quel che resta del sogno

 

Giorgioppi, Nudo di schiena, 2008, http://www.salamongallery.com/pittura_giorgioppi_02.htm#13

certi sogni lasciano l’umido addosso, quello della schiena nuda che ho davanti, nel gesto pudico di chi si copre trovandosi spogliato e lascia esposti la nuca e quel che ne segue.

e pure il segno fibroso delle lenzuola sotto alle gambe e visivamente la treccia tra le dita e il tessuto del punto di appoggio per salire e superare le spalle e vederla nella faccia, lei che si copre, andando appresso alle parole piccole che però non capisco.

nell’altra stanza qualcuno di cui conta solo l’attesa.

e un po’ di luce, il tozzo che residua sfilata dalle braccia messe ad angolo per schermarla, per riuscire finalmente a vederla mentre si gira. non perchè non sappia chi sia, il dorso minuto è più chiaro di una firma, ma per distinguerle in faccia il motivo per cui stiamo insieme in quella situazione.

ma lei parla piano dolcemente e non mi concede il mento. mi sento gigantesca rispetto a lei e non posso che accondiscendere a proteggerla. le premo una mano sullo sterno ad abbracciarla e mi confondo nei suoi capelli. risponde tremando di risate. mi sveglio portandomi appresso la sensazione di potere e responsabilità.

la città delle dentiere esuberanti*

arie romane......, guasca, http://www.ioarte.org/artisti/Guasca/opere/arie-romane/

ci si tiene addosso il fuso orario sbagliato tutto il giorno nel caso di risveglio fuori dal premarcato della sveglia quotidiana. e per quanto ci si butti dentro caffè, pure delle bocche coordinate.

se dio ha infilato delle ruote sotto le valige un motivo ci sarà, e il motivo mi si solidifica nella striscia di persona sotto alla cinghia del borsone dopo qualche isolato nel mentre che ci incamminiamo verso l’auto venerdì all’alba, orario che mi ha consentito di vedere finalmente il lastricato di via garibaldi sgombro di suole. la programmazione radio del primo mattino segue il fuso di cui sopra.

attendiamo lo scollarsi dell’aereo con gesti apotropaici mentali mentre nessuna delle longilinee signorine alitalia mostra sul volto segni dell’articolazione ’sciopero’ confortandoci. riusciamo perfino a giungere a roma prima del tonfo di blocco delle circolazione dei treni, percorriamo i consueti chilometri che separano i terminal dalla stazione superando lavori in corso, scolaresche e gruppi di suore in gita (molto più rumorosi i secondi) e una percentuale schiacciante nel senso della rottura di nastri trasportatori e ci infiliamo sul regionale, con ciò guadagnando la somma di 3 mezzi di locomozione in poche ore.

l’albergo, nuova costruzione in zona ostiense, con vocazione artistica (quella che gli architetti con la sciarpa colorata a più giri e occhiali imbarazzanti definirebbe di ricerca), ci accoglie nella declinazione del verde della stanza. il colore, come la linearità del soffitto, è accarticciato verso l’interno nella parte vicina alla finestra, da cui entra il cielo, dipinto con le nuvole.

sfidando il livido preannunciante pioggia nonchè lo sciopero dei trasporti (e la serafica insapienza dell’addetto alla reception dell’albergo il quale alla domanda di indicare un ristrorante nei pressi dove andare a mangiare a pranzo non ha saputo consigliare di meglio di una non meglio definita pizzeria napoletana al colosseo) andiamo a trastevere a fare un giro. la pesante militarizzazione della zona in un primo momento ci ha  scosso i menti perplessi in una prefica di critica in ordine alla direzione preoccupante che la città ha preso sotto la amministrazione di destra (questi comunisti prevenuti), fino a quando non ci siamo accorti di stare nel mezzo della manifestazione studentesca. un primo momento di nostalgia canaglia per gli anni che furono cede presto piede alla amara considerazione che certo che è facile fare i partecipativi e gli attivisti a roma, organizzare cortei sul lungotevere in festa è ben diverso rispetto a sfilare a busto arsizio. i ragazzini saltellano sulle note di caparezza. anche la musica mi sottolinea spietata la mia anagrafica.

poi alla fine piove davvero e con sentimento, l’ostessa con pupo in braccio scrive il conto del pranzo direttamente sulla tovaglia di carta (balena l’idea di arrotolarla e produrla al commercialista giusto per infastidirlo), aspettiamo l’asciutto in un bar bevendo fernet.

la sera è dedicata alla prima compagine di amici - in  preponderanza numerica rispetto a quelli domestici e tanto dà da pensare - a cena in un ristorante che ha preso il posto di una fabbrica che produceva pasta in una zona della città prima omaggiata dalla presenza multiculturale (si legga ghetto di stranieri) e adesso rivenduta a tagli di loft a carissimo prezzo il mq per un mercato di giovani bene della sinistra borghese. rivedo il sempre acuto amico blogger sogni, conosco un altro ‘collega’ che manifestarà il giorno successivo tutta la propria strabordante sensibilità artistica nel corso della mostra di caravaggio e riabbraccio un’amica che ci presenta il fidanzato (sosia di casacci). cena piacevole quanto piacevoli sono i commensali. quindi, con la mia incapacità a reggere il freddo che detta l’agenda dei lavori, facciamo un giro in auto sgusciando tra il traffico con sosta romantica al gianicolo.

il sabato mattina è per la mostra, affollatissima. come anticipato, riceviamo in dote una guida personale dalla preparazione non solo evidentemente più consistente ma anche decisamente ricercata rispetto a quella degli insipi addetti. tanto è evidenziato dalla emorragia spontanea di ascoltatori dai gruppi intorno agli illustratori ufficiali a nostro vantaggio. mi sento tanto ignorante, ma poi mi passa (c’è il sole).

dopo aver dichiarato il contenuto costituito dai resti smoccolati di fazzoletti alla signorina del guardaroba come prova per riavere il cappotto nonostante lo smarrimento del numeretto, il gruppo va a mangiare. per un poco seguiamo fabio e l’amico per la città nel mentre che loro si incamminano verso la manifestazione che poi abbandoniamo a favore del letto dell’albergo. ignorante e superficiale.

durante la serata incontriamo altri amici, profughi torinesi trasferiti nel romano in cerca di gloria musicale. il programma prevede la migrazione verso una landa lontana - questa cosa di considerare blocchi distanti di agglomerato urbano come unica città mi lascia perplessa - rinvenuta solo grazie al navigatore per prendere posto in un locale dove ci avrebbero aspettato dei sodali loro.

circa la descrizione del ristorante basti dire che c’era l’animatore alla tastiere con opzione karaoke e zona tersicorea. abbiamo mangiato (sottaceti appena cavati dagli scaffali del supermercato e tentativi di carne alla griglia) mentre ci guardano magnanime alle pareti le foto del proprietario con delle pornodive.

la formazione prevede: tizio che pur non essendo architetto si adorna di sciarpone colorato  e occhiali imbarazzanti che pasteggia bevendo la bustina di un preparato dimagrante, altro tizio con la scollatura più ampia di qualsiasi signora in sala (e le astanti non si facevano certo imbarazzare nè dalla decenza nè dall’età, sia chiaro) a mostrar virilità tricotica, e amico di entrambi di cui non ho capito la collocazione sul mercato con al braccio giovane donna la cui collocazione può apparire meno dubbiosa. per chiudere in eleganza siamo stati omaggiati con la visita a casa del petto ostentato, monolitico villone sulle colline. camino monumentale, iperfetazione di divani, richiami al ventennio, racconti di vita intensa, amari lucani (a roma ne fano uso smodato). sopraggiungono altre due signore, una delle quali nottetempo telefonista astrologa, quindi la figlia compitissima del padrone di casa, si fa una certa e ce ne andiamo.

il giorno successivo prendiamo il bus scoperto insieme a vigorose tedesche che rispondono all’aria gelida nonostante il sole mostrando gli avambracci, ci lasciamo toccare bene gli occhi lasciando in pace i piedi, poi mastichiamo bucatini e un superbo carciofo alla roma. e sbagliamo clamorosamente i tempi riducendoci a correre dentro termini incollandoci sul treno per fiumicino all’ultimo minuto utile. ripetiamo al contrario la serrata trafila di mezzi di trasporto e mi ritrovo in amorosi sensi con la lavatrice in drammatico arretrato.

ignorante, superficiale e pessima massaia.

*la porta del bagno di uno dei ristoranti visitati recava l’invito a non voler gettare nel cesso niente di diverso dalla carta igienica, neppure le dentiere.

l’importanza della depilazione delle braccia

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l’eccesso di drammatizzazione della realtà mi ucciderà.

occorrerebbe mettere un’avvertenza in loop nei film a contenuto medico o comunque ogni volta che a qualcuno prende un infarto: perchè altrimenti si ripone, anche involontariamente, fiducia nella rappresentazione dell’attacco in cui l’infartuato comincia a mulinare il braccio buono portandoselo al petto e annaspando in piena fame di aria. farà malissimo, si pensa, lo si capisce da quello di averne uno.

e tanto disincentiva a dare attenzione al peso che preme sullo sterno, capitato all’improvviso mentre agito il telecomando alla ricerca di qualcosa su cui posare gli occhi la domenica pomeriggio, ricerca infruttuosa che mi conduce serena verso il sonno. che sarà mai, fa male ma un poco.

poi gli occhi sbarrati nella modalità coniglio che guarda stolido l’avvicinarsi del suo destino a forma di fanale della persona con cui condividi lo spazio sopra al campanello nel mentre che gli racconti questo fastidio, occhi a cui si accompagnano mani che ricercano febbrilmente ‘guardia medica’ nelle pagine gialle - come è che le pagine gialle si riesumano solo in condizioni di nefasta emergenza? il numero a cui dettare il telegramma di affettuoso cordoglio, quello per le fughe di gas, l’indirizzo del deposito notturno delle auto nel caso di rimozione forzata - danno un  lieve colpetto alla granitica sicurezza che non sia poi niente.

ma la rottura della diga avviene quando, dopo una attesa musicata senza la possibilità di mettere giù per non perdere la priorità acquisita, una voce che ti avverte, per disincentivare azioni di risarcimento dei danni, che ogni parola viene registrata, alla narrazione del doloretto risponde con la pronta spedizione a casa di una ambulanza.

e di nuovo la filmatografia cozza con una simile proposta, le ambulanze sfrecciano imperturbabili trasportando resti sanguinolenti strappati alla morte o il mulinatore di braccio destro sopra citato, non te e il tuo torace dolente.

però la parola ha avuto la capacità propulsiva idonea a farti ritrovare, dalla posizione abbracciata alla ginocchia sotto le coperte, in piedi davanti all’armadio mentre ti vesti cercando un paio di mutande consone all’ospedale senza starci neppure a pensare. occorrerebbe sempre prepararsi un kit di abbigliamento di emergenza, utile in caso di fuga da terremoto o angoscia sanitaria, sennò impieghi un sacco di tempo prezioso a metterti addosso alla fine roba incoerente con la situazione.

al pronto soccorso perdo la giurisdizione sulla mia persona. peraltro neppure l’avrei voluta, in quel momento, avrebbe comportato prendere delle decisioni sull’ignoto. le ultime mie resistenze e l’affetto per l’impossibilità che mi stesse davvero accadendo si dissipano con la cannula. arriva a tradimento, insieme al braccialetto di carta con il nome sul polso (almeno non è il cartellino da alluce) e gli allocatori adesivi degli elettrodi dell’ECG. entro camminando con la cartella col nome cifrato e dicendo di avere un poco di male allo sterno - che poi ci si chiede che senso abbia questa ossessiva cura della privacy quando poi ti si manipola in zone recondite come si fosse un neonato - e mi ritrovo con il reggiseno penzolante dalla manica della maglia, decorata di fili e con un cappuccio al medio della mano che controlla le pulsazioni. e poi giù come su una pista del bob, il prelievo del sangue, la lastra toracica, la barella, un medico che mi dice incarognito che non mi può dimettere prima delle sei ore perchè deve ripetere le analisi dopo quel lasso di tempo e che non si assume la responsabilità e che se voglio uscire devo firmare. ma dove vuoi che vada, sembro san sebastiano trafitto dai cavi, con le scarpe infilate in un cestino metallico sotto al lettino, il nome disegnato perchè almeno me lo posso riguardare e sincerarmi di essere io, dove vuoi che possa avere desiderio di andare, mentre ragioni su come rendere meno impattante l’immagine di me allestita come ho descritto al condivisore di vita che mi ha portata deambulante al ps e mi vedrà uscire di corsa verso la sala raggi (ed evitare un nuovo dolorino ad un altro petto), dove vuoi che vada.

epperò, nel corso dell’attesa delle citate 6 ore di decantazione, scopro il motivo di tanta ansia del personale ospedaliero nel descrivere le opzioni di assunzione della responsabilità di dimissioni contro il parere medico, nella verifica costante della permanenza in vita dei pazienti, nel rispondere con sorrisi da paresi anche ai toni di voce (e ai termini in coordinato) più sgradevoli degli allettati. la frase maneggiata con maggiore frequenza dagli utenti, anche i tossici che chiedono in continuazione farmaci qualsiasi, anche antiepilettici, anche anticoagulanti, al limite l’aspirina - i tossici vanno al ps perchè han preso botte senza nessuna motivazione, è una regola generale - anche i vecchi con l’alzheimer che non riescono quasi ad articolare verbo escluse solo quelle parole, è la minaccia di denuncia. come sta signora vuole una coperta, ‘io la denuncio’, il medico passa tra poco a visitarla, ‘io la denuncio’, non usi il cellulare in corsia, ‘io la denuncio’.

a me è venuta voglia di denunciare solo chi ha disposto l’acquisto di una partita di coperte metalliche gracchianti che messe nelle mani dell’anziana iperattiva sdraiata alla mia destra diventano un’arma di distruzione di massa. ma è stato sufficiente segnalarlo all’infermiere (senza alludere a denuncie) che prontamente è stata sostituita.

passano le ore, mi adatto ai movimenti cauti nel cambiare posizione imposti dalle ruote piroettanti non dotate di freno della barella, assisto ai cambi di turno, vengo notiziata dall’esito rassicurante dei tracciati e delle prime analisi del sangue, assumo coscienza della linea diretta che unisce le braccia e la vescica quando si tratta di flebo, e aspetto. dopo il primo ammutolimento, imposto dal serrato accadimento di eventi allarmanti di aghi e simili, riprende forma il coro prefico ‘lo sapevo che non era niente’.

dopo le agognate sei ore la nuova caposala mi preleva di nuovo il sangue (non dalla cannula sennò i valori vengon falsati, dice) e ripete l’elettriocardiogramma. altra attesa, turnazione dei lettini rotanti intorno a me, via la vecchia masturbatrice di coperte rumorose sostituita da vecchia con dissenteria, quando si dice la fiducia nel progresso, mentre la tossica, dopo il combinato disposto di tavor, en e lexil finalmente smette di  digitare sul cellulare istericamente il numero della caserma dei carabinieri per fare denuncia e si addormenta. ritorna l’infermiera proveniente dal’ex blocco sovietico, con il piglio e la gentile impostazione della voce coordinati, e mi conferma che gli esami son tutti negativi. e solo allora - rammentando la pregressa sequela di manovre mediche invasive nessuna così preannunciata - dice ‘ora ti farò un po’ male’ prendendo a togliermi la cannula.

io immagino che sarà per l’asportazione dell’ago infilato chissà a quale tellurica profondità e mi preparo a contorcermi sommessamente quando invece la causa del dolore paventato è da imputarsi ai due giri di scotch che porta via i peli. io faccio la ceretta, mi viene risparmiato di soffrire.

insomma, non ho niente. o meglio, forse soffro di reflusso o infiammazioni muscolari al torace, ma niente infarto.

esco mentre quasi albeggia, ancora con qualche adesivo da elettrodo addosso e i fogli delle dimissioni piegati nelle mani, per nulla pienamente consapevole del dispiegarsi degli eventi.

nel mentre la notizia del minacciato infarto è stata diramata lungo il regno italico fino alle zone del mondo luogo di emigrazione dal meridione. segue, ma con più rilassatezza, l’aggiormento della ritrovata salute.

penso di non riuscire ad addormentarmi per l’ansia accumulata invece torno all’origine - il letto da cui la guardia medica mi ha sparato fuori qualche ora prima - e perdo i sensi. ho giusto il tempo solo di rigraziare mentalmente l’estetista.

tu chiamale se vuoi frustrazioni

Franco Rognoni, Interno, http://www.bebarte.com/opere.asp?id=1

quando si ha coscienza che stia accadendo qualcosa fuori dalla propria capacità percettiva immediata  e tutto tace, è meglio intervenire direttamente costruendo un ponte radio costante o attendere accondiscendendo al silenzio?

il rispettivo tasso di scaramanzia fa la differenza, laddove si abbia il sospetto che le azioni abbiano conseguenze ulteriori a quelle della retta linea di logica causale magari si tenderà ad astenersi, ancora contattare porti male. ma è il termometro dell’ansia il vero discrimine, quanto si sia in grado (e per quanto tempo) di riuscire a chiuderle la bocca.

a me cedere dà fastidio. a me cedere dà fastidio in generale salvo che non si discuta di azioni immonde che facciano traboccare, nell’analisi ex post della vita durante il bilancio consuntivo che il mio CdA tiene a cadenze raffazzonate, la pentolaccia sporca in cui rigetto i resti, appunto, delle azioni immonde. pertanto richiudo le dita sotto i palmi e non telefono, soprattutto per darmi una bella passata di cipria ieratica, come fossi superiore e distaccata rispetto agli umidi accadimenti umani.

però il pensiero di sapere scava un buchino sempre più allargato e la segatura mi sporca le ciglia tanto che non riesco a vedere altro. una condizione di tensione che si scarica come fossi sparata da un cannone quando è l’altro a chiamarmi.

per dirmi che naturalmente tutto è andato malissimo.

karmameteo

August Strindberg, La notte della gelosia, 1893. Stoccolma

ah, svelare al pubblico disappunto la stratificazione delle piogge, dei residui degli eterni lavori di demolizione-ricostruzione e/o ripristino di qualche appartamento che convergono in cortile, delle mani appoggiate mancando gli stipiti delle porte finestre quando si esce in balcone a fumare, allontanando le tende dal vetro perchè non si vuol schermare neppure un poco questo redivivo sole e nel contempo, così precipitando l’effetto benefico della luce, scoprire che le caselline ‘prossimi giorni’ del meteo cittadino sono un campionario di cataclismi naturali. con puntigliosa predilezione per il sabatodomenica prossimo. tutto ciò quando, sull’onda emotiva di un inizio settimana che aveva concesso di sbucare fuori dalla caverna dismettendo le pelli di animali, si era già ipotecato il lieto tempo libero organizzando innocue gite, infantili pranzi lungo po in quel ristorante dove è stato inutile tornare da settembre per non provare dolore e tanto freddo.

è soprattutto lo stridore tra questo sole che lambisce le spalle, visibile tra le ditate, concreto e inutile sole del giovedì e quel nero viola (che pessimisti cosmici i grafici delle previsioni, che esagerati, che senzadio) incombente, ad offendere. svolta cromatica in peggioramento drammatico, dal momento che ieri, con riferimento sempre al fine settimana, era un grigio fumo elegante e il giorno prima uno sbarazzino tempo velato. presumibilmente domani comparirà la stilizzazione dell’arca.

qui bisogna essere arditi, qui bisogna gonfiare il sangue e raddrizzare gli sguardi e i nervi sciatici, occorre raccogliere le forze, baciare i bambini senza piangere mai e prendere la via che aspetta davanti alle scarpe e non girarsi indietro.

qui si deve chiamare il ristorante e chiedere se c’è posto nella sala interna.

ogni maledetta domenica

David Hockney , mr and mrs clarke and percy, 1970

chissà se, avendo un altro assetto, la famiglia  risulterebbe meno mordace.

forse con due madri e un padre, con un numero minimo di fratelli/sorelle, se ci fossero imposizioni esterne a regolamentarne la frequentazione, o se fosse destinata ed esauirsi a scadenze prestabilite con possibilità di rinnovo non ripetibile per più di un certo numero di volte.

se fossimo obbligati a cambiarla come ci imponevano col compagno di banco alle elementari: questa settimana sei figlio loro, la successiva degli altri, e così via (o magari ne diventi la madre e poi il cugino).

probabilmente porterebbe effetti positivi ogni meccanismo che obbligasse a interagire al di fuori dei ripidi e taglienti contorni del nucleo familiare i membri del medesimo. imporrebbe la presa di coscienza che l’esistente non si concentra nel proprio tinello e che non si articola nel solo flusso pranzo-di-natale-festa- di-compleanno-giorno-del-bollito-misto. e porterebbe a svelare la sconvolgente verità che tutti hanno i rispettivi guai e che non necessariamente i proprio siano i più gravosi.

tanto per preservarla comunque, la famiglia, e non limitarsi a lasciarla, unica strategia praticabile, talvolta, per il mantenimento dell’equilibrio personale. anche perchè poi, quando ci si allontana e basta, si rischia di conferirle un’aura mitica, positiva o negativa, ben lontana della sua identità effettiva. e a maneggiarli, i miti, risultano sempre scivolosi, un nemico troppo feroce o una tana troppo accogliente.

aprendo le finestre e facendo entrare il sole la bestia di accuccia e si vede la polvere.

La maleta en la cama

LUIGI ONTANI, OBL'io, 1997, http://www.lorcanoneill.com/site/elencoLavoriDettaglio.php?idArtista=10&pageno=1

comprendo coloro a cui piace viaggiare: credo che vogliano ampliare il raggio del territorio masticato, allargare i confini della propria zona. pertanto penso non sia corretto porli davanti all’interrogativo se, nel mentre che percorrono km in giro, non manchi loro la propria casa, perchè in quel momento ne stanno costruendo stanze nuove.

la diocotomia più aderente alla realtà, secondo me, non è la propria abitazione/quartiere/paese Vs resto del mondo, ma ciò che si è calpestato e ciò che non ha conosciuto le nostre suole. perchè dopo che ci sei stato, diventa assurdamente domestica anche una microscopica località al di là dell’oceano che nulla ha in comune con il paesaggio quadrettato dalla finestra nello spegnere la sveglia un mercoledì lavorativo qualsiasi.

pertanto viaggiare risponde all’esigenza di essere compresi e non stranieri, moltiplica le possibilità di non sentirsi corpo estraneo. fa sentire meno soli.

sassi e memoria

Vladimir Kush, Anticipation of night's shelter

mica ce ne si accorge nel mentre, quando accade qualcosa che cambia la vita. se si incontra la persona che si amerà per anni - incredibilmente per pochi giorni che si richiameranno nella mente per anni - per quanto di più simile al per sempre. se si compie un gesto che segnerà le scelte successive. se si legge un libro che si utilizzerà come strumento per approcciarsi al mondo come fosse parte della coscienza. se si ascolta una canzone che batterà il tempo involontariamente quando si proverà di nuovo dolore o felicità.

tutte queste circostanze nevralgiche non saranno annunciate da inquadrature strette o illuminazione focalizzante (vivere in un film sarebbe decisamente più semplice), si ritroveranno diluite nel liquido globale dell’esistenza come fossero una sequenza qualsiasi. eppure poi si asciugherano e si alzeranno di piani e diventeranno montagne. a cui ci si appoggerà o da cui si verrà sommersi.

diventano le creste delle impronte digitali.

la masticazione dei calendari

Man Ray Donna nuda con scacchiera 1936 New York collezione privata

l’occasione ci sarebbe - il compleanno - costante a scadenziare il tempo, creata apposta per non trovarsi sepolta dal ghiaccio grevissimo della realizzazione all’improvviso di essere vecchia.

non si invecchia tutto insieme. o forse sì, e nel caso sarebbe pure più confortante, altrimenti al decadimento fisico bisogna anche aggiungere l’appannamento delle capacità di percezione della realtà, laddove non ci si è accorti di un processo degenerativo in essere.

si ammonticchia l’esistenza sopra la pelle e quella si sfascia sotto il peso.

destabilizzante ritrovarsi a considerare in termini romantici come se corrispondesse all’età dell’oro il periodo precedente, quando è inciso fino alle ossa il ricordo di quanto ci si sentisse male, allora, e comunque già vecchie. meno di adesso, concetto che lascia sgomenti nel momento in cui si realizza che pure l’attuale diventerà il termine di paragone positivo appena tra un poco.

non solleva neppure ragionare sul fatto che anche quando si pesava obiettivamente poco ci si vedesse enormi, nel mentre si dialoga con lo specchio. ottimo, vuol dire che sono stata anche a rischio anoressia. non sposta di una riga la carnale abbonanza odierna, solo allunga il curriculum nel capitolo affezioni.

vorrei essere migliore, più intelligente e capace di razionalizzare l’inevitabile, non costringermi a rifare dieci volte le foto tessera se devo rinnovare un documento, non strizzarmi le mani all’appellativo ’signora’

vorrei non essere così dipendete da una faccia liscia. e accondiscentente con me, con questo corpo che in fondo il mestiere suo l’ha fatto - mi guarda a forma di senso di colpa senza neppure più la forza di cercare la luce e la prospettiva meno impietose, un grumo di mortificazione.

occorrerebbe rilasciare la mascella e sorridersi. solo che così le righe si vedono di più.

sentimenti anaolfattivi

Munch - Il bacio

se morissero tutte insieme le donne fallirebbero contemporaneamente i produttori di profumatori per ambienti.

se si inciampa nel patchouli a casa di un uomo lo stesso può professarsi single fino allo spasimo ma si sente ancora la scia femminile nelle stanze e l’unica alternativa ad una fidanzata è una madre opprimente (comunque è un segnale olfattivo di allarme).

dal momento che lui viene giusto a scopare, perchè ha deciso di diffondere piacevoli fragranze edificando un altarino sistemato strategicamente tra il soggiorno e l’ingresso della camera da letto? non si ferma neppure per il caffè e non perchè lei non glielo domandi - questa scusa se l’è preparata apposta per tacitare simili arringhe mentali, visto che perchè non glielo domanda? forse considerando che la frazione di tempo che intercorre tra lo scioglimento dell’incastro post coito e il gesto di infilare il collo nei vestiti è millesimale?

quell’odore dolce la fa sentire patetica e debole, del tutto in contrasto con la prosopopoea è-esattamente-quello-che-voglio con cui provoca apposta le espressioni imprugnite dei suoi amici meno scafati, quelli borghesi, come li considera lei. perchè l’amore è incomprimibile ed ingombrante ed esiste solo per chi si accontenta, per chi si ferma.

sta eliminando la prova del retaggio di femminilità passiva in un cassetto quando le squilla due volte il cellulare (non usa neppure il citofono), neanche una superficie riflettente decente per darsi un occhio fino alla porta - e si secca di nuovo, non ne ho bisogno, ci stiamo usando consapevolmente, è quello che vogliamo - che apre ed accosta, pensando sia più disimpegnato che aspettarlo lì vicino ancora mai si pensasse che lo stesse aspettando.

l’altro entra e la casa resta gelida. ‘cos’è sta puzza?’.