ci si sente più la pelle. non che non mi accorga del tempo che passa - ogni istante cola sempre lentissimo fino all’esasperazione, così si è sempre trovato a scorrere e così scorrerà, ormai l’ho assunto come pacifico - ma non mi provoca dolore, non mi oppongo e anniento l’attrito. io sto e mi riposo.
accordare questo al fatto che provi una noia siderale quasi immediatamente un poco a prescindere da quello che stia facendo è difficile. è difficile per tutti coloro che non siano me stessa, per me è endogeno, poi non sono mai stata appassionata di epistemologia, me la spiego con un va così.
la mia stanzialità è portata dalla pigrizia. dover cambiare posto in cui vivo (prendendo il solo gesto puro in sè, ripulito da ogni motivazione e conseguenza e stato emotivo) mi sgomenta per le ovvie implicazioni pratiche. è presumibile che non potrò stare per qualche tempo, avrò da fare.
invece non credo che ci siano ragioni di ansia da decontestualizzazione. in fondo io mi sento fuori contesto comunque. e perdo l’orientamento comunque.
ho sempre trovato qualcuno disponibile e capace a darmi l’indicazione stradale per tornarmene a casa.
quando si resta vivi
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decide: una cosa per volta.
decide: ha dignità di una cosa un modulo che contempli almeno un’azione che risolva un problema, però, perchè la chiusura della possibilità di vedere lungo, ovattato dalla gommapiuma di questi giorni in cui non fanno che ammonticchiarsi ostacoli, preoccupazioni, urgenze a cui fare fronte prima delle precenti urgenze (e ha istituito l’ordine di chiamata sulla base della cronologia, non per gravità, perchè gli è impossibile fare un ragionamento sulle gravità, implica riflettere e comparare, ed è decisamente troppo) lo porterebbe a sbriciolare la realtà in frammenti infinitesimali, in cui ‘cosa’ sia anche solo espirare.
la prima cosa è caricare il cellulare collegandolo al pc, perchè il caricabatterie è rimasto al lavoro. non ha fatto che accenderlo e spegnerlo ad intermittenza, per vedere le chiamate, risparmiando la tacca ormai gialla nel disegno stilizzato sul display come fosse l’acqua nel deserto. leggendo i messaggi rapidamente e portando a fonderli nel ripensarci dopo, portando a fondere pure la gente, chi mi ha chiesto di mio padre, a chi ho detto che lei va via. un popolo indistinto domandante il responso quasi fosse un oracolo, in sottrazione le differenze, in sottrazione le intenzioni specifiche di ciascuno, essergli amico, fare bella figura, smorzare la curiosità, volergli solo bene, gli sembra che il mondo intero lo guardi e aspetti che lui dica qualcosa. che dia una risposta al significato astratto della categoria generale ‘domanda’.
la seconda cosa è ricomporsi la faccia, togliersi la barba, lavarsi in capelli, poi stirarsi la camicia. restare bello, in qualche modo. pensa che abbia valore la sola cosa in sè. occorre puntellare l’identità quando te ne vedi amputare elementi come ti spuntassero con la penna in levare le voci della carta di identità. almeno che si rispetti la fotografia.
la terza cosa è liberare nuovamente il corso del tempo. il tempo si è fermato ad una settimana fa, quando lei gli aveva detto che se ne sarebbe andata. si era strozzato alle 17.43. poi per il resto dell’esistente aveva continuato a fluire, ma per lui era impigliato in quel momento, il nastro si è aggrovigliato fino a intasare completamente il meccanismo. la mattina del giorno in cui lei gli aveva parlato gli era caduto l’orologio, e si era fermato. una circostanza stupida nella sua vita ancora in quel momento - anzi, quasi positiva per suscitare il regalo opportuno per il suo compleanno che stava arrivando a ridosso - che era diventata un totem poche ore dopo.
la terza cosa è comprarsi un orologio nuovo.
codice verde
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il fisico adatto aiuta.
che il chirurgo che si appresta a disporre del tuo corpo anche solo per inciderti un’unghia e sverminarti il dito - 3 prefiche vestite da farmaciste che modulano a lamento scuotendo i capi il futuro incombente di disgrazie e amputazioni se non avessi provveduto in senso immediato ad andare al pronto soccorso mi hanno, nonostante l’atavica ritrosia per gli ospedali, alla fine motivato - sia fisicamente imponente e tendente ai 60 anni è rassicurante, anestetizza più del contenuto della siringa.
peraltro, a fronte della corporatura da sfondamento dei due tecnici di radiologia (i fratelli abbagnale, per presenza e per inflessione nel parlato) la prospettiva di sollievo indotto dalle dimensioni delle braccia deve essere stato il criterio di selezione del personale per l’intero nosocomio.
quando si è vulnerabili, per quanto si tengano le difese alte e si abbia l’esperienza che fidarsi del prossimo è comunque una scelta arrischiata, ragioni seguendo questa perfetta pista di ragionevolezza ma intanto con la coda dell’occhio cerchi disperatamente un appiglio, un qualcosa di dirimente che ti permetta di poter abbandonare la guida e lasciarti in balia altrui. ed in genere quelli che si ritengono segnali di tale tipo sono i migliori esempi possibili dell’irrazionalità.
ad esempio le spalle grosse per un medico. come dovesse scrollarti di dosso il male con la sola forza delle sue mani. è irrazionale, ma bisognerà pur arrendersi, ad un certo punto.
e allora mi domando, visto che non sono le dimensioni corporali, che risultano contenute, quale sarà mai l’appiglio irrazionale che porta le persone a fidarsi di me.
per tutte le direzioni
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il disfacimento fisico ormai neppure mi innervosisce più - troppi antifiammatori sono uno sgarro per le mucose, lo stomaco poi è un essere tignoso e il mio è egocentrico, un elemento egocentrico montato su una persona egocentrica comporta spasmi significativi - mi siedo e aspetto, smetterà.
c’è qualche inconveniente per cui devo ancora individuare una soluzione, tipo che se provo sollievo solo ad inspirare ma ad espirare no posso accumulare aria fino ad un certo punto poi occorre che me ne disfi. ma ci sto lavorando.
esistono istanti come le targhe commemorative ‘garibaldi ha dormito qui’, nell’esistenza, che indicano il punto in cui la vita è cambiata. solo che non so se si possano costruire volontariamente o si autoproducano e ci si accorge della funzione di spartiacque solo ricordando, dopo un poco.
se fosse possibile realizzarli con cosciente cesello quanto meno si potrebbe scegliere qualcosa di bello, che a raccontarlo poi è piacevole. solo che credo che i miei eventi si cooptino come lastre indicatorie. e gli eventi, quanto meno quelli che mi compongono la vita, difettano di gusto estetico.
la perfezione della forma sferica (o della caducità delle appendici)
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mi sono chiusa un dito in una porta. non è un evento epocale, ma sarà che non sto mai male e allora la mia esperienza di percezione del dolore è limitata (circostanza che impoverisce in maniera imbarazzante il mio bagaglio di aneddoti medici da sfoderare nelle gare dell”a me è successo di peggio, io di più’ conviviali, durante le quali finisco per annuire e contrappuntare le altrui gesta con espressioni di mimo facciale contrite e coerenti) però allo stato questo evento è una conca in cui mi convogliano inevitabilmente i pensieri.
sto diventando il mio dito. sono il mio attuale stato di confusione e paura autoindotto per la vita che mi sta cambiando, e sono il mio dito.
l’imperizia nel distinguere le sfumature di colore è nuovamente handicap nell’apprezzare e descrivere fino in fondo l’innaturale cromia che sta prendendo l’unghia. però, insomma, è intuitivo che non bisognerebbe avere comunque parti del corpo blu che non siano iridi (e i miei capelli, una volta da ragazzina).
che poi nell’immediato che veniva conchiusa la falange non ho urlato, non devo neppure aver scomposto la faccia, per istinto trattengo il dolore, simulo che non sia successo niente. non so perchè mi comporti così. penso che se mi sparassero consumerei le ultime energie per andare a morire due passi più in là, solo per non dare soddisfazione.
ora sungo antinfiammatori sublinguali riponendo ogni fiducia nella scienza. pare che la più grande angoscia in situazioni del genere - quanto meno vista la reazione della farmacista e dei passanti a cui ho raccontato la mia triste vicenda al solo scopo di svergognare oltre ogni limite la mia stupidità - sia che caschi l’unghia.
a me non interessa granché. non sono mai stata una che si affeziona alle cose.
il primo giorno di scuola i banchi al fondo sono sempre già occupati
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ho sempre avuto problemi con gli inizi.
oddio… che poi è il primo post qui, dove la spaziatura è un enigma, esistono più opzioni di amministrazione del sito di quante credo me ne occorreranno nella vita. e c’è il mio nome.
in questi giorni è stato usato di sovente, e non capita pressoché mai se non, appunto, in condizioni di emergenza, a favore del più snello e capace di comunicare lamento senza aggiungere fonemi ’stee’, il mio nome per esteso.
in questi giorni sono stata più stefania che stee. stefania ha la pelle sulle dita che si scortica per alleviare la tensione, stefania si passa il suo costoso correttore illuminante intorno agli occhi per comporsi la faccia prima di andare al lavoro, stefania usa tante parole tutte derivate dirette da lingue morte per sembrare comunque lucida e concentrata.
stefania sta un poco male. e la responsabilità è solo sua. stee invece non sta mai male, non ha le dita da far sanguinare e che non mangi e non dorma è la sua condizione di normalità.
solo che adesso mi sembra di stare in bilico sul limine dei due concetti di identità dondolando sgraziata, e per togliermi i capelli dalla bocca potrei pure cadere.
cerchèrò di non schizzare nessuno.
Ciao mondo!!
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