la pelle per le carezze

oggi sono un poco più vecchia.

mi spazientivo ad esser nata alla fine dell’estate, ritenendo di appartenere e che mi appartenessero come le molecole di costruzione la furia del caldo e l’aggressività del tempo vero dell’estate, a prescindere dai limiti delle date delle stagioni.

però questa densa malinconia – più forte la domenica sera, fortissima – pronuncia il mio nome con maggiore onestà, adesso, il buio repentino, tenersi le braccia quando scurisce che l’aria è fresca.

non sono più arrabbiata con settembre.

commiato

un tempo noiosissimo, molle, sgombro, per accorciare il quale ti metti a leggere pure gli articoli sulla cura dei cactus dei quotidiani on line con la fuga visiva sempre ad inquadrare l’indicatore dell’ora.

si dovrebbe concludere così il tempo lavorativo prima delle vacanze estive, invece di questa giornata tragica.

governo le vele, faccio fronte alla tempesta, resisto. e saluto.

stato dell’arte

sono stanca.

sono stanca e ho mal di schiena.

sono stanca, ho mal di schiena e non vorrei avere urgenze che mi ingombrano la testa e mi obbligano ad essere efficiente.

sono stanca, ho mal di schiena e non vorrei avere urgenze che mi ingombrano la testa e mi obbligano ad essere efficiente e la settimana prossima con il suono tranquillizzante del traghetto che lascia genova (tranquillizzante stringendo la xamamina) è tanto lontana.

yin e caldo

Tano Festa

tengo le imposte delle finestre chiuse, nella stanza dove lavoro, per lasciare fuori i rumori degli operai che scaricano i materiali per la ristrutturazione dell’appartamento al piano superiore.

tengo i vetri della finestra della camera da letto socchiusi perchè attutiscano gli strilli e i pianti capricciosi della figlia o nipote all’incirca decenne di qualcuno del condominio che trascorre tutte le sere in cortile fino a che non se ne va a letto, richiamata con insistenza e volume crescente.

quando si spalma il caldo, quello solido del dopopranzo, si inchioda il silenzio. solo che è insensato aprire le finestre, allora, perchè insieme allo zitto entrerebbero anche gradi centigradi a manciate piene.

l’anelito di fresco e la calma dai rumori si ritrovano incollati per i piedi. compresenti solo quando sdraiati, la notte, per qualche istante.

la corruzione della socialità

sandro chia, ossa cassa fossa 1978

non voglio stare calmo.

se contengo e ammortizzo mi si disfano i connotati, si brutalizzano dall’interno, decomposto e gonfio come un cadavere nell’acqua.

potrei, nessuna scriminante che giustifichi la perdita di controllo, ma non voglio.

perchè mi si cambia il nome – se resto calmo – divento calpestabile, assumo l’identità e la rispettabilità di un lastrico stradale.

non ci sono risatine nel giro di diversi metri intorno a me, quando non sono calmo, né la gente mi si rivolge cogli occhi svogliati e la presunzione di potermi ignorare come fossi uno stronzo qualsiasi, controllabile, sottovalutabile. mi piace il silenzio, mi piace poter distinguere lo schiocco della mia mascella nel serrarla nei lunghissimi istanti già capaci di far presagire tutta la mia mancanza di calma. mi piacciono i gesti raccolti come per non dar fastidio di chi si ritrova a passarmi vicino, la voce trattenuta, pure le acrobazie per diminuire le occasioni di dover avere a che fare con me.

pare non ci siano vie di mezzo e forse neppure mi interessano.

perchè non mi si vuol bene – se me ne si volesse verrei trattato con cura anche se mi lasciassi gentile e non aggressivo – e allora che alternative restano, la derisione in quanto docile? il rispetto tributato al furioso.

mi piace dire che ho un cattivo carattere, dà una bella impressione di personalità. non è neppure così difficile ottenerlo, basta legarsi ad un palo, non nutrirsi, picchiarsi, riportando alla memoria le umiliazioni subite quando si è ceduto a mostrarsi indifeso e sincero e non concedere scuse.

ho un cattivo carattere e non ci rinuncio, ci resto aggrappato con forza, vista tutta la fatica fatta per ottenerlo. 

non voglio essere calmo. perchè voglio essere qualcosa e non ho altro. 

l’ingrediente nascosto

bolla d’olio fluttuante in acqua e alcool etilico, http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/category/esperimento/

è cominciato con un appannamento degli occhi – le solite lenti che si seccano, penso, strabuzzando i globi oculari, spendo i milioni per i modelli ultra extra lubrificate e poi pare comunque di infilarsi la sabbia rossa del deserto. l’incastro di voci e musica sembra allungarsi, a dire il vero, perdendo qualche battuta di ritmo, e prendo ad avvertire l’opportunità di sedermi. il bicchiere è già vuoto a metà, tocco chiaramente il ghiaccio con le labbra bevendo. quando il senso di vertigine mi colma fino alla testa, la prima, l’unica parola che per pulisione riesco ad associare alla situazione è roipnol.

ora.

ad evidente discarico di questa granitica accusa stavano: la franca fiducia nei confronti del barman; l’assenza di vuoti di controllo del bicchiere nel passaggio dalle falangi di quello e le dita di chi mi aveva sporto il bicchiere; la ridicolaggine anche solo a valutare di pensare di dare forma a qualche lato sospetto nei confronti di questo ultimo (con cui abitualmente condivido già il letto e coerenti parti anatomiche, oltre che spazi esistenziali di solido peso); e poi un san simone… dai, drogare un san simone è di una tristezza rara, appena peggio c’è giusto un analcolico alla frutta.

ma ciò nonostante non mi do altra spiegazione. la mia logica di puro acciaio temperato.

lo stato psico fisico ormai barcolla e io appresso, scende l’equilibrio e monta la nausea. quando sto male ho sempre le scarpe nuove e alte e un abbigliamento implacabile nel caso debba cadere a terra, atto spietatamente ad amplificare l’imbarazzo.

siccome la forma comunque supera la sostanza e una signora resta una signora anche a due passi dall’impalamento, bisbiglio al latore del bicchiere che forse sarebbe opportuno cominciare a valutare di tornare a casa perchè non è che mi senta proprio benissimo. pronuncio le consonanti battendo le dentali e trattenendo nel contempo il vomito. l’altro, ovvimente, va al bagno.

la situazione slavina verso l’irreversibile. è chiaramente roipnol, il motore di ricerca del cervello mi ha evidenziato dalla memoria tutte le cronache degli episodi di violenza di cui ho letto facendo un serrato elenco dei sintomi, la corripondenza coincide in maniera lacrimevole.

certo.

la situazione di confusione della mente – visivamente paragonabile alla redazione del tg alle spalle dell’anchorman di teatrale ansia prestazionale ma con più disordine, fogli volanti, gente che urla e corre a braccia alzate – non garantisce proprio rigore scientifico nella collazione tra stato di fatto in essere e schema riassuntivo degli effetti dell’assunzione della droga. che poi questi sintomi sono vertigini e nausea, non propriamente condizioni eccezionali.

però io resto indomita nella posizione, è indiscutibilmente roipnol.

ora, lo so che il primo dei comandamenti nel caso si abbia la percezione di essere stata drogata sia di non allontanarsi dagli amici – per inciso, corrispondevano a detta qualifica svariati avventori del locale, il proprietario del locale, la fidanzata del proprietario del locale, n. 1 cameriera, n. 1 barman, n. 1 venditore di rose, insomma una folla di entità assimilabile a quella dei pellegrini della sindone – però l’esigenza di respirare un po’ d’aria è più forte. poi stare in equilibrio sugli sgabelli alti in preda alle vertigini è impossibile. forse l’arredo dei locali è studiato per disincentivare la permanenza degli ubriachi. o, in subordine, per la loro terminazione.

esco e mi siedo su una decisamente più accomodante sedia messa accato ad un tavolino incredibilmente vuoto. trovare posto nel dehor a mezzanotte di venedì sera in primavera al quadrilatero si avvicina alla possibilità di imbattersi nel rinoceronte bianco in coda al bennet.

non va comunque meglio, ormai son prossima allo svenimento e sbocco – in ordine variabile – e nel mentre penso che quello è il momento in cui l’assalitore sopraggiungerà e pertanto devo tenermi pronta a vendere cara la pelle.

l’altro, lui è sempre in bagno.

voce che mi parla, mano che mi tocca la spalla. ecco il verme, ecco l’essere abbominevole, potrei neutralizzarlo schizzandogli vomito addosso, bastardo. certo, la stretta è un poco fragilina, anche molestata da uno sfigato. con la residua capacità motoria mi accorgo che è la cameriera nota di cui all’elenco che precede che mi domanda se mi senta bene – e no, davvero no – e se voglia un poco di acqua e zucchero. al massimo la rigetto, poi potrebbe diluire il tasso di concentrazione della droga, quindi accetto. mi rimetto in assetto antisommossa.

è vero che tento di mantenere un minimo di contegno, ma ormai ho la testa riversa nelle mani e la schiena gobba e i capelli a pioggia intorno (infondo la cameriera si è avveduta della condizione non proprio di garrula gaiezza). ma, per il fatto che riuscire a sedersi fuori dai locali sia attività impegnativa, evidentemente la mia prossimità alla morte non costituisce poi un gran deterrente a portare a termine la caccia alla sedia.

perchè c’è un altro contatto.

ecco, sta mano mi stringe la clavicola in maniera ferma, è lui, è il porco laido putrido violentatore. penso: gli urlo una malendizione sinti. penso: lo prendo a borsettate. si ripropone (in tutti i sensi) l’opzione vomito aggressivo.

l’altro, uscito dal bagno, pensa bene di chiamarmi al cellulare.

io sto raggranellando le forse per l’estrema pugna, non sono decisamente nelle condizioni di parlare, però magari la vibrazione del telefono amplificherà la forza devastatrice della borsa sul naso. ma non mi avrai, figlio di una cagna, sputerai sangue, prodotto di sfintere di ratto.

‘scusa, le altre sedie sono libere?’

con un colore prossimo allo stracchino ammuffito – me lo sento chiaramente sulla faccia – guardo questo bell’esemplare di scarto evolutivo inguainato in una maglietta bianca stretta che si preoccupa solo che non stai seduta lì ad occupare il tavolo, valutando evidentemente di poterlo serenamente condividere con un cadavere, ehi raga ho trovato posto che culo.

basta, è troppo, decido di alzarmi ed andare incontro al mio destino di cattiva digestione – anche se magari l’attentatore, accortosi del fatto che fossi attorniata da conoscenti, si è spaventato e ha desistito – o reazione al freddo dell’amaro – sì vabbè ma scartare proprio l’ipotesi del roiplon, i sintomi c’erano tutti e suvvia sei una ragazza piacente – che in genere si limita al singhiozzo ma stavolta evidentemente è stato più molesto – guarda, non lo so, tu sei così convinta però a me il dubbio resta – e potrebbe stare ad indicare che magari è il caso di restare a casa, la sera, ogni tanto.

mi alzo, nel mentre il portatore di san simone torna sui suoi passi e mi sorregge, ma la nausea è un cecchino che getta il mirino e sta cercando un bersaglio. entro nella panineria immediatamente successiva ma anche qui soltanto altissimo sgabelli (da valutare di far girare una petizione per la loro abolizione), mi ci arrampico mentre il cuoco sorride chiedendomi a che gusto voglia il panino e questo non aiuta… poi, dimostrandosi così uomo di esperienza, capisce e mi balza vicino sguainando un sacchetto di plastica. ci faccio due conati secchi dentro, poi mi ritrascino per strada.

ad aggiungere un ulteriore tocco di inverosimiglianza un tizio con le braccia legate su una croce – una simpatica idea per festeggiare il suo addio al celibato (questo periodo, oltre ai pellegrini, la zona è riccamente infestata anche dalle boccaccesche trovate, tutte frizzanti ed originali, degli amici dei nubendi per allientare l’ultima notte da single) – viene sospinto ad urla dalla compagnia, che però si è persa, probabilmente l’infisso mi domanda anche una informazione stradale. ma accidenti non sono pronta a rispondere.

però, lentamente, va meglio. come se il livello del malessere scendesse, gradatamente, arrivo al portone di casa e sto quasi bene.

affondo nelle lenzuola mentre chi mi ha sorretto fino a quel momento mi allunga una camomilla. considero, per il fututo, l’opzione fascia di lana sullo stomaco anche se forse potrebbe difettare di accordo con gli stiletti e la scollatura.

n.b. il comitato mentale combattente militante si dissocia da questa ricostruzione, evidentemente volta a nascondere la verità dei fatti nella consueta ottica favorevole all’opera di disinformazione del popolo al fine di sottometterlo in una condizione di ignoranza, e sta procedendo ad una attenta analisi della vicenda al termine della quale seguiranno prese di posizione severe ed azioni dimostrative disturbatrici random.

 

 

zanzare intonate

Dominique Tarle, photographs that were taken at the Ville Nelcotte during the recording of the Rolling Stones’ album, “Exile On Main St.

non so quale sia il termine di iniezione, tra la musica e il desiderio di andare a fare un viaggio nelle zone di appartenenza della stessa - per luogo di nascita del musicista o perchè sono posti descritti da quello nelle canzoni. fatto sta che si rincorrono, le ballate di ligabue e la decisione di andare nella triangolazione mantova-ravenna-ferrara.

talvolta il motore propulsivo è stata apertamente la musica: anni ad ascoltare rock polveroso non potevano che culminare nell’aereo per los angeles e il lubrificante del bus che mi trasportava a congiungere le città della california proveniva dalle cuffie del lettore mp3. ma è anche capitato che esacerbassi i luoghi, una volta che li avevo raggiunti, con canzoni apposite: erano le geometrie del cielo scontornato dai palazzi a muovermi la mano nello scorrere i cd per cercare sul posto qualcosa di coerente collo sfondo, o tanto avveniva per derivazione dolce, seguendo il ritmo della musica suonata nelle automobili e tenendomene un poco anche per me.

sarà l’abuso della trasposizione cinematografica – ancora di più dei telefilm – ad imporre che ad una data circostanza corrisponda, in accordo o in aperto contrasto, un corollario sonoro. come se preparassimo la base musicale della narrazione della nostra esistenza, per renderla maggiormente appassionante se vista da fuori.

e marchia più a fondo i ricordi delle esperienze, l’accordarci una canzone. basta risentirla, anche a distanza di anni, e ti ci trovi immerso nuovamente fino alle caviglie.

innocenza al polso

Auguste Rodin, The Hand of God

piccola mia striscia di bava, tanto dovevamo lasciarci, prima o poi. scivoli e non mi sporchi più dei resti tra i denti delle parole che ho detto fino ad ora, mi inchiodi nella banalità dei gesti di un’amplesso, rendi me l’iconografia dell’uomo che ha scopato più classica, mi completi meglio della sigaretta. il tuo percorso faticoso fino al pavimento è dettato dal mio stare legato in maniera complicata – disposto nell’esito della posa di affondo ma senza più il supporto, sbalzato in separazione senza aver ancora ripreso una disposizione anatomica autonoma, il bacino esposto a chiavare solo l’aria adesso. gocci a lato del ginocchio per illuminarmi il mio baricentro di equilibrio. per terra, tra gli umori e il piscio.

mia piccola coscia bianca, aperta svogliatamente, sconcia per disattenzione e non per seduzione, puntellata all’attaccatura di punzonature di lividi a forma di dita delle mani che monto, mi appari così fruibile, così consentita senza per favore, che diventano incomprensibili, a pensarci adesso, il bancone del bar, lo sforzo per farmi sentire dal barman, i gesti suoi da giocoliere triste, le ginocchia accavallate per smarrire in alto l’orlo della gonna, la portiera aperta dell’auto, il cd nell’autoradio fermo sulla stessa canzone, il divano, il vino, la parete, le pose plastiche, guardarsi nello specchio – ma ciascuno guarda sè.

mio inconsapevole orologio, appoggiato con cura sul tavolo, naufrago illeso attorniato da nodi sgualciti di vestiti, schermi di cellulari testati nella resistenza da tacchi, portafogli svuotati addosso in scherzi sguaiati, l’assolutezza della concessione dei corpi reciproca senza nessuna intimità. tu rimani pulito, preservato. nella tua memoria pomeriggi caldissimi in linea – senza un reale ruolo di segnalatore di tempo perchè tanto quello era cadenziato uguale per tutti – domeniche a prendere briciole sulla tovaglia distesa sempre dalla stessa donna, punto a cui aggrapparsi nel salire sulle ginocchia di papà di queste mie dita.

è un gesto inevitabile, prima, toglierlo, metterlo al sicuro, rovesciato.

5 x 2

neppure un grafico sulla lavagna luminosa a far da sostegno visivo, uno slide-show, uno studio, un piano programmatico, qualche manciata di numeri a caso per illudere dell’esistenza di un qualche riscontro oggettivo: c’è molta più scienza nel più unto punto sisal. eppure ci si sbilancia, si butta il naso in avanti e appresso il resto e ci si lega a qualcuno, si avvita la propria esistenza limitrofa ad un altro consegnandogli la schiena e tutte le parti vulnerabili. con una prospettiva, se non proprio definita in termini di altissimo ottimismo volgente all’assoluto, in ogni caso di lungo termine.

sinceramente: che sappiamo di noi? proprio di quanto ci si riferisce di più prossimo, di come andranno gli eventi scontati e inutili - ha senso comprare una fornitura annuale di caffè, berrò ancora caffè tra tre mesi? che me ne faccio di tutte queste mutande in saldo? prenotare le vacanze con tutto questo ancipo, e se poi non ci vado più, se muoio? epperò occorre fare i conti con noi stessi, dobbiamo condurci ugualmente, se non consideriamo come alternativa praticabile l’immobilismo stolido fino all’incorporazione col marciapiedi su cui sediamo.

non sappiamo che poco di noi, ancora meno di un soggetto altro da noi e davvero nulla della realtà noi + altro, eppure ci slanciamo verso questa prospettiva bifasica e l’entusiasmo è incredibilmente maggiore dello sgomento. anche quando la situazione si è assestata, anche quando il rapporto si è impoverito e forse non ha neppure più senso, subentra la noia, comunque maggiore dello sgomento.

io credo che oltre alla speranza di essere felici, oltre al conforto di non restare soli, oltre alla gratificazione di essere amati da una persona che si ama, alle pulsioni di sesso, al desiderio di clan, al soddisfacimento anche inconscio di darsi la possibilità di proiettare in avanti il prioprio codice genetico, ci sia una componente ulteriore, una sorta di irresponsabilità illogica involontaria, come l’alzarsi autonomo del diaframma – se voglio lo fermo (fino a quando non svengo) ma lui continua a fare il mastice se io non ci penso – che ci consente di superare i limiti della ragione. le ansie da mancanza di informazioni. l’inquietudine per la enormità dell’alea. ci consente di camminare sull’acqua, portando anche qualcuno tra le braccia.

masticare a vuoto

camminare – puntellati dai tutori, tenuti insieme da cerotti antidolorifici, con un ritmo rotto innaturale, ma per andare dove? che neppure si vede, il lontano della direzione, è più un’ipotesi, un atto di fede che ci sia una destinazione, che sia rimasta ad aspettarci, che non ci sia premorta di vecchiaia.

insistere, agganciati alla vita colla dentiera, è proprio l’espressione più piena dell’insensato istinto di attaccamento al respiro dei vecchi, contrario ad ogni piano ragionamento di logica. resteranno solo le nocche rinsecchite come la gramigna incrostata sulle reti dei letti usate per ringhiere di demarcazione nell’orto dopo un incendio.

lecchiamo i blister invece delle mani dei preti che sporgono l’ostia solo per una diversa direzione dell’idolatria ma il bisogno di affidamento irresponsabile è il medesimo, avere un sostegno che ci consenta di continuare a strisciare – ma per andare dove?

e lo sputo di scherno dei ragazzini che ci passano vicino, a far combaciare  le loro espressioni con quelle che si possedeva è imbarazzante la coincidenza, è l’unica cosa veramente viva che ci ritroviamo addosso.

non sarebbe più decoroso fermarsi? se non hai più sangue ma polvere dentro non ti puoi permettere la bellezza della ferocia, l’unico cosmetico che abbia un senso è comporsi la faccia con la dignità dell’abbandono.