La maleta en la cama

LUIGI ONTANI, OBL'io, 1997, http://www.lorcanoneill.com/site/elencoLavoriDettaglio.php?idArtista=10&pageno=1

comprendo coloro a cui piace viaggiare: credo che vogliano ampliare il raggio del territorio masticato, allargare i confini della propria zona. pertanto penso non sia corretto porli davanti all’interrogativo se, nel mentre che percorrono km in giro, non manchi loro la propria casa, perchè in quel momento ne stanno costruendo stanze nuove.

la diocotomia più aderente alla realtà, secondo me, non è la propria abitazione/quartiere/paese Vs resto del mondo, ma ciò che si è calpestato e ciò che non ha conosciuto le nostre suole. perchè dopo che ci sei stato, diventa assurdamente domestica anche una microscopica località al di là dell’oceano che nulla ha in comune con il paesaggio quadrettato dalla finestra nello spegnere la sveglia un mercoledì lavorativo qualsiasi.

pertanto viaggiare risponde all’esigenza di essere compresi e non stranieri, moltiplica le possibilità di non sentirsi corpo estraneo. fa sentire meno soli.

sassi e memoria

Vladimir Kush, Anticipation of night's shelter

mica ce ne si accorge nel mentre, quando accade qualcosa che cambia la vita. se si incontra la persona che si amerà per anni - incredibilmente per pochi giorni che si richiameranno nella mente per anni - per quanto di più simile al per sempre. se si compie un gesto che segnerà le scelte successive. se si legge un libro che si utilizzerà come strumento per approcciarsi al mondo come fosse parte della coscienza. se si ascolta una canzone che batterà il tempo involontariamente quando si proverà di nuovo dolore o felicità.

tutte queste circostanze nevralgiche non saranno annunciate da inquadrature strette o illuminazione focalizzante (vivere in un film sarebbe decisamente più semplice), si ritroveranno diluite nel liquido globale dell’esistenza come fossero una sequenza qualsiasi. eppure poi si asciugherano e si alzeranno di piani e diventeranno montagne. a cui ci si appoggerà o da cui si verrà sommersi.

diventano le creste delle impronte digitali.

la masticazione dei calendari

Man Ray Donna nuda con scacchiera 1936 New York collezione privata

l’occasione ci sarebbe - il compleanno - costante a scadenziare il tempo, creata apposta per non trovarsi sepolta dal ghiaccio grevissimo della realizzazione all’improvviso di essere vecchia.

non si invecchia tutto insieme. o forse sì, e nel caso sarebbe pure più confortante, altrimenti al decadimento fisico bisogna anche aggiungere l’appannamento delle capacità di percezione della realtà, laddove non ci si è accorti di un processo degenerativo in essere.

si ammonticchia l’esistenza sopra la pelle e quella si sfascia sotto il peso.

destabilizzante ritrovarsi a considerare in termini romantici come se corrispondesse all’età dell’oro il periodo precedente, quando è inciso fino alle ossa il ricordo di quanto ci si sentisse male, allora, e comunque già vecchie. meno di adesso, concetto che lascia sgomenti nel momento in cui si realizza che pure l’attuale diventerà il termine di paragone positivo appena tra un poco.

non solleva neppure ragionare sul fatto che anche quando si pesava obiettivamente poco ci si vedesse enormi, nel mentre si dialoga con lo specchio. ottimo, vuol dire che sono stata anche a rischio anoressia. non sposta di una riga la carnale abbonanza odierna, solo allunga il curriculum nel capitolo affezioni.

vorrei essere migliore, più intelligente e capace di razionalizzare l’inevitabile, non costringermi a rifare dieci volte le foto tessera se devo rinnovare un documento, non strizzarmi le mani all’appellativo ’signora’

vorrei non essere così dipendete da una faccia liscia. e accondiscentente con me, con questo corpo che in fondo il mestiere suo l’ha fatto - mi guarda a forma di senso di colpa senza neppure più la forza di cercare la luce e la prospettiva meno impietose, un grumo di mortificazione.

occorrerebbe rilasciare la mascella e sorridersi. solo che così le righe si vedono di più.

sentimenti anaolfattivi

Munch - Il bacio

se morissero tutte insieme le donne fallirebbero contemporaneamente i produttori di profumatori per ambienti.

se si inciampa nel patchouli a casa di un uomo lo stesso può professarsi single fino allo spasimo ma si sente ancora la scia femminile nelle stanze e l’unica alternativa ad una fidanzata è una madre opprimente (comunque è un segnale olfattivo di allarme).

dal momento che lui viene giusto a scopare, perchè ha deciso di diffondere piacevoli fragranze edificando un altarino sistemato strategicamente tra il soggiorno e l’ingresso della camera da letto? non si ferma neppure per il caffè e non perchè lei non glielo domandi - questa scusa se l’è preparata apposta per tacitare simili arringhe mentali, visto che perchè non glielo domanda? forse considerando che la frazione di tempo che intercorre tra lo scioglimento dell’incastro post coito e il gesto di infilare il collo nei vestiti è millesimale?

quell’odore dolce la fa sentire patetica e debole, del tutto in contrasto con la prosopopoea è-esattamente-quello-che-voglio con cui provoca apposta le espressioni imprugnite dei suoi amici meno scafati, quelli borghesi, come li considera lei. perchè l’amore è incomprimibile ed ingombrante ed esiste solo per chi si accontenta, per chi si ferma.

sta eliminando la prova del retaggio di femminilità passiva in un cassetto quando le squilla due volte il cellulare (non usa neppure il citofono), neanche una superficie riflettente decente per darsi un occhio fino alla porta - e si secca di nuovo, non ne ho bisogno, ci stiamo usando consapevolmente, è quello che vogliamo - che apre ed accosta, pensando sia più disimpegnato che aspettarlo lì vicino ancora mai si pensasse che lo stesse aspettando.

l’altro entra e la casa resta gelida. ‘cos’è sta puzza?’.

da quanto tempo

Laser tune up, vladimir kush

è buona abitudine utilizzare con grande parsimonia l’avverbio mai. trattenerlo a lungo tra le dita, soppesarlo fino in fondo prima di gettarlo in una propria dichiarazione.

per esempio quando si parla di soggetti in relazione con i quali si considera di non poter entrare neppure sotto tortura. io con uno così ma piuttosto me la muro, tanto per esprimersi con un alato giro di parole.

perchè nel passato si annidano ridacchianti scheletri polposi. perchè almeno un tamarro fa parte del parterre di ciascuno con una certezza quasi scientifica, e il proprio, di risalente incidente di percorso, di insondabile buio della ragione, non è sempre migliore dell’attuale dell’amica che nel presente stai stigmatizzando come rimbambita. certo, c’è l’alibi dell’età, esiste la giovinezza proprio come idonea landa  dove edificare le cazzate, ma a maggior ragione, soprattutto laddove da ragazzini ci si è trattenuti, è invecchiando che si rischia di porre in essere le blasfemie più liriche.

pertanto è onesto ridimensionare lo sdegno e soprattutto centellinare l’esibizione di patenti di astensione assoluta quando si analizza l’istituto del partner improbabile. perchè non sai mai, durante le allegre serate conviviali, chi potrebbe entrare (e riconoscerti) proprio in quel momento nel locale.

all i want 4 christmas is

 

http://www.myspaceantics.com/myspace-graphics.html

con la mano destra congelata a causa dell’uso del mouse e la sinistra che gode dell’immobilismo da lettura su pc e resta calda, in un contesto crepitante di carta metallica da regalo e di sforzi di immaginazione e pazienza - esercizio tipico sotto le feste che si pratica negli ambienti lavorativi in cui si devono fare regali - e con davanti una settimana di alimentazione forzata con cene&pranzi in batteria, consapevole di non aver fatto ancora tutte le telefonate che mi ero ripromessa e acquistato quanto necessario, con l’aggravante di aver, in un momento di ipercinesi assolutamente immotivato, organizzato una lieta serata alcolica, sempre duranate la già citata infausta settimana in corso, a casa (e la ragazza che vi impone l’ordine non lavora e il frigo è pieno solo di questioni inutili e fuori data di scadenza), consapevole che l’ansia lavorativa si sopirà, illudendomi di potermi rilassare, solo per ripresentarsi a tradimento con rinnovata energia, + parenti + parenti dei parenti + amici dei parenti e parenti degli amici, ed è anche terminata la sabbia del gatto, sono qui a fare gli auguri a chiunque legga.

almeno fossimo in trono

Felice Casorati - Maternità con le uova, 1958

diciamo la verità: non sono capace di tenere in braccio un bambino.

questa carenza deve essere evidente già da come mi approccio all’elemento piccolo, nella postura che assumo, non molto compatibile alla disposizione degli arti che invece dovrebbe essere posta in essere per reggerlo.

so che fino ad un certo punto occorre tenere loro la testa, poi no.

ma già comprendere quando accada l’affrancamento dal tutore del collo mi è fatto sconosciuto.

io ci provo, anche perchè la mia condizione di donna fertile ma senza produzione di progenie - e cum compagno - suscita l’immediata pulsione, per chi i figli li detiene, di immacolirmi allestendo con me in mezzo la rappresentazione della madonna con bambino. come se fosse infettiva, la materintà, mi ricorda quando mia madre mi portava in visita presso i cugini morbillosi per farmi prendere almeno una malattia esantematica (ma ho sempre avuto anticorpi grandi come lontre).

pertanto, nonostante la mia condizione apuerpuerale lascerebbe pensare il contrario, queste braccia qui sono giaciglio (instabile) di brevilinei con una buona frequenza.

io non sono capace e loro lo sanno. o meglio se ne accorgono, perchè cominciano ad assicurarsi ai miei capelli come alle funi durante una traversata in mare aperto, con certa preoccupazione per le loro sorti. i più tranquilli mi guardano sgomenti lasciando affiorare sulle faccine un ‘perchè’ spaventato.

perchè, chiedilo a tua madre perchè. ora reggiti in qualche modo e cerca di sorridere altrimenti impressioniamo la pellicola dell’immancabile foto con due espressioni per niente coordinate alla gioia della maternità.

Touched for the very first time

Yoko Ono, touch me III (detail), 2008, Galerie Lelong New York, http://www.artnet.com/magazineus/features/cone/cone5-20-08_detail.asp?picnum=14

i gesti diaframma sono quelli in cui si condensa e si sublima l’attrazione sessuale non sfogata.

come il darsi gli spintoni, arrivando anche a prendersi a botte, tra ragazzini (circostanza che a me ha sempre dato incredibilmente fastidio, ma il mio è anche un problama di difficoltà a sublimare): pur di avere un contatto fisico ma non volendo, o non potendo, toccasi in modalità sensuale, allora si dà corso alla violenza, magari scherzosa, talvolta più pura, quando magari la diga sta per rompersi.

oppure il tormentarsi i capelli di certe donne mentre parlano con qualcuno che vorrebbero fosse la vera superficie ricevente le carezze. o il modo di procedere sui corpi altrui in luoghi affollati - in discoteca - insistendo, con l’alibi dello spazio ristretto, addosso agli altri fino a svolgere visite mediche approfondite in sequenza, imprimendo la propria sagoma nel percorso.

bere dalla stessa bottiglia anche se esista la possibilità del bicchiere. provare la giacca di qualcuno per il solo piacere si sentirsi il suo calore addosso. sedersi al suo posto per lo stesso motivo.

coreografie guidate dal ritmo pungente del pulsare in basso.

sulla metrica di kerr

The Holy Family , Allan D'Arcangelo , 1980

il rettilineo con l’autostrada aperta come una bocca e molto cielo a gravare dando l’impressione di stare all’equatore per la linea bassa dell’orizzonte. in queste condizioni la chinetosi mi allenta la presa di sottomissione e riesco a godermi il ronzio monotono dei pneumatici. mi dedico alle faccende del lato passeggero, archivio il biglietto del pedaggio autostradale preparando per tempo le monete (o le banconote, a seconda della tratta), monto un frigobar utilizzando ogni pertugio atto a trattenere le bottogliette d’acqua e le lattine ma soprattutto rullo la radio alla maniera del calciobalilla.

le frequenze locali vanno assaggiate, durante i viaggi, altrimenti è come attraversare paesi stranieri incaponendosi a mangiare solo spaghetti e schifando a prescindere la cucina del posto. talvolta già i nomi delle stazioni sono lirici, poi le piccole emittenti sono immuni dall’appiattimento sonoro dei network che si spalmano sull’intera penisola sia sotto il profilo delle cadenze micidiali dei commentatori sia nella scelta musicale. in linea di massima dopo un poco ti crescono le spalline e ti si alza la vita dei pantaloni perchè è il tripudio delle canzoni dei tragici anni ‘80, ma soprattutto di quelle assolutamente non lambite dal revival ufficiale, con preponderante attenzione per la produzione patria. che uno si domanda come fossero quelle scartate dalle case discografiche.

accucciata sul sedile se le curve non rovinano l’equilibrio in movimento dello stomaco mi sento tranquilla.

appena dondolati dalla prevedibilità del ritmo - soprattutto se davanti non c’è nessuno che possa deliziarti, magari senza motivo, con brusche frenate - ci si dicono parole piccole, esiste una intimità naturale portata dal condividere uno spazio obbligato quasi appaiando le spalle. si abbassano le luci naturalmente, se si viaggia nel pomeriggio, ad un certo punto. e poi laggiù, sempre meno lontana, la città.

gli spilli intorno agli occhi

Burning Giraffes in Brown, Dali Salvador

culpa in vigilando. questo è l’ambito in cui si concentrano maggiormente le mie paure di fallimento. che non mi accorga di qualcosa che stia accadendo. ma tanto non per ansia di supremazia, di volontà di controllare tutto o di curiosità morbosa circa i fatti degli altri.

è il non essermi messa - e per carenza mia -nella possibilità di poter intervenire. perchè molto spesso non ci si può fare niente, quando capitano eventi, non se ne ha colpa se non si è in grado di porvi rimedio. ma non avere inteso, non aver subodorato, in tanto c’è comunque responsabilità.

la mancanza di cura, la distrazione, non aver compreso per sciatteria, per egoismo, per onanismo, non aver ponderato le parole, non essersele passate sulle dita, non aver sgranato il silenzio. la testa che non reagisce agli stimoli anche labili, che resta muta, non aver insistito - o aver insistito a vanvera  senza uno scopo preciso. la sguaiatezza del pensiero.

io mi sento incaricata, io lo sono, devo fare solo quello, alla fine, di importante. se qualcuno mi vuole bene mi si affida. non deve essere solo fonte di piacere per me che ne ricevo gratificazione e affetto.

devo essere sveglia e attenta. se mi addormento, la casa brucia.