l’importanza della depilazione delle braccia
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l’eccesso di drammatizzazione della realtà mi ucciderà.
occorrerebbe mettere un’avvertenza in loop nei film a contenuto medico o comunque ogni volta che a qualcuno prende un infarto: perchè altrimenti si ripone, anche involontariamente, fiducia nella rappresentazione dell’attacco in cui l’infartuato comincia a mulinare il braccio buono portandoselo al petto e annaspando in piena fame di aria. farà malissimo, si pensa, lo si capisce da quello di averne uno.
e tanto disincentiva a dare attenzione al peso che preme sullo sterno, capitato all’improvviso mentre agito il telecomando alla ricerca di qualcosa su cui posare gli occhi la domenica pomeriggio, ricerca infruttuosa che mi conduce serena verso il sonno. che sarà mai, fa male ma un poco.
poi gli occhi sbarrati nella modalità coniglio che guarda stolido l’avvicinarsi del suo destino a forma di fanale della persona con cui condividi lo spazio sopra al campanello nel mentre che gli racconti questo fastidio, occhi a cui si accompagnano mani che ricercano febbrilmente ‘guardia medica’ nelle pagine gialle - come è che le pagine gialle si riesumano solo in condizioni di nefasta emergenza? il numero a cui dettare il telegramma di affettuoso cordoglio, quello per le fughe di gas, l’indirizzo del deposito notturno delle auto nel caso di rimozione forzata - danno un lieve colpetto alla granitica sicurezza che non sia poi niente.
ma la rottura della diga avviene quando, dopo una attesa musicata senza la possibilità di mettere giù per non perdere la priorità acquisita, una voce che ti avverte, per disincentivare azioni di risarcimento dei danni, che ogni parola viene registrata, alla narrazione del doloretto risponde con la pronta spedizione a casa di una ambulanza.
e di nuovo la filmatografia cozza con una simile proposta, le ambulanze sfrecciano imperturbabili trasportando resti sanguinolenti strappati alla morte o il mulinatore di braccio destro sopra citato, non te e il tuo torace dolente.
però la parola ha avuto la capacità propulsiva idonea a farti ritrovare, dalla posizione abbracciata alla ginocchia sotto le coperte, in piedi davanti all’armadio mentre ti vesti cercando un paio di mutande consone all’ospedale senza starci neppure a pensare. occorrerebbe sempre prepararsi un kit di abbigliamento di emergenza, utile in caso di fuga da terremoto o angoscia sanitaria, sennò impieghi un sacco di tempo prezioso a metterti addosso alla fine roba incoerente con la situazione.
al pronto soccorso perdo la giurisdizione sulla mia persona. peraltro neppure l’avrei voluta, in quel momento, avrebbe comportato prendere delle decisioni sull’ignoto. le ultime mie resistenze e l’affetto per l’impossibilità che mi stesse davvero accadendo si dissipano con la cannula. arriva a tradimento, insieme al braccialetto di carta con il nome sul polso (almeno non è il cartellino da alluce) e gli allocatori adesivi degli elettrodi dell’ECG. entro camminando con la cartella col nome cifrato e dicendo di avere un poco di male allo sterno - che poi ci si chiede che senso abbia questa ossessiva cura della privacy quando poi ti si manipola in zone recondite come si fosse un neonato - e mi ritrovo con il reggiseno penzolante dalla manica della maglia, decorata di fili e con un cappuccio al medio della mano che controlla le pulsazioni. e poi giù come su una pista del bob, il prelievo del sangue, la lastra toracica, la barella, un medico che mi dice incarognito che non mi può dimettere prima delle sei ore perchè deve ripetere le analisi dopo quel lasso di tempo e che non si assume la responsabilità e che se voglio uscire devo firmare. ma dove vuoi che vada, sembro san sebastiano trafitto dai cavi, con le scarpe infilate in un cestino metallico sotto al lettino, il nome disegnato perchè almeno me lo posso riguardare e sincerarmi di essere io, dove vuoi che possa avere desiderio di andare, mentre ragioni su come rendere meno impattante l’immagine di me allestita come ho descritto al condivisore di vita che mi ha portata deambulante al ps e mi vedrà uscire di corsa verso la sala raggi (ed evitare un nuovo dolorino ad un altro petto), dove vuoi che vada.
epperò, nel corso dell’attesa delle citate 6 ore di decantazione, scopro il motivo di tanta ansia del personale ospedaliero nel descrivere le opzioni di assunzione della responsabilità di dimissioni contro il parere medico, nella verifica costante della permanenza in vita dei pazienti, nel rispondere con sorrisi da paresi anche ai toni di voce (e ai termini in coordinato) più sgradevoli degli allettati. la frase maneggiata con maggiore frequenza dagli utenti, anche i tossici che chiedono in continuazione farmaci qualsiasi, anche antiepilettici, anche anticoagulanti, al limite l’aspirina - i tossici vanno al ps perchè han preso botte senza nessuna motivazione, è una regola generale - anche i vecchi con l’alzheimer che non riescono quasi ad articolare verbo escluse solo quelle parole, è la minaccia di denuncia. come sta signora vuole una coperta, ‘io la denuncio’, il medico passa tra poco a visitarla, ‘io la denuncio’, non usi il cellulare in corsia, ‘io la denuncio’.
a me è venuta voglia di denunciare solo chi ha disposto l’acquisto di una partita di coperte metalliche gracchianti che messe nelle mani dell’anziana iperattiva sdraiata alla mia destra diventano un’arma di distruzione di massa. ma è stato sufficiente segnalarlo all’infermiere (senza alludere a denuncie) che prontamente è stata sostituita.
passano le ore, mi adatto ai movimenti cauti nel cambiare posizione imposti dalle ruote piroettanti non dotate di freno della barella, assisto ai cambi di turno, vengo notiziata dall’esito rassicurante dei tracciati e delle prime analisi del sangue, assumo coscienza della linea diretta che unisce le braccia e la vescica quando si tratta di flebo, e aspetto. dopo il primo ammutolimento, imposto dal serrato accadimento di eventi allarmanti di aghi e simili, riprende forma il coro prefico ‘lo sapevo che non era niente’.
dopo le agognate sei ore la nuova caposala mi preleva di nuovo il sangue (non dalla cannula sennò i valori vengon falsati, dice) e ripete l’elettriocardiogramma. altra attesa, turnazione dei lettini rotanti intorno a me, via la vecchia masturbatrice di coperte rumorose sostituita da vecchia con dissenteria, quando si dice la fiducia nel progresso, mentre la tossica, dopo il combinato disposto di tavor, en e lexil finalmente smette di digitare sul cellulare istericamente il numero della caserma dei carabinieri per fare denuncia e si addormenta. ritorna l’infermiera proveniente dal’ex blocco sovietico, con il piglio e la gentile impostazione della voce coordinati, e mi conferma che gli esami son tutti negativi. e solo allora - rammentando la pregressa sequela di manovre mediche invasive nessuna così preannunciata - dice ‘ora ti farò un po’ male’ prendendo a togliermi la cannula.
io immagino che sarà per l’asportazione dell’ago infilato chissà a quale tellurica profondità e mi preparo a contorcermi sommessamente quando invece la causa del dolore paventato è da imputarsi ai due giri di scotch che porta via i peli. io faccio la ceretta, mi viene risparmiato di soffrire.
insomma, non ho niente. o meglio, forse soffro di reflusso o infiammazioni muscolari al torace, ma niente infarto.
esco mentre quasi albeggia, ancora con qualche adesivo da elettrodo addosso e i fogli delle dimissioni piegati nelle mani, per nulla pienamente consapevole del dispiegarsi degli eventi.
nel mentre la notizia del minacciato infarto è stata diramata lungo il regno italico fino alle zone del mondo luogo di emigrazione dal meridione. segue, ma con più rilassatezza, l’aggiormento della ritrovata salute.
penso di non riuscire ad addormentarmi per l’ansia accumulata invece torno all’origine - il letto da cui la guardia medica mi ha sparato fuori qualche ora prima - e perdo i sensi. ho giusto il tempo solo di rigraziare mentalmente l’estetista.
tu chiamale se vuoi frustrazioni
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quando si ha coscienza che stia accadendo qualcosa fuori dalla propria capacità percettiva immediata e tutto tace, è meglio intervenire direttamente costruendo un ponte radio costante o attendere accondiscendendo al silenzio?
il rispettivo tasso di scaramanzia fa la differenza, laddove si abbia il sospetto che le azioni abbiano conseguenze ulteriori a quelle della retta linea di logica causale magari si tenderà ad astenersi, ancora contattare porti male. ma è il termometro dell’ansia il vero discrimine, quanto si sia in grado (e per quanto tempo) di riuscire a chiuderle la bocca.
a me cedere dà fastidio. a me cedere dà fastidio in generale salvo che non si discuta di azioni immonde che facciano traboccare, nell’analisi ex post della vita durante il bilancio consuntivo che il mio CdA tiene a cadenze raffazzonate, la pentolaccia sporca in cui rigetto i resti, appunto, delle azioni immonde. pertanto richiudo le dita sotto i palmi e non telefono, soprattutto per darmi una bella passata di cipria ieratica, come fossi superiore e distaccata rispetto agli umidi accadimenti umani.
però il pensiero di sapere scava un buchino sempre più allargato e la segatura mi sporca le ciglia tanto che non riesco a vedere altro. una condizione di tensione che si scarica come fossi sparata da un cannone quando è l’altro a chiamarmi.
per dirmi che naturalmente tutto è andato malissimo.
karmameteo
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ah, svelare al pubblico disappunto la stratificazione delle piogge, dei residui degli eterni lavori di demolizione-ricostruzione e/o ripristino di qualche appartamento che convergono in cortile, delle mani appoggiate mancando gli stipiti delle porte finestre quando si esce in balcone a fumare, allontanando le tende dal vetro perchè non si vuol schermare neppure un poco questo redivivo sole e nel contempo, così precipitando l’effetto benefico della luce, scoprire che le caselline ‘prossimi giorni’ del meteo cittadino sono un campionario di cataclismi naturali. con puntigliosa predilezione per il sabatodomenica prossimo. tutto ciò quando, sull’onda emotiva di un inizio settimana che aveva concesso di sbucare fuori dalla caverna dismettendo le pelli di animali, si era già ipotecato il lieto tempo libero organizzando innocue gite, infantili pranzi lungo po in quel ristorante dove è stato inutile tornare da settembre per non provare dolore e tanto freddo.
è soprattutto lo stridore tra questo sole che lambisce le spalle, visibile tra le ditate, concreto e inutile sole del giovedì e quel nero viola (che pessimisti cosmici i grafici delle previsioni, che esagerati, che senzadio) incombente, ad offendere. svolta cromatica in peggioramento drammatico, dal momento che ieri, con riferimento sempre al fine settimana, era un grigio fumo elegante e il giorno prima uno sbarazzino tempo velato. presumibilmente domani comparirà la stilizzazione dell’arca.
qui bisogna essere arditi, qui bisogna gonfiare il sangue e raddrizzare gli sguardi e i nervi sciatici, occorre raccogliere le forze, baciare i bambini senza piangere mai e prendere la via che aspetta davanti alle scarpe e non girarsi indietro.
qui si deve chiamare il ristorante e chiedere se c’è posto nella sala interna.
ogni maledetta domenica
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chissà se, avendo un altro assetto, la famiglia risulterebbe meno mordace.
forse con due madri e un padre, con un numero minimo di fratelli/sorelle, se ci fossero imposizioni esterne a regolamentarne la frequentazione, o se fosse destinata ed esauirsi a scadenze prestabilite con possibilità di rinnovo non ripetibile per più di un certo numero di volte.
se fossimo obbligati a cambiarla come ci imponevano col compagno di banco alle elementari: questa settimana sei figlio loro, la successiva degli altri, e così via (o magari ne diventi la madre e poi il cugino).
probabilmente porterebbe effetti positivi ogni meccanismo che obbligasse a interagire al di fuori dei ripidi e taglienti contorni del nucleo familiare i membri del medesimo. imporrebbe la presa di coscienza che l’esistente non si concentra nel proprio tinello e che non si articola nel solo flusso pranzo-di-natale-festa- di-compleanno-giorno-del-bollito-misto. e porterebbe a svelare la sconvolgente verità che tutti hanno i rispettivi guai e che non necessariamente i proprio siano i più gravosi.
tanto per preservarla comunque, la famiglia, e non limitarsi a lasciarla, unica strategia praticabile, talvolta, per il mantenimento dell’equilibrio personale. anche perchè poi, quando ci si allontana e basta, si rischia di conferirle un’aura mitica, positiva o negativa, ben lontana della sua identità effettiva. e a maneggiarli, i miti, risultano sempre scivolosi, un nemico troppo feroce o una tana troppo accogliente.
aprendo le finestre e facendo entrare il sole la bestia di accuccia e si vede la polvere.
La maleta en la cama
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comprendo coloro a cui piace viaggiare: credo che vogliano ampliare il raggio del territorio masticato, allargare i confini della propria zona. pertanto penso non sia corretto porli davanti all’interrogativo se, nel mentre che percorrono km in giro, non manchi loro la propria casa, perchè in quel momento ne stanno costruendo stanze nuove.
la diocotomia più aderente alla realtà, secondo me, non è la propria abitazione/quartiere/paese Vs resto del mondo, ma ciò che si è calpestato e ciò che non ha conosciuto le nostre suole. perchè dopo che ci sei stato, diventa assurdamente domestica anche una microscopica località al di là dell’oceano che nulla ha in comune con il paesaggio quadrettato dalla finestra nello spegnere la sveglia un mercoledì lavorativo qualsiasi.
pertanto viaggiare risponde all’esigenza di essere compresi e non stranieri, moltiplica le possibilità di non sentirsi corpo estraneo. fa sentire meno soli.
sassi e memoria
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mica ce ne si accorge nel mentre, quando accade qualcosa che cambia la vita. se si incontra la persona che si amerà per anni - incredibilmente per pochi giorni che si richiameranno nella mente per anni - per quanto di più simile al per sempre. se si compie un gesto che segnerà le scelte successive. se si legge un libro che si utilizzerà come strumento per approcciarsi al mondo come fosse parte della coscienza. se si ascolta una canzone che batterà il tempo involontariamente quando si proverà di nuovo dolore o felicità.
tutte queste circostanze nevralgiche non saranno annunciate da inquadrature strette o illuminazione focalizzante (vivere in un film sarebbe decisamente più semplice), si ritroveranno diluite nel liquido globale dell’esistenza come fossero una sequenza qualsiasi. eppure poi si asciugherano e si alzeranno di piani e diventeranno montagne. a cui ci si appoggerà o da cui si verrà sommersi.
diventano le creste delle impronte digitali.
la masticazione dei calendari
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l’occasione ci sarebbe - il compleanno - costante a scadenziare il tempo, creata apposta per non trovarsi sepolta dal ghiaccio grevissimo della realizzazione all’improvviso di essere vecchia.
non si invecchia tutto insieme. o forse sì, e nel caso sarebbe pure più confortante, altrimenti al decadimento fisico bisogna anche aggiungere l’appannamento delle capacità di percezione della realtà, laddove non ci si è accorti di un processo degenerativo in essere.
si ammonticchia l’esistenza sopra la pelle e quella si sfascia sotto il peso.
destabilizzante ritrovarsi a considerare in termini romantici come se corrispondesse all’età dell’oro il periodo precedente, quando è inciso fino alle ossa il ricordo di quanto ci si sentisse male, allora, e comunque già vecchie. meno di adesso, concetto che lascia sgomenti nel momento in cui si realizza che pure l’attuale diventerà il termine di paragone positivo appena tra un poco.
non solleva neppure ragionare sul fatto che anche quando si pesava obiettivamente poco ci si vedesse enormi, nel mentre si dialoga con lo specchio. ottimo, vuol dire che sono stata anche a rischio anoressia. non sposta di una riga la carnale abbonanza odierna, solo allunga il curriculum nel capitolo affezioni.
vorrei essere migliore, più intelligente e capace di razionalizzare l’inevitabile, non costringermi a rifare dieci volte le foto tessera se devo rinnovare un documento, non strizzarmi le mani all’appellativo ’signora’
vorrei non essere così dipendete da una faccia liscia. e accondiscentente con me, con questo corpo che in fondo il mestiere suo l’ha fatto - mi guarda a forma di senso di colpa senza neppure più la forza di cercare la luce e la prospettiva meno impietose, un grumo di mortificazione.
occorrerebbe rilasciare la mascella e sorridersi. solo che così le righe si vedono di più.
sentimenti anaolfattivi
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se morissero tutte insieme le donne fallirebbero contemporaneamente i produttori di profumatori per ambienti.
se si inciampa nel patchouli a casa di un uomo lo stesso può professarsi single fino allo spasimo ma si sente ancora la scia femminile nelle stanze e l’unica alternativa ad una fidanzata è una madre opprimente (comunque è un segnale olfattivo di allarme).
dal momento che lui viene giusto a scopare, perchè ha deciso di diffondere piacevoli fragranze edificando un altarino sistemato strategicamente tra il soggiorno e l’ingresso della camera da letto? non si ferma neppure per il caffè e non perchè lei non glielo domandi - questa scusa se l’è preparata apposta per tacitare simili arringhe mentali, visto che perchè non glielo domanda? forse considerando che la frazione di tempo che intercorre tra lo scioglimento dell’incastro post coito e il gesto di infilare il collo nei vestiti è millesimale?
quell’odore dolce la fa sentire patetica e debole, del tutto in contrasto con la prosopopoea è-esattamente-quello-che-voglio con cui provoca apposta le espressioni imprugnite dei suoi amici meno scafati, quelli borghesi, come li considera lei. perchè l’amore è incomprimibile ed ingombrante ed esiste solo per chi si accontenta, per chi si ferma.
sta eliminando la prova del retaggio di femminilità passiva in un cassetto quando le squilla due volte il cellulare (non usa neppure il citofono), neanche una superficie riflettente decente per darsi un occhio fino alla porta - e si secca di nuovo, non ne ho bisogno, ci stiamo usando consapevolmente, è quello che vogliamo - che apre ed accosta, pensando sia più disimpegnato che aspettarlo lì vicino ancora mai si pensasse che lo stesse aspettando.
l’altro entra e la casa resta gelida. ‘cos’è sta puzza?’.
da quanto tempo
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è buona abitudine utilizzare con grande parsimonia l’avverbio mai. trattenerlo a lungo tra le dita, soppesarlo fino in fondo prima di gettarlo in una propria dichiarazione.
per esempio quando si parla di soggetti in relazione con i quali si considera di non poter entrare neppure sotto tortura. io con uno così ma piuttosto me la muro, tanto per esprimersi con un alato giro di parole.
perchè nel passato si annidano ridacchianti scheletri polposi. perchè almeno un tamarro fa parte del parterre di ciascuno con una certezza quasi scientifica, e il proprio, di risalente incidente di percorso, di insondabile buio della ragione, non è sempre migliore dell’attuale dell’amica che nel presente stai stigmatizzando come rimbambita. certo, c’è l’alibi dell’età, esiste la giovinezza proprio come idonea landa dove edificare le cazzate, ma a maggior ragione, soprattutto laddove da ragazzini ci si è trattenuti, è invecchiando che si rischia di porre in essere le blasfemie più liriche.
pertanto è onesto ridimensionare lo sdegno e soprattutto centellinare l’esibizione di patenti di astensione assoluta quando si analizza l’istituto del partner improbabile. perchè non sai mai, durante le allegre serate conviviali, chi potrebbe entrare (e riconoscerti) proprio in quel momento nel locale.
all i want 4 christmas is
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con la mano destra congelata a causa dell’uso del mouse e la sinistra che gode dell’immobilismo da lettura su pc e resta calda, in un contesto crepitante di carta metallica da regalo e di sforzi di immaginazione e pazienza - esercizio tipico sotto le feste che si pratica negli ambienti lavorativi in cui si devono fare regali - e con davanti una settimana di alimentazione forzata con cene&pranzi in batteria, consapevole di non aver fatto ancora tutte le telefonate che mi ero ripromessa e acquistato quanto necessario, con l’aggravante di aver, in un momento di ipercinesi assolutamente immotivato, organizzato una lieta serata alcolica, sempre duranate la già citata infausta settimana in corso, a casa (e la ragazza che vi impone l’ordine non lavora e il frigo è pieno solo di questioni inutili e fuori data di scadenza), consapevole che l’ansia lavorativa si sopirà, illudendomi di potermi rilassare, solo per ripresentarsi a tradimento con rinnovata energia, + parenti + parenti dei parenti + amici dei parenti e parenti degli amici, ed è anche terminata la sabbia del gatto, sono qui a fare gli auguri a chiunque legga.